Kosovo

SEZIONE 1 | BACKGROUND DATA

Anagrafica

    • Nome ufficiale: Repubblica del Kosovo
    • Confini: Confina ad est con il Montenegro(Est), a sud est con l’Albania(Sud-Est), a Sud con la Repubblica di Macedonia (Sud) e ad est ed a nord con la Serbia (Est e Nord).
    • Forma di governo: Repubblica Parlamentare
    • ReligioniIslam 95.6%, Chiesa Cattolica 2.2%, Ortodossi 1.5%, Altre 0.07%, Nessuna 0.07%, Non dichiarata 0.6% (2011).
    • PIL (2015): 17,09 Miliardi di $ (2014)

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    • Superficie: 10.887 km²
    • Gruppi etnici: Albanesi 92.9%, Bosniaci 1.6%, Serbi 1.5%, Turchi 1.1%, Ashkali 0.9%, Egiziani 0.7%, Gorani 0.6%, Rom 0.5%, Altri 0.2%
    • Lingue: Albanese (ufficiale) 94,5%, Bosniaco 1,7%, Serbo (ufficiale) 1,6%, Turco 1,1%, Altri 0.9%, non specificato 0.1%.
    • Popolazione: 1.883.018 (2016)
    • Tasso di migrazione netta: ND
    • Tasso di natalità: 2,2 (nati/1.000 abitanti)
    • Urbanizzazione popolazione: ND
    • Città principali: Pristina (capitale) 211 mila abitanti.
    • Aspettativa di vita media: ND
    • Principali partiti politici:  Partito Democratico del Kosovo (sinistra), Lega Democratica del Kosovo (centro), Alleanza per un Nuovo Kosovo (liberali), Movimento per l’Auto-determinazione.
    • Moneta: Euro
    • Export partners (2012): Italia 25.8%, Albania 14.6%, Macedonia 9.6%, Cina 5.5%, Germania 5.4%, Svizzera 5.4%, Turchia 4.1%
    • Import partners (2012): Germania 11.9%, Macedonia 11.5%, Serbia 11.1%, Italia 8.5%, Turchia 9%, Cina 6.4%, Albania 4.4%

Il Presidente della Repubblica Hashim Thaçi con Federica Mogherini

Istituzioni

Il Kosovo è uno Stato parzialmente riconosciuto dell’ sud est Europa.

Autoproclamatosi indipendente il 17 febbraio 2008 dalla Serbia, al 2016 è stato riconosciuto come Stato Indipendente da 115 dei 193 Stati membri dell’ONU e gode del deciso sostegno di 3 dei 5 membri del Consiglio di Sicurezza (USA, Inghilterra, Francia). Allo stesso tempo però, forte è anche la presa di posizione di Russia (che è anche ricorsa al Veto in talune circostanze) e Cina a difesa della posizione della Serbia che lo considera come una regione autonoma del suo territorio.

All’interno dell’Unione Europea, 23 dei 28 paesi membri ne riconoscono l’indipendenza. 

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Da rilevare la tendenza comune ai paesi che non lo hanno riconosciuto essendo i medesimi che hanno a loro volta problemi al loro interno con delle regioni autonome: Spagna, Cipro, Grecia, Romania e Slovacchia.

Secondo un parere dato nel 2010 dalla Corte internazionale di Giustizia, il quale non è stato una valutazione sul possesso o meno della qualifica di ‘’ Stato’’ del Kosovo, la dichiarazione di indipendenza non ha violato il diritto internazionale generale risultando formalmente legittima.

La Repubblica del Kosovo è una repubblica democratica di tipo parlamentare la cui capitale è Pristina.

La Costituzione, entrata in vigore l’anno della dichiarazione di indipendenza e non riconosciuta dai separatisti del Kosovo del Nord, prevede un organo legislativo monocamerale: L’Assemblea della Repubblica del Kosovo. I 120 membri del parlamento eleggono sia il Primo Ministro, confermando i Ministri da lui nominati, sia il Presidente del Kosovo.

