Tunisia

SEZIONE 1 | BACKGROUND DATA

Anagrafica

    • Nome ufficialeRepubblica Tunisina
    • Confini: Algeria (ovest), Libia (sud-est), Mar Mediterraneo (nord, nord-est)
    • Forma di governo: Repubblica parlamentare, semipresidenziale
    • Religioni: musulmani sunniti (99,1%), altri (1%)
    • PIL: 127,2 miliardi di $ (pro capite: 11.600 $)

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    • Superficie: 163.610 km²
    • Gruppi etnici: arabi (98%), europei (1%), ebrei/altro (1%)
    • Lingue: arabo (uff.), francese, berbero
    • Popolazione: 11.037.225
    • Tasso di migrazione netta: -1,73/1000
    • Tasso di natalità: 16,4 (nati/1.000 abitanti)
    • Urbanizzazione popolazione: 66,8%
    • Città principali: Tunisi (cap. – 728.453 abitanti), Sfax, Sousse, Ettadhamen-Mnihla, Kairouan, Gabès
    • Aspettativa di vita media: 75,89 anni
    • Principali partiti politiciNidaa Tounes (liberali), Ennahda (islamisti  moderati)
    • Moneta: dinaro
    • Export partners (2014): fra (29,7%), ita (17,1), ger (11,5), lyb (5,4)
    • Import partners (2014): fra (19,9%), ita (19,5), ger (7,6), chi (5,5)
     

Il Presidente della Repubblica Essebsi

Istituzioni

La Tunisia è una democrazia giovane, nata dopo l’ultima rivoluzione del 2010/2011, passata alla storia come “Rivoluzione dei Gelsomini. Il paese sta tuttora vivendo la transizione successiva alla caduta del Presidente Zine al-Abidine Ben Ali, al quale è succeduto un Governo ad interim guidato dal partito islamista Ennahda esuccessivamente, un Governo democraticamente eletto il 26 Ottobre 2014, quando le prime elezioni libere sancirono la seguente composizione del Parlamento: 86 seggi a Nidaa Tounes (partito laico), 69 a Ennahda (letteralmente Movimento della Rinascita), e a seguire altri partiti minori (Unione Patriottica Libera e Fronte Popolare su tutti). Tale composizione ha eletto, nei mesi successivi, il Presidente della Repubblica, Beji Caid Essebsi, il quale il 6 Febbraio 2015 ha incaricato l’indipendente Habib Essid di formare il Governo che tuttora detiene il potere esecutivo.  

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Il maggior risultato della transizione è stato l’adozione di una Costituzione, entrata in vigore il 26 Gennaio 2014 egiudicata molto moderna dalla comunità internazionale; inoltre è stato avviato un corposo e ambizioso processodi riforme in diversi settori.

 

Una caratteristica importante e peculiare del processo di rinnovamento in atto è costituita dal fatto che la società civile ha avuto un ruolo fondamentale di spinta al processo democratico, a differenza di quanto accaduto, ad esempio, in Egitto. Si può dire, insomma, che l’islamismo politico tunisino sia stato caratterizzato da pragmatismo e tolleranza, costituendo così una sorta di via tunisina alla democratizzazione, che distingue il Paese dentro un mondo arabo fortemente disomogeneo.

L’assetto politico-istituzionale raggiunto dalla Tunisia è descrivibile come una combinazione di sistema parlamentare e sistema presidenziale.

Bisogna però considerare che il Parlamento è composto per ben due terzi da newcomers, ossia da persone che rivestono tale ruolo per la prima volta: per questo esso risente dell’inesperienza di larga parte dei suoi componenti, aspetto che, considerate le complessità che il Paese si trova ad affrontare, rende più lento e difficoltoso il processo di modernizzazione delle Istituzioni. Gli stessi parlamentari ammettono questa mancanza, invocando la necessità di un confronto con altre esperienze: per questo, sono preziose le esperienze di capacity building cofinanziate dall’UE, ad esempio attraverso twinnings con Francia e Italia. Ciò vale sia per il livello parlamentare che, più in generale, per la Pubblica Amministrazione.

Il rapporto tra Governo e Parlamento è spesso complesso. Il Governo riferisce in parlamento mediamente una volta al mese sulle questioni importanti, frequenza giudicata inadeguata dal Parlamento. Tuttavia, la maggioranza quadripartitica che sostiene il Governo garantisce a livello parlamentare degli ampi margini di sicurezza, che sono una buona garanzia per la prosecuzione del percorso di riforme, anche se diverse defezioni nel partito di Essebsi (dovute ad equilibri interni) ne hanno minato l’integrità, consegnando peraltro la maggioranza relativa in Parlamento ad Ennahda.

