Turchia

SEZIONE 1 | BACKGROUND DATA

Anagrafica

    • Nome ufficiale: Repubblica di Turchia
    • Confini: a nord-ovest con la Grecia e la Bulgaria, a nord-est con la Georgia, ad est con l’Armenia, l’Azerbaigian e l’Iran, a sud-est con l’Iraq e a sud con la Siria; a nord le coste turche si affacciano sul Mar Nero, a nord-ovest sul Mar di Marmara, ad ovest sul Mar Egeo e sul Mar Mediterraneo a sud.
    • Forma di governo: Repubblica parlamentare (in fase di revisione costituzionalenel 2017)
    • Religioni: musulmani 99,8 % (prevalentemente sunniti), altri 0,2 % (prevalentemente cristiani ed ebrei).
    • PIL: 733 miliardi di $ (pro capite: 9.680 $).

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    • Superficie: 783.562 km²
    • Gruppi etnici: turchi 70-75%, curdi 19%, altre minoranze etniche 7-12% (2016).
    • Lingue: turco (uff.)
    • Popolazione: 80.274.604
    • Tasso di migrazione netta: -1,2/1000
    • Tasso di natalità: 16 (nati/1.000 abitanti)
    • Urbanizzazione popolazione: 73,4%
    • Città principali: Ankara (cap.) 5 milioni di abitanti; Istanbul; Smirne (Izmir in turco); Bursa; Adana.
    • Aspettativa di vita media: 74,8 anni
    • Principali partiti politici: Partito della Giustizia e dello Sviluppo (nazional-conservatori e filo-islamici); Partito Popolare Repubblicano (nazionalisti laici-kemalisti); Partito del Movimento Nazionalista (panturchismo; braccio politico del gruppo terroristico dei Lupi Grigi); Partito Democratico dei Popoli (filo- curdi e progressisti); Partito dei Lavoratori del Kurdistan (indipendentismo curdo; partito e gruppo paramilitare ritenuto illegale dallo Stato turco).
    • Moneta: Nuova lira turca (dal 2009)
    • Export partners (2015): Germania 9.3%, Regno Unito 7.3%, Iraq 5.9%, Italia 4.8%, USA 4.5%, Francia 4.1%.
    • Import partners (2015): Cina 12%, Germania 10.3%, Russia 9.9%, USA 5.4%, Italia 5.1%.

Il Presidente turco Erdogan

Istituzioni

Il 28 Agosto 2014 Recep Tayyip Erdoğan vince in maniera netta, con il 52% dei consensi, le prime elezioni presidenziali della storia del paese, visto che fino a quel momento l’elezione del Presidente spettava al parlamento. Già in precedenza  Erdoğan aveva guidato il governo turco come Primo Ministro dal 2003 al 2014, in quanto capo del partito di maggioranza nel parlamento monocamerale della Turchia. Infatti con la revisione costituzionale del 1982 il potere legislativo è di competenza esclusiva della ‘’Grande Assemblea Nazionale Turca’’, composta da 550 membri eletti a suffragio universale ogni quattro anni con un sistema elettorale proporzionale, in cui è prevista una soglia di sbarramento al 10%. Nel sistema politico turco è presente inoltre una Corte costituzionale- il cui compito principale è giudicare la legittimità e la costituzionalità delle leggi- e i cui membri sono nominati dal presidente, e una Corte d’appello, eletta dal Consiglio supremo dei giudici e procuratori.