Nonostante il Kosovo sia per la quasi totalità governato dall’amministrazione locale, taluni ambiti sono ancora di competenza esclusiva dell’UNMIK, l’Amministrazione provvisoria dell’ONU decisa nel 1999, che assiste il governo nell’attuazione delle linee guida delle Nazioni Unite. Tali settori riguardano specialmente la difesa, la sicurezza interna ed i rapporti con il Kosovo del Nord.

La Serbia continua a rifiutare l’indipendenza del Kosovo ed esercita la sua giurisdizione principalmente nel Nord e marginalmente in alcune enclavi nel sud del paese. Nell’aprile del 2013 i due paesi hanno raggiunto un accordo per giungere ad una normalizzazione dei loro rapporti, con il supporto dell’Unione Europea. Attualmente il processo di stabilizzazione sta continuando.

Il Kosovo è intenzionato a raggiungere la pienezza della condizione di Stato all’interno della comunità internazionale. Per questo ha iniziato rapporti bilaterali e concluso accordi al fine di avvicinarsi progressivamente alle condizioni di accesso alle Organizzazione Internazionali e regionali come le Nazioni Unite, L’Unione Europea e la NATO.

Economia

Nonostante il Kosovo abbia ereditato un’economia sottosviluppata, negli ultimi anni il governo di Pristina ha raggiunto risultati significativi nella transizione verso un sistema di mercato che, tuttavia, dipende ancora necessariamente del supporto della Comunità Internazionale per sopravvivere.

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Provenendo da un ceto prettamente agricolo, la debole economia del paese è oggi essenzialmente sostenuta dal settore dei servizi (60% del PIL), con settori industriali ed agricoli troppo deboli per produrre a sufficienza e sostenere una normale dialettica economica con gli altri Stati partner. Il Kosovo, infatti, esporta meno di qualsiasi altro stato dell’Europa, in larga misura di prodotti agricoli e materie prima di basso valore, mentre l’import riguarda quasi gli ambiti merceologici.

Il settore finanziario è in espansione grazie agli sforzi dell’esecutivo, e tramite il supporto della comunità internazionale appare liquido e ben alimentato. Conseguentemente anche il ricorso al credito da parte delle famiglie, ma anche da parte delle imprese, risulta in aumento. Nonostante i segnali positivi, la situazione del Kosovo continua ad essere molto arretrata rispetto gli standard regionali a causa dei profondi problemi strutturali che rendono inadeguate le industrie ed i settori della comunicazione e dei trasporti. La stessa somministrazione di energia elettrica in maniera continuativa alle industrie non risulta garantita.

Le prospettive sul lungo termine son quelle di giungere ad una economia a trazione commerciale ed industriale. A questo fine sono state emanate leggi per incentivare i capitali esteri attraverso garanzie legali a livello degli standard europei.

La Strategia di sviluppo delle PMI (2012-2016) e la Strategia di sviluppo del Settore Privato (2013-2017) sono finalizzate inoltre a promuovere una cultura imprenditoriale ed a promuovere l’economia del Kosovo sul piano internazionale.

Lo sviluppo economico degli ultimi anni sta portando un cambiamento nella composizione della popolazione che sta lentamente abbandonando le campagne a favore delle aree urbane e, principalmente, attorno alla Capitale.

Il reddito pro capite dei cittadini del Kosovo rimane tra i più bassi d’Europa (2500 dollari) e la disoccupazione -attestata attorno al 40% della popolazione- sommata all’alto tasso di povertà -circa il 30% di popolazione vive sotto la soglia- hanno favorito il sorgere di attività illegali nel territorio. Gran parte della popolazione kosovara vive in città rurali fuori dalla capitale e l’emigrazione è un problema sentito dal governo, vista la fragilità dello Stato. Alcune stime sull’economia sommersa ed illegale hanno mostrato indici di incidenza che hanno raggiunto anche il 50%, rendendo ancor di più difficoltoso la valutazione complessiva dello stato dell’economia della Repubblica del Kosovo.

