Siria

SEZIONE 1 | BACKGROUND DATA

Anagrafica

    • Nome ufficialeRepubblica Araba Siriana
    • Confini: Turchia a nord, Iraq a est, Giordania a sud, Israele a sud-ovest, Libano e Mar Mediterraneo a ovest.
    • Forma di governo: Repubblica presidenziale
    • Religioni: musulmani 87% (religione ufficiale; di essi, è sunnita il 74%, a cui si aggiungono gli alawiti, gli ismailiti e gli sciiti – 13%), cristiani 10%, drusi 3%, ebrei. 
    • PIL: 55,8 miliardi di $ (pro capite: 2.900 $)

    Approfondisci

    • Superficie: 185.180 km²
    • Gruppi etnici: arabi 90.3%; curdi, armeni e altri 9.7%
    • Lingue: arabo (uff.), curdo, armeno, aramaico, francese, inglese.
    • Popolazione: 17.185.170
    • Tasso di migrazione netta: -2,1/1000
    • Tasso di natalità: 21,7 (nati/1.000 abitanti)
    • Urbanizzazione popolazione: 57,7%
    • Città principali (2015): Aleppo 3,5 milioni di abitanti; Damasco (capitale) 2,5 milioni; Homs 1,6 milioni; Hamah 1,2 milioni.
    • Aspettativa di vita media: 74,9 anni
    • Principali partiti politici: Fronte Nazionale Progressista (che si compone di Partito Ba’ath e Partito Nazionalista Sociale Siriano), Partito dell’Unione Democratica (curdi), Consiglio Nazionale Siriano (in esilio).
    • Moneta: Lira siriana
    • Export partners (2015): Iraq 64,7%, Arabia Saudita 11,2%, Kuwait 7,1%, EAU 6,1%, Libia 4,6%
    • Import partners (2015): Arabia Saudita 28%, EAU 13,7%, Iran 10,1%, Turchia 9%, Iraq 8,3%, Cina 6,1%

Manifesto con il Presidente Assad

Istituzioni

La Repubblica Araba Siriana (detta comunemente Siria) deriva il suo nome dalla popolazione degli Assiri, che dominò la Mesopotamia settentrionale nel III millennio a.C.

Formalmente è una Repubblica presidenziale, anche se nella realtà presenta un altissimo tasso di autoritarismo da parte del regime di Bashar al-Assad, attuale Presidente. In effetti, secondo Freedom House la Siria è uno Stato non libero, mentre il Democracy Index 2010 dellEconomist Intelligence Unit la definisce regime autoritario.

La capitale è Damasco; il paese è diviso in 14 provincie amministrative.

Approfondisci

La Siria è indipendente dal 17 Aprile 1946, quando terminò il mandato francese della Società delle Nazioni. La Costituzione vigente risale al 15 Febbraio 2012, approvata in via referendaria il 26 Febbraio successivo.

Il sistema legale interno è un misto di legge civile e islamica.

Come detto, Presidente della Repubblica è Bashar al-Assad, in carica dal 17 luglio 2000; egli è succeduto al padre, Hafez al-Assad, presidente ininterrottamente dal 1971 al 2000 (anno della sua morte). Il Presidente, dopo essere designato dal parlamento su proposta del partito Baath, è direttamente eletto dal voto referendario popolare a maggioranza assoluta (le ultime elezioni si sono tenute il 3 Giugno 2014), ha un mandato di 7 anni (rinnovabile) e nomina il Vice Presidente, il Primo Ministro e il Consiglio dei Ministri.

Assad, membro del partito del Baath e protagonista di una guerra civile che va avanti da diversi anni, è stato formalmente eletto Presidente con l88,7% dei voti.

Il ramo legislativo è formato dalla monocamerale Assemblea del Popolo o Majlis al-Shaab, che contiene 250 membri direttamente eletti ogni 4 anni tramite il metodo proporzionale. Le ultime elezioni si sono tenute il 13 Aprile 2016, anche se lesito non è stato riconosciuto né dalle forze di opposizione ad Assad, né dalla comunità internazionale, che le sostiene (spiegheremo dopo cause e schieramenti della guerra civile): lesito ha conferito alla coalizione di Assad (denominata National Unity) – e in particolare al partito principale, Baath – l80% dei seggi disponibili (200 su 250), ottenuti tra una percentuale di votanti di circa il 60% degli aventi diritto. La particolarità del partito Baath (che significa Rinascita) è che la Costituzione gli riconosce – allarticolo 8 – un ruolo di partito guida nella società e nello Stato; il Baath, di orientamento socialista panarabista, ha ottenuto il potere nel 1963, due anni dopo il fallimento dellunione tra Siria ed Egitto nella Repubblica Araba Unita.

Il ramo giurisdizionale vede al suo vertice due corti: la Corte di Cassazione, che si divide nelle divisioni civile, criminale, religiosa e militare, ognuna delle quali con 3 giudici; e la Corte Costituzionale Suprema, composta da 7 membri. I giudici della Corte di cassazione sono nominati dal Consiglio Giudiziario Supremo, vale a dire un corpo giudiziario di governo capeggiato dal Ministro della Giustizia e composto da 7 membri tra cui il Presidente della nazione; quelli della Corte Costituzionale Suprema, invece, sono nominati dal Presidente e confermati dal Consiglio Giudiziario Supremo. I giudici hanno un mandato di 4 anni, rinnovabile.