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Alle elezioni del Novembre 2002, vi fu un’importante svolta nello scenario politico del paese: si passò infatti da un multipartitismo abbastanza consolidato- vi erano almeno più di 2 partiti in pianta stabile in parlamento nelle legislature precedenti- ad un bipartitismo che vedeva contrapposti il ‘’Partito per la Giustizia e lo Sviluppo’’ di Erdoğan e il ‘’Partito Popolare Repubblicano’’, l’erede della tradizione politico-culturale del ‘’kemalismo’’. Il partito di Erdoğan  ebbe tuttavia campo libero, in virtù della maggioranza schiacciante ottenuta dopo il responso delle urne( 365 seggi su 550), per modificare la costituzione e questo fu motivo ,sin dall’inizio, di continui attriti con il fronte nazionalista laico, rappresentato  dalla già citata Corte costituzionale e dall’apparato militare, considerato un vero e proprio baluardo della dottrina kemalista e soprattutto strumento di salvaguardia nazionale contro ogni forma di deriva autoritaria imposta dal governo. Con  Erdoğanal timone del governo turco da 13 anni, l’assetto socio-politico della Turchia è indubbiamente cambiato. Non è un caso che si sia cominciato a parlare negli ultimi anni di una nuova politica ‘’neo-ottomana’’, portata avanti con spregiudicatezza dal leader del ‘’Partito per la Giustizia e lo Sviluppo’’. Da repubblica laica e parlamentare- così come era stata plasmata dal padre della Turchia moderna Mustafa Kemal  Atatürk- a repubblica presidenziale dai forti connotati religiosi, questo è stato in fondo il nuovo disegno istituzionale della Turchia di Erdoğan. Quest’ultimo sta coltivando un processo di ‘’de-secolarizzazione’’ dello stato, volto a dare forma ad un nuovo nazionalismo turco ma con una  base fortemente religiosa. Il richiamo è diretto naturalmente al movimento della cosiddetta ‘’Fratellanza musulmana’’, che fa dell’approccio e dell’interpretazione politica dell’Islam il proprio segno distintivo.

Sul versante della politica interna, il progetto politico di  Erdoğan è comunque minato dall’indipendentismo della minoranza curda, stanziata principalmente nelle regioni sud-orientali del paese. Il partito politico, nonché gruppo paramilitare, dei Curdi è il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan). In Turchia il Pkk è un partito illegale, in quanto è stato riconosciuto come organizzazione terroristica per i suoi metodi di lotta politica (da anni i militanti  ricorrono ad attentati dinamitardi per rispondere alla repressione del governo centrale nei confronti del popolo curdo).

Il turismo di Istanbul è uno dei motori economici della Turchia

Economia

Le stime sulla crescita del PIL turco si attestano intorno al 3,8% nell’annata del 2015. Il risultato, inaspettato dopo un primo trimestre deludente, è dovuto all’imponente crescita economica che la Turchia ha avuto nell’ultimo trimestre (+5,7%) dal momento che la domanda interna è cresciuta di quasi quattro punti percentuali. Il risultato è ancora più sorprendente se si prende in considerazione che il 2015 è stato un anno di forte instabilità: la sicurezza interna, le tensioni geopolitiche regionali e i rapporti molto tormentati con la Russia sono solo alcuni dei fattori che avrebbero potuto potenzialmente far traballare la crescita economica turca.

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Tra il 2012 e il 2014 ci sono stati due fattori che hanno rallentato fortemente questa crescita: le diminuzioni di domanda del mercato interno da una parte e di quello europeo dall’altra. Inoltre nel 2014 sono stati aumentati significativamente i tassi di interesse per rafforzare la valuta del paese e di conseguenza ridurre drasticamente l’inflazione. Nel 2015 è avvenuto esattamente il contrario: dopo un primo trimestre sotto le aspettative si è deciso di abbassare i tassi di interesse così da favorire la ripresa economica.

Nel 2016 i problemi della Turchia sembrano essere legati ad un fattore chiave: l’instabilità. L’economia turca sembra essere fin troppo vulnerabile e gli investitori, memori delle incertezze degli anni scorsi, in qualche modo sembravano saperlo. Secondo dati Bloomberg infatti circa 13,5 miliardi di euro di investimenti diretti stranieri da gennaio a maggio 2016 sono stati investimenti finanziari a breve. Questi sono vere e proprie lepri del mercato, pronti a scappare non appena la situazione politica diventa critica. Se si tiene conto che il totale degli investimenti è stimato in circa 16 miliardi di euro, allora si capisce perché i 13,5 miliardi pesano così tanto. 

Nell’economia post-colpo di stato la Turchia ha subito cercato di rassicurare gli investitori e gli analisti intimandoli a non credere alle voci che vedono un’economia condizionata drasticamente dalla situazione politica.