Le difficoltà per i parlamentari sono molte, spesso di natura esclusivamente tecnica: basti pensare che i parlamentari non sono dotati degli strumenti minimi (PC, telefoni, ecc.che consentano loro di svolgere efficacemente il proprio mandato, e sono costretti ad usare i propri mezzi personali, senza peraltro poter disporre di collaboratori; gli stessi partiti politici non hanno alcun tipo di supporto e di strumento. Per ovviare a questi inconvenienti è stato stabilito un budget, che è però vincolato alla volontà del Presidente della Repubblica di metterlo a disposizione.

Un importante riconoscimento al lavoro di democratizzazione svolto è costituito dal conferimento del Premio Nobel per la Pace 2015 al “Quartetto per il dialogo nazionale tunisino”, composto dal segretario generale dei sindacati dei lavoratori, Houcine Abbassi, dalla Presidente dell’associazione degli imprenditori, Wided Bouchamaoui, dal Presidente della Lega per i diritti umani, Abdessattar Ben Moussa, e dal Presidente dell’ordine degli avvocati Fadhel Mahfoudhche. Questo quartetto ha avuto un ruolo centrale in questo processo: ha contribuito a rendere possibili le elezioni del 2014 e ha sostenuto i lavori dell’Assemblea costituente. I suoi membri hanno portato avanti diverse mediazioni, favorendo il dialogo tra cittadini, politici e classi dirigenti, risolvendo anche le tensioni legate alle differenze religiose. Secondo il Comitato dei Nobel, il “Quartetto” ha inoltre “contrastato la diffusione della violenza in Tunisia e le sue funzioni sono state comparabili a quelle dei congressi di pace cui fa riferimento Alfred Nobel nel suo testamento”.

Dinaro tunisino

Economia

Dopo quattro anni di transizione democratica, l’economia rimane in difficoltàA seguito della “Primavera araba” si sono infatti manifestati gli effetti negativi sull’economia: nel 2011 le perdite sono ammontate a 2,5 miliardi di dinari, circa il 4% del PIL. Da allora, la crescita economica è lentamente ricominciata, ma non si hanno effetti reali sulla disoccupazione. Questo anche a causa dei recenti attentati terroristici, che hanno minato il processo di ripresa, facendo crollare il tasso di crescita dal 2,5-3% all’1% in pochi mesi: all’inizio di settembre 2015, la Banca Centrale di Tunisia ha annunciato una recessione tecnica a causa dell’abbassamento dello stesso tasso per due trimestri consecutivi. L’inflazione è al 5-6%, e si stima che resti a questi valori nel breve e medio termine. La disoccupazione complessiva è intorno al 15%, quella giovanile al 32%, e questo costituisce un problema grave in quanto rende il mondo giovanile terreno fertile per il reclutamento da parte dei terroristi.

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Occorrerebbe un cambiamento radicale, passando dal precedente modello di sviluppo economico a basso valore ad un sistema produttivo e di servizi a maggior valore aggiunto e a maggior contenuto tecnologico: il programma di riforme economiche avviato dal Governo è ambizioso, ma richiede tempo.

Uno dei settori critici per il rilancio dell’economia tunisina è quello del turismo. Gli attentati al museo delBardo (Marzo 2015) e alla spiaggia di Sousse (Giugno 2015) ne hanno fortemente penalizzato l’indotto, mettendo in ulteriore crisi il processo di consolidamento economico. Nel 2015 si è registrato un calo di circa il 30% sull’affluenza di turisti, quantificabile in oltre 1 milione di mancate presenze, dato tragico se si considera che – come detto – il settore turistico è uno degli assi portanti dell’economia tunisina. Infatti, fino al 31 luglio 2015 i dati registravano una diminuzione di quasi un quarto delle entrate, scendendo da circa 850 milioni di euro a 650.

Per questo, la sicurezza del Paese viene percepita dagli investitori internazionali come un elemento critico rispetto alle politiche di investimento, e gli attentati hanno avuto l’effetto di frenare molti investimenti. È significativo in questo senso il fatto che numerosi imprenditori stranieri sono rientrati in Tunisia dopo le vacanze lasciando le proprie famiglie nel Paese d’origine.

Vi è dunque oggi nel Paese una forte esigenza di investimenti per la sicurezza, ma per realizzarli è necessario un incremento rilevante della spesa pubblica, che inevitabilmente richiede aiuti esterni. 

Il Governo ha peraltro predisposto un piano di rilancio sia per il settore turistico che per gli investimenti stranieri, cercando di sostenere l’idea che la Tunisia è un Paese sicuro. 

Il crollo del turismo, per fortuna del governo tunisino, è però stato compensato in questi ultimi mesi dal crollo del prezzo del petrolio, voce di spesa che ha una certa rilevanza (circa il 7%) sul PIL.

Un altro punto di forza dell’economia nazionale è la produzione agricolail cui fiore all’occhiello è l’ottimo settore dell’olio di oliva. Proprio dell’olio tunisino si è dibattuto molto in Italia negli ultimi mesi (qui un recente approfondimento de Il Post), a seguito della decisione della Commissione Europea (poi dibattuta e rivista dal Parlamento e tuttora in discussione tra gli organi competenti) di aumentare la quantità di importazione esente da dazi di olio, al fine di dare una spinta all’export tunisino.