Per comprendere la situazione siriana, infine, è utile una panoramica sulla composizione etnica e religiosa della popolazione; è doverosa lavvertenza che il discorso sarà impostato sulla base dei censimenti compiuti prima della guerra civile, che come è ovvio ha avuto un forte impatto sul popolo siriano. Dunque, la popolazione della Siria a Luglio 2010 era stimata in 22 milioni e mezzo di persone, di cui il 90,3% era arabo e il 9,7% diviso tra curdi, armeni e altri gruppi etnici. Inoltre, il 74% dei siriani è di fede musulmana sunnita, il 10% è cristiano (tra questi ci sono greci-ortodossi, greci-cattolici e armeni-gregoriani), mentre nel restante 16% troviamo sciiti, alawiti e drusi; si registra anche la presenza di piccole comunità ebraiche. Vale la pena spendere qualche ulteriore parola per due comunità menzionate, quelle degli alawiti e dei drusi: i primi, ai quali appartiene la famiglia di Assad (che però ha governato applicando il laicismo panarabista tipico del Baath), sono una ramificazione degli sciiti, e si caratterizzano per una lettura esoterica del Corano; i secondi, invece, presentano caratteristiche miste di islamismo, giudaismo, induismo e cristianesimo.

10 lire siriane

Economia

È ovvio che leconomia siriana continui a soffrire i danni del conflitto in corso, che dal 2011 ha causato un declino del 62% rispetto ai dati del 2010. Nello specifico, il governo ha dovuto combattere gli effetti delle sanzioni internazionali, dei diffusi e gravi danni infrastrutturali, della diminuzione della produzione e del consumo domestici, dei ridotti sussidi, e dellalta inflazione, che hanno causato una riduzione delle riserve valutarie estere, un innalzamento dei deficit su budget e commercio, un abbassamento del valore della moneta e il crollo del potere dacquisto.

Durante il 2014, poi, il conflitto e le continue rivolte (insieme con il declino economico) hanno fatto scoppiare la crisi umanitaria, rendendo necessario una maggiore assistenza internazionale: il numero di persone bisognose di assistenza in Siria crebbe da più di 9 milioni a più di 12, e il numero dei rifugiati aumentò da 2 a 3 milioni.

Approfondisci

Prima del conflitto, invece, Damasco aveva avviato politiche di liberalizzazione economica, che comprendevano il taglio dei tassi di interesse dei prestiti, lapertura di banche private e alter misure che, tuttavia, lasciarono il mercato fortemente regolato.

Dal punto di vista delleconomia del paese, le principali criticità sono le barriere al commercio estero, la produzione petrolifera, la disoccupazione, la crescita della popolazione, lespansione industriale, linquinamento dellacqua e i danni infrastrutturali.

Lanalisi dei dati economici, nello specifico, ci aiuta a capire lentità degli effetti della guerra sulleconomia siriana.

In primis bisogna osservare il dato del PIL a parità dacquisto, che è sceso dai quasi 100 miliardi di dollari americani del 2012 ai poco più di 50 del 2014 (quasi -50% in due anni!): in percentuale, la diminuzione è stata (rispetto allanno precedente) del 30,9% nel 2013, del 36,5% nel 2014 e del 9,9% nel 2015, numeri che pongono il paese al 220° posto mondiale. I dati del PIL pro capite, invece, rivelano una costante stagnazione intorno ai 5000$ annui (116° paese). Inoltre, il debito pubblico nel 2015 si è assestato al 52% del PIL. 

La composizione del PIL è fatta per il 19,5% dal settore dellagricoltura (in particolare dalla produzione di grano, orzo, cotone, lenticchie e olive), per il 18,9% da quello industriale (petrolio, tabacco, cemento e assemblaggio di prodotti per automobili) e per il restante 61,6% da quello dei servizi. A proposito della produzione industriale, ebbene il tasso di (non) crescita è del -4,8%, che posizione la Siria al 186° nella classifica del 2015).

Per quanto riguarda la forza lavoro, è composta da 3 milioni e mezzo di persone, di cui una minima parte è occupata nei primi due settori (17% e 16%, rispettivamente), mentre la stragrande maggioranza (67%) è impiegata nel terzo. Il dato più importante in merito, comunque, è purtroppo quello della disoccupazione, che sebbene sia scesa di 7 punti percentuali tra 2014 e 2015, si assesta su un drammatico 50% (202° paese al mondo). Ancor più drammatica è la percentuale della popolazione che vive sotto la soglia di povertà: 82,5% (dato del 2014).

Infine, i dati sul commercio con lestero. Per quanto riguarda lexport, nel 2015 sono stati venduti beni e servizi per un totale di 2,14 miliardi di dollari, quasi un miliardo in meno rispetto al 2014; i beni maggiormente venduti sono stati il greggio, i minerali, i prodotti petroliferi e la frutta e verdura; i paesi maggiori acquirenti sono stati lIraq (64,7%), lArabia Saudita (11,2%), il Kuwait (7.1%)gli Emirati Arabi Uniti (6.1%) e laLibi(4.6%). Per quanto concerne, invece, limport, esso ha impegnato oltre 6 miliardi e mezzo di dollari, 1,5 in meno rispetto allanno precedente: sono stati comprati principalmente macchinari di trasporto ed energetici, cibo, metallo e prodotti chimici; i paesi da cui si è maggiormente acquistato sono stati lArabia Saudita (28%)gli Emirati Arabi Uniti (13.7%)lIran (10.1%)la Turchia (9%)lIraq (8.3%) e la Cina (6.1%). Come è facilmente intuibile, si è alimentato il debito con lestero, che nel 2015 ha raggiunto i 5,3 miliardi di dollari (4,5 nel 2014).