I settori dell’industria e dei servizi guidano l’economia turca ma l’agricoltura, se pur ancora molto arretrata, fornisce lavoro ancora a una buona parte della popolazione. Il turismo ha subito un duro colpo dopo il tentativo di golpe e pare che a luglio sia calato del 40% su base annua; Erdogan però ha fiducia nel fatto che il turismo tornerà a crescere dopo le ristabilite relazioni tra Turchia e Russia.

La disoccupazione non tiene il passo del ritmo di crescita dell’economia turca. Il dato a febbraio 2015 faceva registrare 11,2%; nel 2016, sempre a febbraio, la disoccupazione si attesta invece al 10,9%. Si parla di più di tre milioni di turchi senza lavoro, con una disoccupazione giovanile che tocca il 18,5%. I problemi che impediscono passi in avanti sono principalmente due. Il primo è l’aumento della forza lavoro, che vede ogni anno affacciarsi un milione di giovani sul mercato del lavoro. Il secondo è invece rappresentato da una maggiore presenza delle donne nell’ambito lavorativo, anche se il dato comunque non basta a colmare il gap con gli uomini: più del 12% delle donne sono senza lavoro, a fronte di un 9% maschile.

Ultimo problema da rilevare nel quadro dell’economia della Turchia è certamente quello delle partite correnti, problema storico nel paese. Il deficit relativo alle partite correnti, che si realizza quando uno Stato importa più servizi e beni di quanti ne riesca ad esportare, si attesta a ben 32,2 miliardi di dollari nel 2015, in calo di ben 13,6 miliardi di dollari dall’anno precedente. Sicuramente il colpo di stato non aiuterà questo problema, dato che i settori più colpiti sono risultati quello del turismo e delle importazioni.

SEZIONE 2 | SCENARI

Ataturk

Passato

È opportuno prendere le mosse dal secolo XIX. Nel corso dell’Ottocento politici ed esperti di politica estera europei definivano l’Impero Ottomano come ‘’il grande malato’’: era rimasto infatti solo un ricordo sbiadito della grande potenza ottomana, che per ben due volte era arrivata alle porte di Vienna (1529; 1683;) minacciando seriamente la stabilità e il futuro politico-religioso del Vecchio Continente.

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Il “Grande malato”

I primi sintomi di questa crisi secolare emersero con la guerra d’indipendenza greca (1821-1829). L’indipendenza della Grecia venne riconosciuta con la pace di Adrianopoli (1829) e rappresentò uno spartiacque nella storia dell’Impero Ottomano: quest’ultimo si trovò sempre più isolato nello scacchiere politico internazionale e sempre più minacciato dalle mire espansionistiche degli stati europei. Il ‘’Grande malato’’ venne ulteriormente indebolito dall’occupazione di Algeri – nell’estate del 1830 – da parte della Francia, che cominciava così la sua penetrazione coloniale in Nord Africa, infliggendo in tal modo un altro colpo mortale alla ‘’grandeur’’ ottomana. Da questi eventi si sarebbe originata la cosiddetta ‘’Questione d’Oriente’’ (ovvero le velleità egemoniche delle potenze europee a scapito dell’Impero ottomano), che avrebbe avuto un grande rilievo nello sviluppo della storia politica internazionale fino alla prima guerra mondiale.

Traendo pretesto da problemi relativi alla tutela dei cristiani ortodossi dopo appena due decenni- nel novembre 1853- la Russia aprì nuovamente le ostilità contro l’Impero ottomano. Per scongiurarne il crollo, nell’estate del 1854 una flotta anglo-francese penetrò nel Mar Nero, sbarcando nella penisola di Crimea e cingendo d’assedio la roccaforte russa di Sebastopoli. La guerra si risolse con la capitolazione della città russa dopo un anno e mezzo di assedio, che fu raccontato dal grande scrittore russo Lev Tolstoj nei suoi ‘’Racconti di Sebastopoli.’’ Al termine del conflitto, nel febbraio del 1856 a Parigi si svolse un congresso tra le potenze europee per la conferma della neutralizzazione del ‘’Mar Nero’’,impedendo l’accesso delle navi da guerra di tutti i paesi, Russia compresa. L’Impero ottomano vide per il momento garantita la sua integrità e confermata la sua sovranità nominale sui Principati autonomi di Serbia, Moldavia e Valacchia: tuttavia quest’ultimi si sarebbero uniti nel 1859 per formare il nuovo Stato di Romania.