Sempre in merito alle esportazioni, la Tunisia è in grado di produrre energia da fonti rinnovabili e, successivamente, di venderla all’estero. Si rivela perciò strategico il progetto, in fase di studio di fattibilità, di interconnessione sottomarina tra Tunisia e Italia, il cui costo è stimato in 600 milioni di euroProgetto che, peraltro, rientra in un tema più vasto, ossia quello degli investimenti in infrastrutture, passo decisivo da compiere per colmare un gap ancora troppo rilevante. 

Effettivamente appare ampio il novero degli esborsi che il governo dovrebbe compiere per stimolare la crescita economica del paese; tuttavia, bisogna rilevare che non si tratta di “investimenti a perdere”, anzi: l’economia tunisina ha infatti un notevole potenziale inutilizzato, ma per poterlo sfruttare deve diventare più aperta, competitiva, trasparente.

In merito alla trasparenza, poi, è fondamentale dare una sterzata per semplificare un apparato – quello burocratico – che rende l’amministrazione pubblica inefficiente e inefficace: la mancanza di trasparenza fiscale e la corruzione, infatti, penalizzano e scoraggiano anche quegli investimenti che non cedono di fronte al primo ostacolo – per dir così – della sicurezza. Lo stesso discorso è applicabile per un altro grave problema che affligge il sistema economico tunisino, quello dell’economia sommersa: elemento di rilievo nel quadro economico nazionale, senza dubbio otterrebbe benefici da un aumento della tracciabilità e della – appunto – trasparenza, contribuendo a valorizzare risorse attualmente soffocate.

Per quanto riguarda, invece, il sistema bancario, è in atto un processo di ristrutturazione delle banche pubbliche, unitamente ad una complessiva riorganizzazione dell’intero sistema. Le banche italiane (Intesa San Paolo su tutte) stanno osservando l’evoluzione della situazione per decidere eventuali investimenti sulla propria presenza in Tunisia.

Altro importante piano del Governo in materia economica è quello di favorire il processo di privatizzazione di alcuni settori dell’economia, strutturalmente e storicamente fortemente statalisti. Bisogna ammettere che il progetto non decollerà facilmente: per ovviare a queste difficoltà, l’esecutivo punta ad introdurre nel paese il concetto di PPP (Partnership Pubblico-Privato).

La riuscita di questo e degli altri programmi, è chiaro, contribuirebbe a generare un balzo in avanti in termini di competitività, ambito nel quale oggi la Tunisia occupa una posizione intorno al settantesimo posto su centocinquanta Stati misurati dagli indici della Banca Mondiale.

Infine, merita un approfondimento il discorso della cooperazione italo-tunisina, storicamente una delle relazioni economiche (e non solo) privilegiate per entrambi i paesi. Infatti, l’Italia è il secondo partner commerciale della Tunisia, sia dal punto di vista dell’import (14,8%) che dell’export (19,8%) tunisini. Un quarto delle imprese straniere è italiano, avvalendosi di circa 800 unità per un totale di oltre 60 mila lavoratori. L’importanza di questo rapporto è stata evidente in occasione del Memorandum di cooperazione italo-tunisino 2014-2016, per la cui firma il Presidente Mattarella si è recato a Tunisi.

SEZIONE 2 | SCENARI

Pittoni | "Didone fonda Cartagine"

Passato

La Tunisia ha sempre avuto un ruolo fondamentale a livello internazionale, soprattutto negli scenari regionali, a causa della sua posizione strategica, che la pone al centro dei traffici del Mediterraneo e a ridosso delle coste italiane.

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Questa particolare collocazione le ha conferito un ruolo geopolitico di primo piano, evidente fin dai tempi della civiltà fenicia, che si esprimeva in tutta la sua grandezza nella città di Cartagine, fondata nell’814 a.C. (la leggenda vuole dalla regina Didone) e protagonista delle Guerre Puniche contro i Romani. Questi ultimi, amministrando la città e la regione circostante, contribuirono allo sviluppo economico del paese, ponendo in particolare le basi per la ricca agricoltura e l’organizzata urbanizzazione. Assieme ai tratti caratteristici della civiltà romana, l’occupazione dell’Impero portò anche il cristianesimo.

Intorno al VII secolo d.C., tuttavia, la regione fu occupata dagli arabi, che tra il 647 e il 702 ne ottennero il totale controllo a spese dei Bizantini e dei Berberi. Con la conversione di questi ultimi all’Islam, il dominio fu totale, tanto che la Provincia Africa divenne Ifriqiya. Per i circa mille anni successivi, si alternarono diverse dinastie, alle volte allargando o restringendo la porzione di territorio controllata.

Il 12 Maggio 1881 la svolta: con il trattato del Bardo, la Tunisia diventa un protettorato francese, aggiungendosi così all’Algeria e sottraendosi alle stesse mire dell’Italia. Il regime coloniale francese, al quale furono opposte intense resistenze per tutta la sua durata dalla popolazione locale, investì soprattutto sulle risorse minerarie e agricole, nonché sulle infrastrutture e i trasporti.