SEZIONE 2 | SCENARI

Mappa dell'accordo Sykes-Picot

Passato

La Siria ha una ricchissima storia, nella quale si sono susseguite varie dominazione che hanno contribuito a renderla un paese culturalmente e socialmente ricchissimo.

Lattuale Repubblica nacque nel 1946, quando le venne riconosciuta lindipendenza dalla Francia, la quale – in seguito alla Prima Guerra Mondiale – aveva ricevuto dalla Società delle Nazioni un mandato per amministrare parte della regione (con la Siria cera anche il Libano e una provincia turca) precedentemente compresa nello sconfitto impero ottomano; tale mandato ratificava il celebre accordo Sykes-Picot (dal nome dei negoziatori), con cui Francia e Inghilterra si erano appunto spartite leredità ottomana in Medio Oriente.

Approfondisci

Lamministrazione francese, ispirata al principio del divide et impera, separò i territori siriani da quelli libanesi, al fine di favorire il governo della regione data lanomala presenza cristiana in Libano. Lopposizione siriana al colonialismo fu da subito molto attiva, ma nel biennio 25-27 fu violentemente repressa dallesercito francese. Nel 1928 si tennero delle elezioni che avrebbero dovuto portare ad una costituente: i nazionalisti ottennero la maggioranza, ma la loro costituzione – che proponeva una creazione di una grande Siria – venne chiaramente bocciata dalla Francia.

Si arrivò così negli anni Quaranta, quando Siria e Libano ottennero appunto lindipendenza. In questi anni si svilupparono varie correnti nazionaliste arabe, che però non portarono mai ai risultati attesi e speratiil fallimento di questo nazionalismo si dovette allincapacità degli stati e delle tribù di unirsi e di creare un vero fronte arabo. Larabicità verrà sostituita nel tempo dallIslam, che diverrà il fattore coagulante e determinante durante questo periodo.

Lorganizzazione che si fece portatrice dellidentità araba fu il Bath, fondato sullidea di una comunità araba che lotta contro il colonialismo ed esplicitamente socialista. Nella metà degli anni Quaranta, in seguito ad un colpo di Stato, il Bath venne però sciolto, così come gli altri partiti. La ripresa si sarebbe avuta con lavvento in Egitto di Nasser e del suo desiderio di ricreare un mondo arabo, capace di far rinascere il Bath e di accendere gli animi nazionalisti anche in Siria. 

Nel 1948 la GB abbandona il mandato in Israele, e subito dopo gli ebrei proclamano la nascita dello stato dIsraele. Gli stati arabi (Egitto, Libano, Siria, Giordania e Iraqentrarono immediatamente in guerra contro gli israeliani, ma persero miseramente in quella che passò alla storia come Prima Guerra arabo-israeliana.

Tornando alla Siria, nel 1954 cadde il governo di Shishakli, e la Siria premette per lannessione allEgitto nasseriano: annessione che effettivamente venne accordata nel 1958 da al-Quwwatli, dando vita alla Repubblica Araba Unita (RAU). Tuttavia, il progetto fu fallimentare a causa delleccessiva ingerenza di Nasser, che impose le sue scelte anche nellex-Siria: lo scioglimento dei partiti e lepuramento dellesercito siriano costarono caro al presidente egiziano, e nel 1961 terminò lesperimento della RAU.

A questo punto, il Bath – che in quegli anni aveva cambiato faccia, diventando più socialista e molto più radicale nei confronti di Israele (visto come il nemico principale) – effettuò un colpo di stato con al-Hariri: tuttavia, la promessa rivoluzione sociale non arrivò mai, e il governo si indebolì fino a che, nel 1966, ci fu un ennesimo colpo di stato, nel quale ebbe rilievo un grande ufficiale, al-Assad.

Lanno successivo, il 1967, fu un anno fondamentale, spartiacque della storia del Medio Oriente: il Giugno del 1967, infatti, scoppiò la Guerra dei Sei Giorni, consistente in un attacco preventivo di Israele che distrusse laviazione egiziana e colpì duramente Siria e Giordania. Questo attacco – giustificato come preventivo – seguiva un periodo di odio e tensione verso Israele da parte di Atassi e Nasser: Israele quindi viveva il terrore di un nuovo olocausto, ciò persuase il ministro della difesa Moshe Dayan a scatenare loffensiva.

La sospensione delle ostilità il 10 Giugno vedeva gli arabi annientati e Israele occupare territori arabi; gli Usa si schierarono incondizionatamente con Israele da quel momento in poi. Questo diede il via ad una crisi del nasserismo a livello internazionale, fino alla morte del leader nel 1970.

La dura sconfitta rimediata nella guerra dei sei giorni aveva ovviamente indebolito il governo siriano, ma le riforme ispirate al socialismo non si erano fermate: tra le altre cose, si cercò di migliorare il sistema educativo e si provvide a diffondere lassistenza e la sanità; tuttavia, il paese rimaneva comunque fragile istituzionalmente a causa dellostilità tra chi patrocinava un governo civile del Baath e chi favoriva i militari. La prima fazione era legata ad al-Jadid, la seconda da Assad che rimaneva comunque il più moderato in politica, convinto dellinutilità di continuare a provocare Israele. Nel 1970 Jadid organizzò un colpo di stato, sventato da Assad che ne fece arrestare tutti i fiancheggiatori, compreso il capo dello Stato Atassi. Assad venne quindi eletto presidente e stabilizzò il paese, ma non rese la sua posizione internazionale altrettanto stabile.