I fragili equilibri, determinati dal congresso di Parigi, ebbero comunque vita breve. Fra il 1875 e il 1876 il governo ottomano represse con grande spargimento di sangue una serie di rivolte  scoppiate in Bosnia, in Erzegovina e in Bulgaria. A scendere in campo in difesa delle popolazioni slave, fu la Russia alla fine del 1877. L’ennesima sconfitta dell’esercito ottomano sembrò sancire definitivamente l’egemonia dell’Impero russo nei Balcani. Ad evitare uno scontro frontale tra le potenze occidentali (Impero austro-ungarico e Gran Bretagna) e la Russia, fu il cancelliere ‘’di ferro’’ tedesco Otto von Bismarck, che indossò le vesti del mediatore in quel frangente, trasformandosi repentinamente nel ‘’nuovo’’ Klemens von Metternich.

Con il congresso di Berlino del 1878, si giunse così ad un accordo che limitava drasticamente le mire egemoniche della Russia, pur ridisegnando lo scacchiere politico dei Balcani. La Bulgaria ottenne l’indipendenza, ma con confini assai ridotti rispetto all’anno precedente, mentre la Bosnia e l’Erzegovina furono dichiarate autonome, ma sotto il protettorato austro-ungarico. Il prestigio ottomano venne ulteriormente intaccato con la concessione al governo britannico dell’amministrazione dell’isola di Cipro. La diagnosi del ‘’Grande malato’’ risultava in tal senso impietosa e desolante: dei fasti dell’impero del sultano Solimano il ‘’Magnifico’’(1520-1566) non vi era più traccia. La parabola plurisecolare dell’Impero ottomano era giunta al crepuscolo.

La prima Guerra mondiale e l’alba del nuovo stato turco

A mettere in subbuglio la già complicata situazione politico-istituzionale dell’Impero ottomano, vi fu nel 1908 la cosiddetta rivoluzione ‘’Giovani turchi’’: un movimento composto in prevalenza da intellettuali e ufficiali che proponevano la trasformazione dell’Impero in una moderna monarchia costituzionale. Il sultano Abdul Hamid fu costretto a concedere una costituzione e, l’anno successivo, a lasciare il trono al fratello Maometto II.

Sotto l’influsso dei ‘’Giovani turchi’’, il nuovo regime si fece promotore di una modernizzazione dello stato ottomano. Sulla scorta del costituzionalismo liberale europeo della seconda metà dell’Ottocento, i ‘’Giovani turchi’’ cercarono di attuare un ordinamento amministrativo più centralistico e soprattutto più efficiente rispetto a quello precedente; andarono tuttavia inconsapevolmente  ad incentivare i movimenti indipendentisti e nazionalisti dei popoli slavi, accelerando la dissoluzione di quanto restava della presenza ottomana in Europa. Da questa ‘’impasse’’ politica seppe approfittare l’Impero austro-ungarico che, nell’ottobre del 1908, procedette all’annessione della Bosnia-Erzegovina (territori precedentemente assegnati all’Austria-Ungheria in ‘’amministrazione temporanea’’ durante il congresso di Berlino nel 1878).

Pochi anni dopo, anche se indirettamente, fu l’Italia a riportare alla ribalta la questione della ‘’polveriera balcanica’’. Nel 1911 l’occupazione italiana della Tripolitania, provocò infatti una guerra con l’Impero ottomano, che subì l’ennesima sconfitta. Con la pace di Losanna del 1912, l’Italia si vide riconosciuto il dominio sulla Libia e sul Dodecaneso. La disfatta ottomana stimolò ulteriormente le mire indipendentistiche degli stati balcanici, che nel biennio tra il 1912 e il 1913(Prima guerra balcanica e Seconda guerra balcanica) si spartirono i Balcani, congedando di fatto l’Impero Ottomano da quella regione. Nel 1913 la presenza ottomana nei Balcani era ridotta solo alla Tracia.