SEZIONE 2 | SCENARI

Passato

Frontiera dell’Impero bizantino, si ritiene che fin dall’antichità la regione del Kosovo venne abitata dall’etnia degli Illiri fino a quando, progressivamente circa dal XII secolo, il popolo slavo dei serbi non iniziò ad occuparne la regione. Territorio fertile e dalla etnia liquida, ben presto divenne uno dei nuclei dell’antico stato feudale serbo, evoluzione a sua volta del principato di Raska, assumendo il ruolo di guida sia spirituale che politica fino al punto che, dagli inizi del XIV secolo, il Kosovo assunse il ruolo di perno della vita religiosa della popolazione regionale, al punto tale da essere ancora oggi oggetto di rivendicazione da parte dei serbi anche per tale ruolo simbolico di “culla” della propria civiltà.

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Durante quel secolo venne raggiunto l’apice del potere serbo nella regione che sfociò nella formazione dell’Impero Serbo e con l’incoronazione di Stefano Dušan a Zar dei serbi, vlachi, greci ed albanesi. Tuttavia, alla sua morte nel 1355 l’impero serbo iniziò una inesorabile decadenza che porto alla sua frammentazione in una serie di principati feudali fino a che, nel tardo XIV e XV secolo, parti del Kosovo furono incorporate all’interno della federazione anti-ottomana di tutti i principati albanesi, la Lega di Lezhë. creata in concomitanza con la prima espansione ottomana nei Balcani. Colta l’opportunità offerta dalla debolezza militare dei vari regni della regione, l’Impero Ottomano invase infine quei territori, conquistandoli dopo le Battaglie del Kossovo che inizieranno con la Battaglia della Piana dei Merli, il 15 giugno 1389.

Sotto il dominio Ottomano il Kosovo, costretto ad un forte processo di islamizzazione, divenne una delle quattro unità amministrative albanesi mentre, a partire dalla metà del 1400, cominciarono le prime migrazioni di cristiani albanesi verso l’Italia meridionale. Questi processi migratori saranno una costante nella storia del Kosovo la cui composizione etnica sarà sempre soggetta a bruschi mutamenti. 

Albanesi turchizzati e serbi continuarono a convivere in Kosovo fino a quando, alla fine del XVII secolo, i turchi subirono una importante sconfitta da parte delle truppe asburgiche alle porte di Vienna che, dopo la conquista di Budapest, estesero la loro influenza fino a Belgrado.

Ben presto tuttavia, minacciati ai loro confini occidentali dal Re Sole Luigi XIV di Francia, gli asburgo si ritirano dai Balcani riconsegnando il potere agli Ottomani. Ciò spinse ad un nuovo esodo la popolazione serba che, alla fine del secolo e sotto la guida del patriarca Arsenije III, fu costretta a fuggire verso la regione della Serbia per evitare la pulizia etnica ordinata dai turchi. Queste migrazioni mutarono profondamente la composizione etnica della popolazione kosovara ormai composta quasi interamente dagli albanesi che, islamizzandosi, ottennero enormi benefici dai turchi. 

Furono tali mutamenti a portare gli albanesi, dalla seconda metà del XIX secolo, a fondare la Lega di Prizren nel 1878 e con essa a perseguire il grande sogno dell’unificazione sotto la bandiera della Grande Albania di tutti gli albanesi abitanti la regione dei Balcani. In pochi anni la Lega di Prizren istituì un governo provvisorio dell’Albania i cui confini si estendevano per tutto il Kosovo e per parte della Macedonia occidentale ma, già dopo solo un anno, il governo ottomano riconquistò tutti i territori albanesi mettendo fuori legge la Lega di Prizren che continuerà ad esistere in forma clandestina.

Con l’avvento del XX secolo la decadenza dell’Impero Ottomano divenne sempre più evidente portando con sé ribellioni e mutamenti territoriali provocati dai crescenti movimenti di liberazione locali. Grazie al supporto russo gli stati balcanici conclusero una serie di accordi in funzione anti-turca nel 1912: Serbia, Grecia, il Montenegro siglarono gli accordi che diedero vita alla Lega Balcanica, portando così allo scoppio della Prima Guerra Balcanica che, in meno di due mesi, portò l’Impero Ottomano a concludere un armistizio lo stesso anno. Tali condizioni di pace furono però in seguito giudicate inaccettabili dagli ottomani che ripresero le ostilità fino ad un nuovo armistizio che, siglato grazie anche alla mediazione operata dalle principali potenze europee, fu firmato con il Trattato di Londra del 1913, che pose fine alla guerra.