Dopo il passaggio nella Repubblica di Vichy a seguito degli sviluppi della Seconda Guerra Mondiale, la Tunisia fu occupata dalle forze dell’Asse, fino al discorso pronunciato il 31 Luglio 1954 dal Primo Ministro francese Pierre Mendès France che, premiando anni di feroce lotta contro l’occupazione straniera, riconobbe l’autonomia tunisina.

Il regime coloniale francese terminò nel 1956 con l’abrogazione, il 20 Marzo, del Trattato del Bardo: l’8 Aprile seguente si svolsero le prime elezioni, vinte con il 95% dal partito Neo-Destouril cui esponente Habib Bourguiba divenne Primo Ministro. Il suo primo grande atto fu l’abrogazione del doppio regime (coranico e civile)avviando la secolarizzazione del paese: emancipazione per le donne, abolizione della poligamia e istruzione gratuita furono le principali conquiste dello stato nordafricano. La Costituzione segnò la laicizzazione del paese, spinto da Bourguiba verso un socialismo che, per gli equilibri del Patto Atlantico, portò la Francia a disimpegnarsi fisicamente ed economicamente in modo sempre maggiore. Per questo, il progetto socialista fu abbandonato, e il Primo Ministro cominciò un percorso che portò al pluralismo politico.

Questa grande fase di secolarizzazione e democratizzazione fu bruscamente interrotta nel 1987, quando il generale Ben-Ali portò a termine un colpo di stato e instaurò un vero e proprio regime autoritario.

Lo scontento per i suoi metodi autocratici fermentò per due decenni, per poi scoppiare in quella che divenne la rivoluzione del 2011 (detta “dei Gelsomini), passata alla storia come una delle rivolte che costituirono la Primavera Araba; la scintilla fu il suicidio del venditore ambulante Mohamed Bouazizi, il quale il 17 Dicembre 2010 diede l’avvio – col suo gesto estremo – alla rivoluzione che avrebbe messo fine a 23 anni di potere, arrivando alle prime elezioni libere nell’Ottobre 2011. In questo passaggio si rivelarono decisivi i social media, che permisero di bypassare la censura di regime e di denunciare pubblicamente la repressione politica e la corruzione economica del regime di Ben Ali, esacerbando lo scontento generale.

Il partito islamista moderato Ennahda promise tolleranza, ma mise sotto pressione i media e propose una costituzione che avrebbe tolto alle donne i diritti ottenuti negli anni precedenti. Le uccisioni di due politici dell’opposizione nel 2013 compromise l’immagine dell’Ennahda, e i suoi oppositori scesero nelle strade per invocare le elezioni. Nell’Ottobre 2013 Ennahda accettò di farsi da parte in favore di un Governo imparziale, passo che fu la premessa per, in ordine, adottare una nuova Costituzione a Gennaio 2014, convocare libere elezioni – alle quali gli islamisti furono sconfitti – ad Ottobre 2014, ed eleggere il Presidente il Novembre successivo. La maggioranza fu ottenuta dal partito Nidaa Tounes, Beji Caid Essebsi fu eletto Presidente (prendendo il posto di Moncef Marzouki, che lo era stato ad interim tra il 2011 e il 2014).

Presente

Dal punto di vista strategico, oggi la Tunisia è un unicum. Infatti, la sua posizione e la sua storia potrebbero far pensare ad una vicinanza con la confusione degli altri paesi nordafricani e medio-orientali; al contrario, a seguito della Rivoluzione dei Gelsomini, la Tunisia sembra aver scelto con chiarezza da che parte posizionarsi. Infatti essa ha approfondito sempre più i suoi rapporti con il mondo occidentale, europeo in particolare, beneficiando per questo di una serie di aiuti funzionali alla sua ripresa politico-economica, e marcando allo stesso tempo una grossa distanza con i suoi vicini, in particolare la Libia e l’Egitto. Proprio questi legami l’hanno reso bersaglio privilegiato di gruppi armati e ideologie anti-Occidente.

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Come detto, questa scelta di campo è stata utile a livello economico: l’Unione Europea ha finanziato ingentemente la Tunisia (qui il dettaglio della politica di vicinato dell’UE nei confronti della Tunisia), anche se uno dei temi fondamentali è l’effettivo utilizzo che viene fatto dei fondi esteri. Il programma di finanziamento dell’UE non è cambiato a seguito degli attentati del 2015, anche perché già prima la sicurezza tunisina era una priorità per l’Unione Europea. Semmai, è stata posta una maggiore concentrazione dei finanziamenti nel campo della prevenzione e del contrasto alla radicalizzazione, attraverso il sostegno a progetti nel campo della cultura e dell’educazione. Il Presidente della Commissione Europea Juncker ha peraltro dato il suo assenso ad ulteriori programmi di sostegno economico, mediante lo strumento della Banca Europea degli Investimenti: la realizzazione degli stessi, ora, dipenderà dal tipo di proposte che verranno avanzate. La transizione tunisina è motivo di riprova, per l’UE, del fatto che la politica di vicinato, basata sul principio di “more for more”, sta dando i suoi frutti.