Il tramonto definitivo dell’Impero ottomano si concretizzò con la catastrofica partecipazione alla prima guerra mondiale accanto agli imperi centrali( Impero austro-ungarico e Impero tedesco). Nel 1920, a seguito della sconfitta bellica e della dissoluzione dell’Impero ottomano,  con la firma del trattato di pace di Sèvres la Turchia fu costretta a cedere parte della penisola anatolica e la regione della Tracia allo stato greco. Tuttavia già da un anno il revanscismo turco si era incarnato nella figura del generale Mustafa Kemal (1881-1938), conosciuto successivamente con il nome di Atatürk (Padre dei Turchi), che era diventato il leader indiscusso dei rivoluzionari turchi contro i nazionalisti greci nella guerra greco-turca (1919-1922). La vittoria turca e la ratifica del trattato di Losanna nel 1923 segnarono la nascita della moderna Turchia. Deposto il sultano Maometto VI (1922), Mustafa Kemal divenne nell’ottobre del 1923 il primo presidente della neonata repubblica turca, carica che ricoprì fino al 1938 assieme a quella di presidente del Partito Popolare Repubblicano. Il repubblicanesimo dettato da Atatürk era di chiaro stampo autoritario, essendo fondato sul partito unico. Il Partito Repubblicano Popolare rimase infatti l’unica formazione politica legale nel paese fino al 1946, mentre nel 1950 si tennero le prime elezioni democratiche della storia turca. Da giovane ufficiale dell’esercito e membro dei ‘’Giovani turchi’’ ad eroe della Patria nella guerra greco-turca, Atatürk fu il padre della neonata repubblica turca. Il kemalismo-l’ideologia repubblicana e profondamente laicista di Atatürk- cambiò radicalmente la struttura politico-culturale della Turchia. Si impegnò in una profonda opera di occidentalizzazione e laicizzazione dello Stato: fece introdurre il suffragio universale, proibì l’uso del velo islamico alle donne nei locali pubblici (legge abolita solo negli anni 2000, dal governo dell’AKP di Erdogan), adottò l’alfabeto latino, il calendario gregoriano, il sistema metrico decimale e proibì l’uso del Fez e del turbante, troppo legati al passato regime, così come la barba per i funzionari pubblici e i baffi alla turca per i militari.

In tal senso si può quindi definire Mustafa Kemal come il corrispettivo turco dello zar di Russia Pietro ‘’il Grande’’ (1682-1725). La visione riformatrice kemalista andava di pari passo con il processo di secolarizzazione della nazione turca. Era infatti nota l’avversione di Atatürk nei confronti della religione islamica, e questo spiega l’inserimento nella costituzione kemalista dell’esercito come fattore determinante, per la salvaguardia della laicità contro possibili colpi di mano da parte di movimenti di matrice islamica,  prevedendo anche il ricorso a colpi di stato da parte dei militari (eventi che si sono verificati più volte nella storia recente della Turchia).

Tale sistema di ‘’autodifesa’’ scattò nel 1960, quando  le forze armate con un golpe rovesciarono il governo del Partito Democratico e Celâl Bayar, Presidente della repubblica Turca, venne arrestato insieme al primo ministro Adnan Menderes e ad altri membri del Partito Democratico e del governo. Seguirono anni di grande incertezza politica e istituzionale, da molti definita come l’ epoca della strategia della tensione. Tutto ciò rappresentò una buona causa per un nuovo golpe militare, che si concretizzò nel 1980. Il generale Kenan Evren instaurò un regime autoritario dal 1980 al 1982, modificando la Costituzione del paese con la reintroduzione di un sistema parlamentare monocamerale. Lo stesso Evren venne eletto Presidente della Repubblica nel 1982, mantenendo la carica fino al 1989.

Il ‘’Mustafa Kemal’’ rovesciato: Recep Tayyip Erdoğan

Se la figura storica più rilevante della storia turca nel ‘900 è senza dubbio quella di Atatürk, la figura politica più importante- e anche più controversa- del nuovo secolo è certamente quella di Erdoğan. Già famoso a livello nazionale come sindaco di Istanbul, Erdoğan fu condannato nel 1998 a tre anni di reclusione per incitamento all’odio religioso, dopo aver declamato in un discorso pubblico alcuni versi dello scrittore e poeta turco Ziya Gökalp: ‘”Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati (… )”.