La presenza di Assad vide un certo ridimensionamento del Baath: il capo dello Stato preferì infatti consolidare la sua posizione rafforzando innanzitutto lautorità del suo gruppo, gli Alawiti. Suo fratello infatti divenne il numero due, e nel 2000 gli sarebbe succeduto il figlio Bashar. Di fatto si ebbe un grande periodo di fioritura e prosperità, ma il regime divenne sempre più autoritario, contemplando un vero e proprio culto della personalità: ad esempio, brutale fu il suo atteggiamento nei confronti degli oppositori, particolarmente verso i Fratelli Musulmani, massacrati dallesercito nel 1982.

Nel frattempo, il 6 Ottobre 1973, nel giorno dello Yum Kippur, scoppiò lQuarta Guerra arabo-israeliana. Lesercito egiziano attraversò il canale di Suez, sfondando le difese di Israele nel Sinai, mentre la Siria avanzava sul fronte del Golan: la guerra fu un successo morale egiziano. Sul piano della politica estera, la Siria fu una delle maggiori sconfitte dello Yom Kippur e della politica di Kissinger: Assad si ritrovò ad essere il grande protettore dei palestinesiarrivò ad essere identificato come il protettore del terrorismo.
Nel 1975 scoppiò la guerra civile in Libano tra le comunità sciita e cristiana: nel 1976 la Siria appoggiò la parte musulmana, che si ritrovò comunque a perdere autonomia data lingerenza siriana che favoriva solo i propri interessi. Nel 1982 si ebbe una svolta: Israele invase il Libano (operazione Pace di Galilea), la comunità internazionale provò ad intervenire, non producendo però alcun effettoLinvasione israeliana portò provocò la nascita di Hezbollah, molto vicino agli sciiti iraniani, che mirava a creare uno stato islamico di stampo Khomeinista. Con laggressività di Hezbollah Israele iniziò ad arretrare e nel 1989 a Taif in Arabia Saudita si svolse un incontro tra le componenti politiche libanesi, che terminarono le ostilità. Dopo l89 il Libano ha ripreso lentamente la vita, leconomia è rifiorita, Hezbollah è divenuto un vero e proprio partito e il fazionalismo religioso è sembrato in diminuzione. Negli ultimi anni, lguerra siriana ha causato instabilità nuovamente nel Libano, Hezbollah a sostenere Assad e i partiti anti siriani a combatterlo.

Negli anni Ottanta, dunque, per evitare lisolamento regionale la Siria si rivolse allIran di Khomeini, svolta fondamentale nella storia del paese e del Medio Oriente. Lintesa stabiliva un asse sciita che andava fino al Libano meridionale, dove cera Hezbollah. Il primo contesto in cui verificare questa svolta fu la guerra tra Iran e Iraq: lo schieramento della Siria provocò un isolamento nel mondo arabo, generalmente ostile al rafforzamento della rivoluzione islamica iraniana: addirittura allinterno della Siria, al-Assad dovette fronteggiare la crescita dellintegralismo islamico, con insurrezioni di massa organizzate dai Fratelli Musulmani e represse con il Massacro di Hama del 1982, che fece circa 30 mila morti.

La situazione di isolamento fu rotta nel 1990, quando al-Assad si scierò con la coalizione a guida statunitense nel contrasto a Saddam Hussein, che aveva invaso il Kuwait.

Nellultimo decennio del secolo scorso, Assad continuò il suo governo autoritario, e venne riconfermato Presidente nel 1991 e nel 1999, fino alla sua morte, arrivata nel Giugno del 2000. Il 17 Luglio gli succedette il figlio Bashar.

Dallattacco alle Torri Gemelle dell11 Settembre 2001 i rapporti con lOccidente si fecero più difficili, tanto che due anni dopo al-Assad si oppose allinvasione americana dellIraq.

Bashar è stato confermato presidente per il suo secondo mandato dal referendum tenuto il 27 maggio 2007, nel quale la sua candidatura è stata approvata con il 97,6 per cento dei voti.

Le ultime elezioni per lAssemblea del popolo, svoltesi il 22 e il 23 aprile 2007 hanno visto il Fronte nazionale progressista guidato dal partito Baath conquistare 172 dei 250 seggi.

Nel 2011 vi furono delle insurrezioni contro al-Assad sullonda della Primavera Araba: si formò un Consiglio Nazionale Siriano e un Esercito Libero Siriano. Linsurrezione divenne una vera e propria guerra civile, con Assad e il suo esercito impegnati a resistere contro i ribelli. Questi gruppi erano caratterizzati da una grande eterogeneità e litigiosità; nel susseguirsi degli avvenimenti divenne importante anche la crescente preoccupazione internazionale, per la maggior parte schierata contro Assad (supportato da Russia e Iran)anche se per molto tempo non intervenne per rovesciare il regime a causa della delicata posizione strategica del paese: un eventuale cambio di regime avrebbe potuto causare linfiltrazione di terroristi.
Il mancato intervento e la disorganizzazione dei ribelli aiutò al-Assad a recuperare ilterreno perduto.