Nel Marzo 2014 UE e Tunisia hanno firmato il Partenariato di Mobilità, che prevede una stretta cooperazione in materia migratoria, e in particolare rispetto alla migrazione legale, al contrasto a quella illegale, al collegamento migrazioni-sviluppo e alla protezione internazionale.

Al di là dei rapporti con l’UE, la Tunisia sta lentamente riallacciando i rapporti internazionali interrotti dopo la Rivoluzione del 2011. Un esempio è stata la dichiarazione, fatta il 19 Novembre 2015 dall’allora Ministro degli Esteri Baccouche (nel frattempo eletto Segretario Generale dell’Unione del Maghreb Arabo e sostituito da Khmaïyes Jhinaoui), dell’intenzione di ristabilire relazioni diplomatiche con la Siria; la decisione s’inserisce nella scia tracciata con l’apertura di un consolato a Tripoli e Bengasi. Rientrano in questa strategia anche le numerose sinergie con istituzioni internazionali quali la Banca Mondiale e la Banca di Sviluppo Africana. Il posizionamento strategico della Tunisia, comunque, resta orientato ad un non-allineamento, confermato dalle tensioni con Ankara in seguito alle critiche dello stesso Baccouche sulla gestione dei flussi di jihadisti, netta differenza rispetto alla politica di matrice islamista perseguita sotto il governo di Ennahda.

Oltre alle eccellenti relazioni bilaterali con il Governo italiano e quelle ottime con l’Unione Europea, sono buone anche quelle con la NATO.

Il 10 Luglio 2015, infatti, il Presidente degli USA Obama ha annunciato l’attribuzione allo stato tunisino del rango di “major non-NATO ally, che permette alla Tunisia l’accesso privilegiato a progetti di formazione, fornitura e finanziamento militare (Reuters – Obama says to designate Tunisia a major non-NATO ally)Questo anche a riconoscimento del fatto che la Tunisia ha fornito diversi peacekeepers nelle zone di conflitto.Inoltre, la Tunisia è annoverata nel conto dei sette paesi che formano il Dialogo Mediterraneo, ossia un partenariato NATO istituito nel 1994 e che comprende anche Mauritania, Marocco, Algeria, Egitto, Israele e Giordania. Con la NATO c’è anche un solido rapporto bilaterale, soprattutto a partire dalla transizione post-rivoluzione. Questo legame è ritenuto strategico e di vitale importanza per accedere alle risorse dell’Alleanza atlantica.

Il Parlamento tunisino possiede anche lo status di osservatore nel Gruppo Speciale del Mediterraneo e del Medio Oriente dell’Assemblea Parlamentare della NATO, della quale il Gruppo Speciale Mediterraneo e Medio oriente (GSM) è organismo specializzato: creato nel 1997, il GSM ha il compito di intensificare le relazioni con i paesi mediterranei di sponda africana e mediorientale.

La Tunisia è poi partner per la cooperazione mediterranea dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE, nonché partecipante di vari processi: il Processo di Rabat, ampio quadro di dialogo che riunisce attorno al tema migratorio gli Stati membri dell’UE e i Paesi dell’Africa occidentale, centrale e mediterranea; e il Processo di Khartoum, che coinvolge UE e Stati dell’Africa orientale (oltre all’Egitto). Infine, essa sarà elemento cardine, insieme al Marocco, del Programma Regionale di Sviluppo e Protezione, lanciato dall’UE per i Paesi del Nord Africa.

Futuro


Riforme

 

La transizione non è ancora finita per due ragioni principali, al di là del terrorismo: la prima è che il sistema politico non è ancora pronto per un reale pluralismo, la seconda che il modello economico deve evolvere. Infatti, la crescita complessiva di investimenti (+30%) – che non dimostra altro se non il fatto che se si creano le premesse, il paese è oggetto di fiducia – dimostra che la stabilità politica ed economica è più importante dei problemi del terrorismo (che pur restano cruciali).

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Per questo, uno dei nodi principali è legato alla realizzazione delle riforme politiche, economiche e sociali, urgenti sia per consolidare il processo democratico tunisino, sia per migliorare il clima per gli investimenti e affari in generale. Ovviamente, il tempo necessario per effettuare tali riforme è molto: per questo è importante un periodo di stabilità politica e sociale, oltre che un continuo e solido aiuto economico estero per sostenere – tra le altre cose – l’incremento recente delle spese per la sicurezza.

Si può affermare che i prossimi 5 anni saranno quelli decisivi per una riforma complessiva della Tunisia, o se non altro per porre le basi di quegli interventi necessari per proseguire nel cammino intrapreso in questi ultimi mesi. Si possono individuare alcuni ambiti in cui è prioritario intervenire.