Scontata la pena in carcere, Erdoğan fondò il ‘’Partito della giustizia e della Libertà’’( Akp) di chiara ispirazione islamico-conservatrice. Nelle elezioni del novembre 2002 il Partito della giustizia e della Libertà ottenne una vittoria schiacciante assicurandosi 363 seggi in parlamento e questo permise ad Erdoğan di andare a ricoprire la carica di Primo ministro.

Negli ultimi anni da più partisi è interpretata la politica erdoganiana come una nuova forma di ottomanismoSe la base del nazionalismo di Mustafa Kemal furono il laicismo e il secolarismo, quello di Erdoğan si basa su una fortissima politicizzazione della religione islamica. Dopo che il Presidente palestinese Abbas venne ricevuto con una cerimonia in stile ottomano durante la sua ultima visita di stato, un membro del parlamento, Tülay Babuşcu, ha ridicolizzato l’evento commentando: “Siamo tornati indietro di 90 anni”.

Proteste a Piazza Taksim (2013)

Presente

La Turchia ha fatto grandi passi in avanti soprattutto nel decennio che va dal 2002 al 2012. Sono state compiute molte riforme per soddisfare i requisiti per l’adesione all’Unione Europea(l’ingresso della Turchia è stato approvato in linea di principio dal Parlamento Europeo nel 2004; i successivi negoziati, cominciati nel 2005, stanno procedendo a rilento per motivazioni di politica interna ed estera).Tuttavia vi sono state importanti riforme economiche, come le privatizzazioni dell’apparato industriale, che nei decenni passati era quasi del tutto in mano allo Stato. Ma si potrebbero citare altre azioni politiche importanti, come l’implementazione del sistema sanitario, la realizzazione di grandi opere pubbliche, forme di redistribuzione della ricchezza. La classe dirigente turca ha effettivamente compiuto una serie di riforme, in termini formali, e quindi anche sostanziali della struttura socio-economica del paese. Dal 2013 in poi,la politica “neo-ottomana” che già si prefigurava negli anni precedenti ha avuto indubbiamente maggiore spazio. Questo perché Erdoğane il suo gruppo dirigente hanno capito che potevano avere un ruolo decisivo nel successivo ristabilirsi degli equilibri politici del Grande Medio Oriente. Per fare ciò, Erdoğan ha da un lato forzato i tempi dando il via ad una svolta autoritaria del suo governo, accentrando sempre più poteri nelle proprie mani e in quelle del suo partito.

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Nelle elezioni parlamentari del 2011, tenutesi il 12 giugno, hanno superato la soglia di sbarramento le tre formazioni già presenti nella precedente legislatura:

– il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo  (49,8% dei voti e 327 seggi);

-il Partito Popolare Repubblicano (25,9% dei voti e 135 seggi);

– il Partito di azione nazionale -affiliato al gruppo di estrema destra nazionalista dei “Lupi Grigi”- (13% dei voti e 53 seggi).

Il Partito per la giustizia e lo Sviluppo ha visto quindi i propri consensi attestarsi attorno al 50%. Tuttavia sul fronte interno la vera spina nel fianco per Erdoğan resta la questione dell’indipendentismo curdo, che ha avuto momenti di grande tensione tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016. L’ultimo atto della guerra intestina tra il regime di Erdoğan e il fronte d’opposizione al suo governo-minoranza curda e soprattutto le alte sfere dell’Esercito- si è consumato nella notte tra il 15 e il 16 Luglio 2016, quando una parte delle forze armate si è resa protagonista di un tentativo di colpo di stato per rovesciare il governo. o Molti analisti hanno sollevato dubbi sulla reale genuinità del colpo di Stato, ipotizzando un’operazione false flag per poter legittimare ulteriori restrizioni alle libertà civili e una serie di purghe sulla magistratura e sull’esercito. Queste riflessioni, per quanto legittime, hanno bisogno di riscontri storici, che si possono verificare solo sul lungo periodo. Si devono invece analizzare gli effetti immediati del fallito golpe sullo stravolgimento dei quadri dirigenziali della pubblica amministrazione e delle Forze armate. Quindi è ragionevole pensare che il colpo di stato sia nato dal fatto che i quadri dirigenziali dell’Esercito fossero venuti a conoscenza delle liste di proscrizione che l’apparato governativo aveva già preparato. È stato l’ultimo tentativo dell’Esercito di non essere colpito dalle epurazioni che erano state già previste. Certo, non parliamo tanto dei soldati, quanto piuttosto dei gruppi dirigenti. Anche perché la reazione dei militari “di truppa” è stata flebile, quasi inesistente, soprattutto se la confrontiamo con la piazza mobilitata da Erdoğan in così breve tempo. Anche quest’ultimo punto lascia intendere che qualcosa, nell’aria, ci fosse già e che ci sia stata una preparazione anche nella reazione al golpe. Reazione che non si è fatta attendere da parte del governo e che ha stravolto l’assetto del personale dell’apparato burocratico-amministrativo del paese. Le epurazioni- avvenute nel giro di poche settimane- hanno raggiunto numeri esorbitanti, ma ciò che colpisce è la capillarità con la quale sono state redatte tali liste di proscrizione. A seguire alcuni dati e alcune stime sulle ‘’purghe’’ erdoganiane, provenienti direttamente dalle relazioni stese dai delegati dell’ O.S.C.E.( Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) :