Nel Dicembre 2012 la Coalizione Nazionale Siriana fu riconosciuta da più di 130 paesi come la sola legittima rappresentante della popolazione siriana. Nel 2014 i colloqui di pace tra la Coalizione e il regime siriano nella conferenza di Ginevra II (promossa dalle Nazioni Unite) ha fallito nella produzione di una risoluzione del conflitto.

Linstabilità continua ad essere altissima, con un altissimo numero di sfollati, rifugiati e vittime del conflitto, che rendono la situazione siriana la maggiore crisi umanitaria in tutto il mondo.

Gli effetti della guerra ad Homs

Presente – Futuro

È evidente che ogni scenario, presente o futuro, sia indissolubilmente legato alla risoluzione del conflitto che ormai da anni sta mettendo in ginocchio il paese e la società siriana.

Approfondisci

  • Guerra Civile

Innanzitutto è necessario definire gli schieramenti della guerra. 

• Da una parte c’è il regime di al-Assad, che schiera le Forze Armate Siriane e la Forza Nazionale di Difesa, a cui si aggiungono varie brigate (tra cui la Brigata al-Abbas), Hezbollah e lesercito iraniano (mediante il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica); tale fronte è supportato direttamente da Russia e Iraq, e indirettamente da Cina, Corea del Nord, Venezuela, Bielorussia, Algeria ed Egitto.
• Sul lato opposto c’è la Coalizione Nazionale Siriana, supportata da Stati Uniti, Francia, Arabia Saudita, Qatar e Turchia. In più, sempre contro il regime di al-Assad ma non al fianco del precedente schieramento, troviamo altri soggetti: la minoranza curda, supportata dai partiti curdi dei paesi limitrofi nonché dalla Coalizione Internazionale anti-ISIS a guida statunitense; le formazioni jihadiste, tra cui il Fronte al-Nusra (affiliato ad al-Qaeda), il Fronte Islamico e lEsercito dei Mujaheddin.
• Infine c’è lISIS, inizialmente ostile solo al regime di al-Assad, ma dal Gennaio del 2014 in conflitto anche con le altre forze ribelli.

Attualmente vige unintesa per il cessate il fuoco raggiunta da Russia e Turchia sulla scia dellaccordo trovato per evacuare la resistenza ribelle dai quartieri assediati di Aleppo est; tuttavia lintesa, siglata a fine Dicembre 2016 (entrata in vigore il 29 Dicembre) e approvata allunanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 31 Dicembre, non ha impedito che lesercito siriano continuasse la sua offensiva in alcune aree ancora occupate dai ribelli.

Laltro grande tema – oltre a quello strettamente tattico e strategico militare – è quello dei rifugiati e degli sfollati interni. Ci sono circa 5 milioni di rifugiati siriani dispersi tra Egitto, Iraq, Giordania, Libano e Turchia, mentre sono oltre 6 milioni gli sfollati.

  • Libertà civili e politiche

Passato un primo momento di apertura da parte della presidenza di Bashar al-Assad, si è progressivamente registrata una riduzione delle libertà fondamentali civili e politiche. Per esempio, in base al codice penale e alla legge sulle pubblicazioni del 2001, è vietato pubblicare materiale che danneggi lunità nazionale o limmagine dello Stato; Internet è sotto il controllo governativo, che possiede il monopolio dellaccesso alla rete, possibile solo tramite server statali.

  • Traffico illegale di esseri umani

Una piaga direttamente derivante dalla guerra laumento di attività illecite quali il traffico di esseri umani, lo sfruttamento sul lavoro e lo sfruttamento sessuale; inoltre, continua ad esserci un elevato impiego militare di bambini, sia come soldati che come scudi umani.

In particolare, il traffico illegale di esseri umani è combattuto in modo inadeguato dal governo, che non sembra essere particolarmente attento a questa tematica.


Economia

L’ambito più importante in cui il paese è chiamato ad operare un taglio netto col passato, è quello economico. Come detto precedentemente, non è più sostenibile un’impalcatura economica basata sui ricavi dalla vendita di petrolio, sia per una questione economico/politica (che oggi è evidente nella riduzione del prezzo del barile derivante dalle politiche economiche di Iran e non solo), sia per una motivazione strutturale, di lungo periodo: il petrolio, prima o poi, si esaurirà, e nel frattempo andrà incontro ad una concorrenza sempre più agguerrita da parte di gas (lo shale gas americano in particolare) ed energie rinnovabili. E sebbene il paese abbia 650 miliardi di dollari di riserve in valute estere, ne sono stati persi già un centinaio.

Approfondisci

Con una forza lavoro che raddoppierà nel 2030, il paese continuerà a prosperare solo se risveglierà la dormiente economia statista, diversificandola dalla dipendenza petrolifera e stimolando il business privato.

La famiglia reale è ben consapevole dell’importanza di questa tematica, e per questo ha lanciato un ambizioso programma di riforma del paese, chiamato “Vision 2030. Icona di questo rivoluzionario e visionario progetto è il vice Principe ereditario Mohammed bin Salman, che ne ha presentato i dettagli al mondo intero (esemplare, in questo senso, l’intervista di ben otto ore concessa a Bloomberg).

Il progetto, presentato dallo stesso Mohammed sul sito ufficiale di “Vision 2030”, ha tre principali direttive: la costituzione del più grande fondo di investimenti sovrano al mondo grazie al ricavato della messa sul mercato del 5% di Aramco, che dovrebbe fruttare circa trilioni (ossia 2 mila miliardi) di dollarila riduzione del welfare, in particolare nelle politiche dei sussidi; e un incentivo alla diversificazione.