Uno di questi è quello giudiziario: in particolare, è necessario aumentare il grado di trasparenza, concorrenza e certezza del quadro normativo, che attualmente non corrisponde ai desiderata degli investitori stranieri, nonché rigenerare il sistema giudiziarioDalla rivolta del 2011, nessuno dei Governi ad interim si è impegnato per apportare reali cambiamenti al sistema giudiziario, che tuttora coinvolge molte figure del vecchio regime. La Costituzione, adottata ad inizio 2014, ha finalmente spianato la strada per un reale cambiamento che ristrutturi il Consiglio dei giudici e introduca una Corte Costituzionale. Il Presidente Essebsi ha firmato, il 28 Aprile 2016, una legge organica sulla creazione del Supreme Judicial Council (il corrispettivo dell’italiano CSM): quando sarà delineato nella sua interezza, esso potrà a sua volta eleggere un terzo della Corte Costituzionale, con gli altri due nominati in egual misura da Presidente e Parlamento. Primo difficile compito della Corte Costituzionale sarà quello di armonizzare la legge tunisina già in vigore con gli articoli della nuova Costituzione; inoltre, dovrà determinare il ruolo legale di un numero di trattati internazionali che la Tunisia ha ratificato ma che non sono – o lo sono parzialmente – applicati in pratica.

Altro grande ambito che necessita attenzione è quello della Pubblica Amministrazione: è necessario aumentarne la trasparenza e l’efficienza, grazie alla semplificazione e alla riforma della burocrazia, con la promozione della cultura del risultato piuttosto che della procedura.

Riforme da promuovere sono quelle del sistema educativo e del welfare, che oggi grava sul bilancio statale per una percentuale del 6% (2% di health care). Allo stesso modo bisogna rafforzare ulteriormente le relazioni con l’UE al fine di costruire una fast track per non farsi rallentare dalla burocrazia e dare un impulso allo sviluppo delle infrastrutture (in particolare quelle energetiche per sostenere la vendita dell’energia rinnovabile): per quest’ultimo ambito, c’è un rapporto con altri paesi dell’area per beneficiare dei finanziamenti di fondi di sviluppo arabi.

È già stata avviata, invece, la riforma del sistema fiscale; da due anni, poi, è stato intrapreso un percorso per rendere più attrattivo il sistema finanziario. Allo stesso tempo, occorre una riforma complessiva del sistema bancario, che attualmente presenta tre banche pubbliche.

Sempre in campo economico, sono infine tre le riforme-chiave da effettuare così da risolvere uno dei maggiori problemi del paese, la disoccupazione: la svalutazione del dinaro, il cui prezzo attuale – troppo elevato – scoraggia la compravendita di moneta tunisina ed impedisce un aumento dell’export; la riduzione dei dazi sull’import, così da obbligare gli imprenditori tunisini ad essere più efficienti per competere con i prodotti esteri; e la privatizzazione delle proprietà statali e, in generale, la riduzione del ruolo dello Stato nell’economia.


Sicurezza

 

Il primo appunto da fare è che la risoluzione dei problemi di sicurezza è legata ad accordi politici regionali e internazionali. Infatti, uno dei maggiori problema è rappresentato dal fatto che il cuore della regione, ossia Algeria e Marocco, è politicamente diviso e non coopera in materia di sicurezza: la maggiore sfida per la politica è quella di superare questo blocco.

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Parallelamente, questo è ovvio, è importante operare a livello interno. A tal proposito, si rileva che è in corso una drastica riforma del ministero degli Interni, per ora appena iniziata.

Le istituzioni responsabili della sicurezza nazionale sono la Polizia, la Guardia Nazionale e l’Esercito. Queste entità, tuttavia, non collaborano tra loro, favorite in questo da una strutturale confusione dei ruoli, legata anche alla storia recente del Paese. La Polizia, ad esempio, con Ben Ali proteggeva il regime, e conserva quindi al proprio interno visioni legate al precedente regime. La Guardia Nazionale ha avuto storicamente il compito della protezione dei confini. L’Esercito, infine, è l’unica istituzione i cui compiti sono chiari in termini di difesa nazionale, ma che fatica a collaborare con altri Eserciti. In questo quadro confuso non sono chiare le competenze e le sinergie tra le varie Forze. Il coordinamento è dunque di straordinaria importanza per il Paese e su questo fronte si concentra il lavoro del Ministero degli Interni e di quello della Difesa.

Dopo l’attentato di Sousse, poi, sono state adottate diverse misure per incrementare la sicurezza del paese, tra cui la chiamata di oltre mille riservisti dell’esercito con la funzione di sorveglianza e la chiusura immediata di 80 moschee abusive.

In seguito allo stesso attentato, il Presidente Essebsi aveva proclamato lo stato di emergenza dal 4 Luglio al 3 Ottobre, misura presa nuovamente in seguito ad un altro attentato terroristico che il 23 Novembre colpì il bus delle guardie presidenziali nel centro di Tunisi e prorogata per altri tre mesi il 23 Marzo 2016.