257  funzionari dell’esecutivo;

-8.777 funzionari del Ministero dell’Interno;

-7 funzionari del Ministero della Difesa; 

-1500 funzionari del Ministero della Finanza;

-492 funzionari dell’Osservatorio degli Affari religiosi;

-35 giudici della Corte d’appello.

Reazioni internazionali ed europee al golpe del luglio 2016

I numeri riportati nel paragrafo precedente sono davvero impietosi, e testimoniano ‘’de facto’’ il restringimento del campo delle libertà civili e politiche nella nazione turca. Sarcasticamente si potrebbe definire il sistema delle epurazioni dell’esecutivo di Erdoğan come un audace tentativo di ‘’riforma’’ della pubblica amministrazione turca, in nome della sicurezza e dell’ordine dello Stato. Il mondo occidentale ha condannato in maniera netta il tentativo dei Militari di rovesciare Erdoğan , perché è stato considerato un attentato nei confronti delle istituzioni democratiche turche. Tuttavia le purghe erdoganiane hanno lasciato molte perplessità e hanno fatto scaturire numerose critiche per i metodi di repressione politica, sostenuti dal governo nel periodo immediatamente successivo al golpe. Ecco le reazioni più importanti al golpe del luglio 2016.

Germania

Il primo portavoce della linea politica tedesca è stato il Ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier , che ha immediatamente condannato il tentativo di colpo di stato e allo stesso tempo ha trovato incoraggiante che tutte le forze politiche del Parlamento abbiano rigettato l’uso della forza per abbattere il governo di Erdoğan. Il 20 luglio sempre il Ministro Steinmeier rilascia alcune dichiarazione sull’entrata in vigore dello stato d’emergenza in Turchia (durante una visita a Washington, DC), sottolineando come la durata di quest’ultimo non debba andare oltre i limiti necessari, per non creare fratture insanabili all’interno della società civile turca. A tal fine lo stato dovrebbe prendere provvedimenti solo nei casi in cui vi siano prove di un concreto coinvolgimento, e non soltanto sulla base di sospetti e congetture politiche. A dar man forte al Ministro degli Esteri, si è unita anche il Cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha ribadito l’importanza del rispetto dei diritti civili nelle indagini delle autorità turche.

Stati Uniti d’America

Il 21 Luglio il vice-Presidente Joe Biden, ,durante una telefonata con il Primo Ministro turco Binali Yildirim, ha ovviamente criticato il fallito colpo di stato, e ha voluto sottolineare l’importanza strategica delle relazioni diplomatiche e politiche tra Stati Uniti e Turchia. Quest’ultima è infatti uno dei pilastri della N.A.T.O, essendo entrata nell’alleanza nord-atlantica già nel lontano 1952 in piena guerra Fredda. Tali dichiarazioni rientrano naturalmente nella grande strategia atlantica degli Stati Uniti, ma ciò non ci deve distogliere dalla situazione di grande gelo che persiste tra i due paesi, causata principalmente dalle opposte visioni politiche di Obama ed Erdoğan.