Per quanto riguarda il primo punto, in particolare, è da sottolineare per la sua importanza strategica mondiale il fatto che, attraverso il Saudi Arabian Public Investment Fund, l’Arabia Saudita punta a potenziare i propri asset finanziari mediante investimenti ad alto rendimento: obiettivo è passare dall’attuale 5% al 50% entro il 2020 grazie all’acquisizione di percentuali di aziende in grande crescita. Esempio di questa operazioni è stato l’acquisto del 5% delle azioni di Uber, costato ben 3,5 miliardi di dollari (il più massiccio investimento ricevuto dalla società californiana); da notare come sia stato evitato di investire nell’omologa saudita Careem, anche per una ricerca di skills e tecnologie esterne che aiutino a qualificare tutta l’economia domestica.

Questi insomma sono i tre macro-obiettivi, all’interno dei quali si sviluppano moltissimi punti d’azione che investono i più disparati ambiti: da quello delle partnership internazionali, da rinnovare con l’obiettivo di qualificarsi come hub e crocevia dei tre continenti; a quello del capitale umano, da valorizzare fin dalle giovanissime generazioni; passando per quello delle energie rinnovabili, sui quali il Governo ha puntato tanto da voler costruire un’intera città – la King Abdullah City for Atomic and Renewable Energy – sostenibile e fonte di energia alternativa ai combustibili fossili.

Un esempio pratico di questa politica, è l’ingente investimento nell’Egitto di al-Sisi.


Terrorismo

Il tema del terrorismo è molto delicato, perché l’Arabia Saudita è stata oggetto di attacchi, ma è allo stesso tempo accusata da parte della comunità internazionale di finanziarlo in prima persona usandolo come arma politica. Di certo c’è da dire che il wahhabismo, che abbiamo visto essere intriso nelle radici nazionali, si presta certamente ad estremizzazioni, per cui spesso il limes è sottile e foriero di facili generalizzazioni.

Approfondisci

È senza dubbio vero che il wahhabismo ortodosso di alcune organizzazioni e di individui sauditi ispira e supporta le attività di gruppi estremisti in molte regioni, dal Mali al Pakistan, oltre ad essere fertile humus in cui gli estremisti possono coltivare reclute; è allo stesso tempo vero che l’ISIS si è sforzato parecchio nell’identificare lo stato saudita come nemico, soprattutto dal punto di vista mediatico (vedi questi due articoli: 1 – 2).

La questione è ancor più intricata se si prende, come punto di vista, quello della leadership politica saudita.

Da una parte, infatti, ci sono delle oscure relazioni – soprattutto finanziarie – tra facoltosi cittadini ed enti dell’Arabia Saudita ed al-Qaeda, che soprattutto dagli attentati dell’11 Settembre 2001 sono stati oggetto di tensione e di attenzione soprattutto negli Stati Uniti.

Dall’altra, però, c’è una oggettiva contesa con ISIS, evidente in diversi: da quello fuori dalla prigione di Ha’ir ai vari bombardamenti e sparatorie intensificatesi dal Novembre 2014, che hanno provocato decine di morti. Questi attentati sono da ricondurre all’ostilità che i sauditi, così come le altre famiglie del Golfo, generano nello Stato Islamico, che li vede tanto nemici quanto l’Occidente.

Inimicizia inaspritasi a seguito dell’annuncio, da parte della Monarchia saudita, della creazione di una alleanza militare di 34 stati sauditi, avente proprio l’obiettivo di “coordinare e supportare operazioni militari per combattere il terrorismo”, come detto da Mohammed bin Salman. Coalizione che però presenta molti problemi da risolvere: innanzitutto quello del consenso dei partner, dato che diversi stati non hanno ancora aderito, alcuni dei quali importanti come Afghanistan e Indonesia; inoltre uno strutturale: non c’è una definizione unanime di terrorismo, tuttora succube di visioni differenti intrecciate ai vari interessi nazionali; infine è da capire quanto l’impegno saudita sia sincero, o quanto sia invece una sorta di azione di soft power, volta a riproporre la Monarchia come potenza regionale e indiscusso leader del mondo sunnita (la cosiddetta Dottrina Salman).

Dal punto di vista interno, invece, sono stati diversi gli interventi in ottica antiterrorista. Dopo il periodo degli anni ’90, sono state fatte grandi riforme nel sistema educativo e in ambito religioso per ovviare ad una situazione in cui i giovani subivano la radicalizzazione e il reclutamento da parte dei terroristi; inoltre, si sta agendo sulla comunicazione e, più in generale, sulle cause piuttosto che sulle conseguenze: perciò è stato anche istituito uno staff di 262 ricercatori ed esperti che sviluppino partnership con ONG per creare programmi per contrastare la radicalizzazione e aiutare quelli che sono stati condannati e che sono trasferiti in centri per la riabilitazione. Le autorità saudite però lamentano che i media occidentali non hanno la percezione dei cambiamenti avvenuti nel paese.


Diritti Civili

Altro tema fondamentale che l’Arabia Saudita dovrà affrontare, è quello dei diritti civili e politici, alcuni da garantire, altri proprio da riconoscere (o quantomeno concedere).