La sicurezza, inoltre, passa anche da un intervento sulla società tunisina: sia, come detto, con un vasto programma di educazione e finanziamento della cultura, sia con la rimozione delle cause economiche del disagio della popolazione – in primis la disoccupazione – sia, infine, con l’attenzione a “micro-fenomeni” apparentemente minuziosi ma indicativi: ad esempio, il fatto che gran parte della popolazione segua la TV francese, il che da un lato provoca conoscenza, ma dall’altro anche meccanismi di rigetto per la cultura occidentale; o che la società tunisina è marcatamente spaccata in due, con la presenza di ricchi sulle coste e di poveri all’interno.

Infine, ultimo tema da evidenziare è quello del mare, elemento strategico per la Tunisia. Bisogna dunque citare l’importante base di Bizerte, che si trova in una posizione logisticamente molto favorevole per la presenza di una vicina base aerea e di un sistema di gallerie sotterranee. La sua importanza è dimostrata dal fatto che tra le due guerre mondiale ebbe un ruolo fondamentale per il dominio dei mari. Inoltre, fornisce lavoro a duemila persone. Al di là della singola base, è importante il tema della sicurezza delle frontiere marittime, come facilmente intuibile: sia per la garanzia dei traffici commerciali, alimentati da più di 500 navi al giorno, sia per il contrasto a pratiche illegali quali il traffico di esseri umani e di armi. Per garantire ciò, la Tunisia ha una politica navale di contrasto alle minacce provenienti dal mare (grazie ad un sistema di sorveglianza delle coste) e di protezione del territorio nazionale. Questa attività si svolge su tre cinture marittima: litorale (nella quale operano unità piccole e molto veloci), fino alle 12NM e dalle 12NM ai limiti territoriali. Tredici stazioni radar coprono la prima e la seconda cintura, e negli ultimi tre anni le missioni sono andate aumentando costantemente. È in atto un processo di rinnovo della flotta.


Diritti Umani

 

Bisogna rilevare che la Tunisia non ha ancora ratificato la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie. Tuttavia, qualcosa si è mosso negli ultimi anni.

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L’aumento delle libertà civili dopo la rivoluzione e l’improvvisa presenza di numeri significanti di immigranti hanno aumentato notevolmente l’impegno della società civile tunisina per i diritti dei migranti. Allo stesso tempo, associazioni tunisine in Europa (come ADTF – Associazione Democratica dei Tunisini in Francia, o l’UTIT – Unione dei Lavoratori Tunisini Migranti) hanno cominciato ad operare in Tunisia, connettendo le rivendicazioni per maggiori diritti dei migranti in Europa alle esortazioni per un miglior trattamento dei migranti in Tunisia.

Inoltre, sono state create in Tunisia associazioni come CeTuMa (Centro di Tunisi per le Migrazioni e l’Asilo) e AFVIC (Associazione delle Famiglie Vittime delle Migrazioni Irregolari), le quali offrono supporto ai rifugiati e alle famiglie dei migranti morti nel tentativo di attraversare i confini.

Il governo in carica deve considerare le richieste del popolo per una maggiore dignità, per maggiori diritti umani e maggiore libertà nelle politiche migratorie, così da garantirsi ulteriore legittimazione politica e stabilità sociale. Inoltre, l’inclusione della società civile nell’elaborazione di una nuova cornice legale sulle migrazioni può portare ad un approccio più orientato al rispetto dei diritti umani dei migranti, fungendo da esempio per gli altri paesi dell’area mediterranea, sia sulla sponda africana sia su quella europea.


Migrazioni

 

Nella storia della Tunisia si possono individuare due grandi trend migratori: un primo successivo all’indipendenza del 1956, diretto verso l’Europa occidentale (in particolare la Francia, ex madrepatria) e, a partire dalla metà degli anni ’70, un secondo concentrato sulla Libia.

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Sia sotto il dominio di Bourguiba, che sotto quello di Ben Ali, la politica tunisina sulle emigrazioni fu regolata da due principi: incoraggiare i lavoratori ad emigrare e monitorare i tunisini che vivevano all’estero. Solo nel nuovo millennio la politica tunisina si è decisa ad intervenire nei confronti dell’immigrazione dalla regione sub-sahariana, intensificatasi in qualità della posizione strategica della Tunisia di rotta intermedia per l’Europa.

I giovani si trasferiscono in Libia, dove riescono a guadagnare 600/800 euro l’anno, uno stipendio molto alto rispetto agli standard tunisini.

Le migrazioni dall’Africa all’Europa sono una minaccia per la stessa Tunisia. L’UE dovrebbe aiutare a controllare i confini: quello con l’Algeria è sotto controllo, mentre quello con la Libia rappresenta un problema.

In questa materia è stato siglato un buon accordo con l’Italia: le migrazioni illegali dalla Tunisia, infatti, sono calate dalle 28 mila del 2011 alle 417 di metà 2015, a dimostrazione dell’efficacia di una reale cooperazione governativa.