Unione Europea

L’Unione Europea, attraverso le dichiarazioni dell’Alto Rappresentante degli Affari esteri Federica Mogherini, ha ribadito il proprio sostegno al governo turco e sottolineando l’importanza della salvaguardia delle istituzioni democratiche e delle libertà fondamentali dei singoli cittadini. Il lavoro diplomatico dell’Unione Europea si è concentrato principalmente nello scongiurare la re-introduzione della pena di morte (abolita nell’ordinamento penale della Turchia nel 2004), poiché avrebbe rappresentato un notevole passo indietro nel processo di democratizzazione dello stato turco. La Mogherini ha evidenziato come la re-introduzione della pena capitale non si possa minimamente conciliare con l’intenzione della Turchia di fare il proprio ingresso nell’Unione Europea. Dopo l’accordo raggiunto sulla questione dei rifugiati politici siriani, i rapporti tra l’ Unione Europea e la Turchia sono giunti ad una situazione di ‘’impasse’’.

Il genocidio armeno e le tensioni con il Vaticano

Una tragedia che affonda le sue radici nel lontano 1894, con le prime, violente repressioni della protesta armena da parte degli ottomani e della fazione dei “giovani turchi”, dopo secoli di pacifica convivenza, e culmina con le stragi del 1915( secondo lo storico inglese Arnold J. Toynbee, ai tempi ufficiale britannico in Anatolia, le vittime si attestano ad oltre un milione di persone), complice l’ingresso della Turchia in guerra. A scatenare la violenza è la decisione di una parte della minoranza armena di arruolarsi nell’esercito russo. Tanto basta perché i turchi comincino a uccidere i soldati armeni del proprio esercito e l’élite culturale di quel popolo, a Istanbul. Rappresenta solo l’inizio: leggi speciali, deportazioni, massacri. Nel 1923 con la nascita della Repubblica turca, il genocidio diventa argomento scomodo, al punto che, oggi, si parla ancora di negazionismo del genocidio armeno. A 100 anni di distanza, Il 12 aprile 2015 papa Francesco riferendosi a tali avvenimenti ha parlato esplicitamente di genocidio, in occasione della messa di commemorazione del centenario in San Pietro. In segno di protesta l’ambasciatore turco presso la Santa Sede è stato richiamato ad Ankara, e la risposta del Presidente Erdoğan non si è fatta attendere: “Quando i politici e i religiosi si fanno carico del lavoro degli storici non dicono delle verità, ma delle stupidaggini’’.

Putin e Erdoğan

Futuro

La situazione che la Turchia sta affrontando oggigiorno è una di quelle situazioni che difficilmente potranno probabilmente essere risolte in poco tempo. Le forze militari, per evitare altri problemi che provengano dall’interno, probabilmente potrebbero evitare d’imbarcarsi in nuove sfide. Inoltre molti magistrati e professori sono stati allontanati dal loro incarico ed è difficile che comunque l’intero contesto turco tornerà alla normale operatività in poco tempo.

Approfondisci

Ma la domanda che forse si pone più di altre agli occhi di attenti osservatori è: quali saranno le conseguenze del colpo di stato riguardo alla Turchia come alleato militare all’interno della NATO? 

Si potrebbe provare a rispondere a questa domanda dicendo che il rapporto tra Nato e Turchia sembra una relazione d’interdipendenza, con una che non può fare a meno dell’altra e viceversa. 

Infatti la Turchia sembra essere un membro indispensabile all’interno della Nato per la lotta contro l’Isis, considerando soprattutto la base aerea di Incirlik, dalla quale partono gli aerei che bombardano le forze del Califfato in Siria e in Iraq. 

L’Europa, dal canto suo, non ha certo dimenticato la complessa situazione che c’era prima dell’accordo con Ankara sui migranti.

Nell’ottica statunitense (e della NATO) l’uscita della Turchia va evitata anche perché con tutta probabilità andrebbe a rafforzare l’asse Ankara-Mosca. 

Riassumendo, si può dire che sono pochi (o forse non ci sono proprio) i problemi occidentali che vedono la Turchia assente tra i protagonisti  e quindi sarebbe una mossa troppo rischiosa escluderla dalla NATO.

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