Approfondisci

Fondamentale, in questo senso, è il riconoscimento di una Costituzione garante di tutto ciò. È vero che negli ultimi anni ci sono stati passi avanti, ma più nell’ottica di una creazione di consenso che di reale spinta democratica. Ci sono diverse proposte per la stesura della carta: l’elezione del 70% della Shura, la concessione di poteri legislativi alla stessa, un progressiva aumento della componente eletta, un referendum: insomma, elementi che contribuirebbero a creare ciò che più di ogni altra cosa manca agli al-Saud, ovvero una nazione (da cui poi dovrebbero ottenere lealtà, e già il riconoscerle diritti sarebbe un buon inizio). E di pari passo, sarebbe necessaria (ed è stata effettivamente intrapresa) una riforma del Ministero della Giustizia, che colmi la necessità di codificazione, snellisca i tempi di attesa e offra trasparenza.

Sono solo due delle principali riforme politiche necessarie, peraltro invocate con sempre più veemenza: del resto, la situazione politica è fortemente esclusiva, come dimostra il fatto che i partiti politici sono vietati e che gli attivisti che protestassero pubblicamente verrebbero incarcerati.

Ci sono state due piccole concessioni nel 2005, quando si tennero delle elezioni municipali, e nel 2014, quando furono nominate 30 donne nella Shura, ma sembrano essere misure cosmetiche.

In generale, i sauditi non hanno mezzi formali per influenzare le politiche governative, e soprattutto per questo hanno una così bassa lealtà nei confronti della famiglia reale: fenomeno soprattutto diffuso tra i giovani, che vedono la tribù come unica vera “istituzione” in grado di accogliere le loro istanze. Uno dei pochi canali utilizzabili sono le petizioni, e dal 2011 molte di queste hanno proprio invocato riforme politiche; ma al contempo, bisogna notare che nel 2007 10 lobbisti furono arrestati dopo che 99 attivisti sotoscrissero la loro petizione intitolata “Pietre miliari sulla via alla Monarchia Costituzionale”. In seguito a tale evento, fu fondata da altri 11 colleghi la prima ONG del paese, laSaudi Civil and Political Rights Association (ACPRA).

Certo, è molto complicata la manifestazione del dissenso in generale; difficoltà aumentata in seguito alla promulgazione nel 2014 della legge antiterrorismo, che conferisce poteri speciali al Ministro degli Interni per prevenire riunioni e meeting, e consente la carcerazione senza l’autorizzazione della corte.


Diritti Umani

Ancor prima dei diritti civili, tuttavia, vengono quelli umani, ed anche qui la situazione presenta diversi chiaroscuri: tanti, troppi argomenti in materia di diritti umani sono ancora oggetto di rivendicazioni, situazione non all’altezza di un popolo che si voglia definire civile.

Approfondisci

A Re Abdullah, è vero, va riconosciuto un certo attivismo in merito; anche se bisogna prendere atto del fatto che le resistenze interne al paese (in particolare quelle della polizia religiosa e dell’ala conservativa degli ulema) sono state e tuttora sono molto forti. Vedremo due grandi problemi, che per la loro incisività e ampiezza danno un’idea del lavoro che il paese ha da fare in questo senso.

Il primo problema che affrontiamo – per la sua particolare rilevanza sociale e mediatica – è quello della condizione femminile: le donne in Arabia Saudita si trovano a vivere in una condizione di terribile disuguaglianza, quasi di segregazione. In merito, si sta operando per intervenire sulla distinzione tra ikhtilat, ossia la co-presenza uomo-donna in spazi pubblici, e khilwa, cioè in spazi privati: se la prima è concessa, la seconda è vietata, e come facilmente intuibile ciò rende molto difficile la presenza delle donne in ambienti lavorativi.

È solo uno degli esempi che dimostrano la difficoltà delle donne: solo nel 2015 hanno avuto il diritto di voto in elezioni locali, e abbiamo già detto della recente ammissione di 30 donne nella Shura; per non parlare del sistema della custodia, forse il più rilevante problema in materia: esso impone che la libertà di partecipazione sociale delle donne sia ristretta, e che esse necessitino il consenso di un parente maschile per compiere azioni quali il viaggio, il lavoro e lo studio. È vero che oggi la presenza femminile nel mondo del lavoro è aumentata, e che lo stesso Principe la sostenga è significativo; tuttavia, la partecipazione è al 18%, dato ancora risibile. Come accennato prima, le principali resistenze all’emancipazione proviene da ambiti religiosi, ossia da quelle interpretazioni wahhabiste ortodosse della legge islamica che invoca punizioni pubbliche per i vari crimini e che è oggetto di forti critiche da parte delle organizzazioni internazionali.

Proprio il tema di queste ultime è particolarmente controverso: l’Arabia Saudita partecipa appieno alla comunità internazionale, e per questo – come tutti – ha degli obblighi giuridici nonostante sia una Monarchia assoluta: è responsabilità dei suoi interlocutori, dunque, esigere un miglioramento in tema di diritti, piuttosto che concedere ambigue nomine in tema di promozione dei diritti stessi(singolare affidare una commissione UNHCR ad un paese che opera quasi 90 esecuzioni all’anno). È un lavoro, questo, che deve provare ad andare al di là dei semplici discorsi economici e politici: e non è poco, se si pensa ad esempio che Riyad è tra i primi clienti dei produttori di armi europei.