Il miglioramento della situazione libica, poi, aiuterà anche la Tunisia.

La maggior parte dei migranti trascorre del tempo in Tunisia lavorando nel settore del turismo o dell’agricoltura, ma solo in attesa di uno spostamento definitivo verso l’Europa, alla quale accedono prevalentemente attraverso la Sicilia.

Un’azione decisa sull’immigrazione è emersa nell’agenda politica tunisina solo all’inizio del XXI secolo, parzialmente in reazione degli appelli europei a prevenire le migrazioni irregolari.

I due paesi europei in cui si trovano il maggior numero di tunisini sono la Francia, con circa 190 mila presenze, e l’Italia, con 123 mila. Nel solo 2011 si sono verificati ben 28 mila sbarchi di tunisini sulle coste italiane a seguito della Primavera araba, numero drasticamente calato nei due anni successivi (2.268 nel 2012 e 833 nel 2013); la Polizia di frontiera ha rilevato, nel 2014, lo sbarco illegale di 1.637 cittadini tunisini, numero sceso a circa 500 nello scorso anno.

È in corso di negoziazione un Accordo quadro in campo migratorio che permetta una gestione efficace ed efficiente dei flussi migratori tra Tunisia e Italia: le maggiori criticità riguardano il tema dell’identificazione e dei rimpatri dei migranti irregolari.


Terrorismo

 

Lo scopo del terrorismo in Tunisia è quello di provocare la partenza degli europei dalla Tunisia, e in questo senso bisogna ammettere che l’obiettivo è stato parzialmente raggiunto. Il prossimo passo sarà quello di costringere ad emigrare gli operatori economici.

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La Libia rappresenta la principale minaccia per la Tunisia per la presenza di lunghe frontiere porose da cui passano i terroristi. La stessa Libia, peraltro, è un partner importante per la Tunisia, e c’è una collaborazione con il governo di Tobruch, ma i confini sono controllati dal governo di Tripoli. È fondamentale un accordo internazionale sulla Libia, oggi dono enorme a ISIS.

In generale, l’area MENA (Middle East and North Africa) è la priorità per l’azione europea contro il terrorismo.

Come già emerso in precedenza, la lotta al terrorismo passa da diversi campi. In particolare, gli ambiti individuati per combattere e prevenire il radicalismo islamico sono tre: scuola, moschea, internet. Il modus operandi deve essere soprattutto orientato alla prevenzione (ad esempio sui social media) e alla de-radicalizzazione.

Dal punto di vista politico, la Tunisia aderirà alla coalizione internazionale contro Daesh. La risolutezza di tale posizione è importante, anche perché il terrorismo, finora, ha approfittato delle debolezze dei governi, in primis quello americano.

La presenza dei terroristi è difficile da identificare, essendo essi sparsi su tutto il territorio e non, come erroneamente viene talvolta indicato, solo sulle montagne.

Un grande sforzo per prevenire e contrastare il terrorismo è quella della collaborazione interforze tra polizia, guardia nazionale ed esercito.

Uno strumento politico per provare a vincere questa battaglia è stata la decisione di chiudere le moschee, scelta sofferta ma inevitabile se alternativa al rischio di mettere in discussione la sicurezza; inoltre, nell’Agosto 2015, il Presidente Essebsi ha firmato la nuova legge anti-terrorismo. Diverse organizzazioni internazionali (Human Rights Watch, the Carter Centre o l’International Federation of Human Rights) hanno lamentato l’assenza di contromisure ad un abuso della stessa; questa legge sostituisce la precedente, del 2003, chiarendo la natura di “atto terroristico” e introducendo la responsabilità per chi sostiene i movimenti estremisti. Inoltre, regolamenta giuridicamente l’utilizzo di strumenti d’investigazione quali intercettazioni, infiltrazioni, eccetera.

Per quanto riguarda la categoria dei foreign fighters, si stima che la parte principale dei tunisini fondamentalisti sia ora in Libia. Si ritiene che i jihadisti siano tra 1000 e 3000, con un numero compreso tra 9 mila e 15 mila giovani a rischio radicalizzazione. La situazione dei giovani è la stessa in tutta la regione del Sahel: da lì proviene infatti il massiccio reclutamento dei jihadisti.

Per far sì che la Tunisia riesca ad uscire da questa crisi, è estremamente importante il sostegno estero, soprattutto nella forma di capacity building: l’apprendimento è infatti veloce, se supervisionato da attori esterni. In questo senso la NATO collabora sulla formazione di forze speciali, con expertise sugli esplosivi, sulla modernizzazione delle strutture dell’esercito e sulla protezione delle frontiere. Allo stesso modo, una cooperazione militare è attiva anche con l’Italia, ed è fruttuosa anche in questo campo: essa, tramite la Commissione Militare Mista, ha portato all’invio di un Mobile Training Team dell’Esercito (Forze Speciali).

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