Il secondo diritto negato con particolare efferatezza è quello della pratica religiosa: la restrizione è massima in merito al tipo di religione o credo professato, ovviamente per la marcata impronta wahhabista del paese. E non inganni la “tolleranza” della componente sciita denunciata da ISIS: basti pensare che ai non-musulmani è vietato pregare in pubblico, né possono costruire – su tutto il territorio saudita – luoghi di culto in cui farlo in privato.

Lo stesso tema della tolleranza nei confronti degli sciiti, si badi, non sembra ispirarsi ad una benevolenza particolare, quanto all’intelligenza di Re Abdullah, che capì che avere in casa dei potenziali avamposti iraniani, e inimicarseli, sarebbe stato doppiamente sbagliato. Per questo ha tolto ai rivali di sempre un metodo “soft” di interferenza nei propri affari interni, anzi allo stesso tempo può fregiarsi di discorsi di tolleranza e apertura religiosa.


Migrazioni

In Europa si è tanto polemizzato sul fatto che, per sgravare il Vecchio Continente da una parte del flusso dei migranti, le medio-grandi potenze regionali potrebbero ospitarne una quota. La questione è molto complessa, e non solo perché nessun paese del GCC è firmatario della Convenzione sullo Status dei Rifugiati del 1951; quello della presenza degli stranieri nel paese, infatti, è un problema ben precedente rispetto alla crisi siriana.

Approfondisci

In Arabia Saudita è stimata la presenza di circa 370 mila migranti illegali, mentre nell’area del GCC ci sono 2.8 milioni di siriani.

La monarchia saudita ha quello che è detto kafala system (kafala significa fideiussione in diritto islamico), ossia un sistema che ha il fine di monitorare i lavoratori stranieri.

I lavoratori stranieri arabi sono visti in modo non particolarmente positivo, per due motivi principali: innanzitutto perché, imbeccati dai movimenti riconducibili alla tradizionale area di sinistra, i lavoratori arabi chiedono maggiore inclusione politica ed economica, primi passi verso la cittadinanza; inoltre, gli stessi lavoratori arabi sono politicamente più attivi dei nativi sauditi, e si teme che influenzino i cittadini sauditi. Per questo sono preferiti i lavoratori sudasiatici, sia per un risparmio economico (minori aspettative salariali) sia per l’inesistente lamentela sulla cittadinanza e sull’integrazione sociale.

Inoltre, lo stesso kafala system ha rafforzato il ruolo dei lavoratori asiatici, incoraggiando i legami transnazionali tra l’Arabia Saudita e i paesi d’origine in merito al mercato del lavoro: ci sono molte agenzie che incoraggiano questi spostamenti di forza lavoro, mediante appositi collegamenti aerei, agenzie immobiliari, e specifici beni economici relazionati alla tipologia di “lavoratore-consumatore”.

Cerca
Corrispondenza esatta
Cerca nei titoli
Cerca nei testi
Search in comments
Cerca nei riassunti
Cerca negli articoli
Cerca nelle pagine
Search in groups
Search in users
Search in forums
Filter by Custom Post Type
Filtra per
Conflitto libico
Africa
Est Europa
Terrorismo
Diritti umani
Migrazioni
English
Rassegna Stampa
Medioriente
Iraq
Siria
Israele
Turchia
Arabia Saudita
Diritto
Energia
Sicurezza e difesa
Organizzazioni Internazionali
Unione Europea
ONU
NATO
Conflitti
Religione
Economia
Politica
Europa
Est
Ucraina
Afghanistan
Balcani
Cina
Russia
Ovest
Stati Uniti
Sud America
Sud
Egitto
Libia
Tunisia
Nord
{ "homeurl": "http://surrounded.it/", "resultstype": "vertical", "resultsposition": "hover", "itemscount": 4, "imagewidth": 70, "imageheight": 70, "resultitemheight": "100", "showauthor": 1, "showdate": 0, "showdescription": 1, "charcount": 3, "noresultstext": "Nessun risultato!", "didyoumeantext": "Forse cercavi:", "defaultImage": "http://surrounded.it/wp-content/plugins/ajax-search-pro/img/default.jpg", "highlight": 1, "highlightwholewords": 1, "openToBlank": 0, "scrollToResults": 0, "resultareaclickable": 1, "autocomplete": { "enabled": 1, "googleOnly": 0, "lang": "it" }, "triggerontype": 1, "triggeronclick": 1, "triggeronreturn": 1, "triggerOnFacetChange": 0, "overridewpdefault": 0, "redirectonclick": 0, "redirectClickTo": "results_page", "redirect_on_enter": 0, "redirectEnterTo": "results_page", "redirect_url": "?s={phrase}", "more_redirect_url": "?s={phrase}", "settingsimagepos": "right", "settingsVisible": 0, "hresultanimation": "fadeInUp", "vresultanimation": "fadeInUp", "hresulthidedesc": "1", "prescontainerheight": "400px", "pshowsubtitle": "0", "pshowdesc": "1", "closeOnDocClick": 1, "iifNoImage": "description", "iiRows": 2, "iitemsWidth": 300, "iitemsHeight": 300, "iishowOverlay": 1, "iiblurOverlay": 1, "iihideContent": 1, "iianimation": "fadeInUp", "analytics": 0, "analyticsString": "", "aapl": { "on_click": 0, "on_magnifier": 0, "on_enter": 0, "on_typing": 0 }, "compact": { "enabled": 0, "width": "100%", "closeOnMagnifier": 1, "closeOnDocument": 0, "position": "static" } }