Sconfitto sul campo l’Impero ottomano, a seguito delle pressioni ricevute dell’Austria-Ungheria, continuò a negare alla Serbia l’accesso al mare che essa aveva fortemente richiesto vedendosi per contro osteggiato da Francia e Russia che continuarono ad operare in senso contrario. Importante conseguenza della Prima Guerra Balcanica fu l’indipendenza dell’Albania, riconosciuta internazionalmente dal trattato di Londra che però non portò ad una indipendenza del Kosovo: i vincitori della guerra infatti negarono l’indipendenza albanese ad una parte dei territori popolati che rimasero esclusi dal nuovo Stato.

Politiche rigide ed oppressive di assimilazione culturale e nazionalizzazione furono largamente utilizzate nei territori conquistati: le garanzie date dalla Costituzione, come la libertà di associazione e la libertà di stampa, non vennero estese ai nuovi territori ed i loro abitanti ben vennero tenuti privi dei più basilari diritti politici, al fine di escluderle dalla politica nazionale, al punto che più giornali segnalarono come i “nuovi serbi” godessero di maggior diritti sotto l’impero ottomano.

Con l’assassinio a Sarajevo da parte di una nazionalista servo dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria scoppia la prima guerra mondiale.
Durante questa il Kosovo, prima di venir riconquistato dai serbi, sarà oggetto di guerra e pretese da parte degli eserciti austro-ungarici e bulgari che se contesero il controllo. Gli scontri ebbero termine con gli accordi di Versailles del 1919 che attribuirono Kosovo e Macedonia al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni che, a partire dal 1929, diventerà Jugoslavia. Con la fusione degli stati la maggioranza albanese del Kosovo diventerà una minoranza del Regno, ancora oppressa e quasi priva di diritti.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale i Balcani vennero invasi dalle truppe italotedesche: il Kosovo e la parte occidentale della Macedonia sono occupate militarmente dall’Italia e vengono successivamente unite all’Albania fino a quando, dal settembre del 1943 dopo la resa dell’Esercito italiano, i territori albanesi rimarranno occupati dalle truppe tedesche che proveranno a realizzare di nuovo una Grande Albania nazista. Fallita l’esperienza, nel 1944, gli albanesi finiranno per frammentarsi di nuovo al loro interno proprio sulla base della questione della resistenza comunista al nazismo. 

Il ventennio che va dal 1946 al 1966 per il Kosovo sarà un nuovo periodo di repressione e, solo la nuova costituzione jugoslava varata nel 1963, la stretta si allenterà. Nel 1966 gli abanesi del Kosovo ottengono finalmente una reale autonomia con l’ampliamento del sistema scolastico in lingua albanese e l’inizio di attività universitarie in albanese.

La Lega dei Comunisti Jugoslavi e lo stesso Tito riconoscono progressivamente la necessità di una politica di eguali opportunità per evitare un nuovo proliferare del nazionalismo albanese sempre più presente e sempre più intenzionato a vedere risorgere il sogno di una Grande Albania.

Con l’avvento del 1968 la regione si infiammerà di nuovo con la richiesta da parte degli albanesi di trasformare il Kosovo in una Repubblica indipendente, la settima della Federazione Jugoslava. Seguirono scontri e tensioni che porteranno la Jugoslavia, nel 1974, ad approvare la sua terza riforma costituzionale: Il Kosovo, pur rimanendo una provincia autonoma della Serbia, viene riconosciuto come uno dei soggetti costitutivi della stessa Jugoslavia, con una propria costituzione, un proprio governo, un proprio parlamento, una propria magistratura, un proprio sistema scolastico. Proprie istituzioni indipendenti da quelle serbe. 

Lentamente la percentuale di albanesi presenti nella Lega dei Comunisti, partito unico della Jugoslavia, comincia a crescere ma il Kosovo continua a restare una provincia arretrata, povera e sottosviluppata nonostante a partire dagli anni cinquanta sia stata oggetto di una porzione sempre crescente del Fondo Federale per le regioni meno sviluppate.

Presente

Con la morte del maresciallo Tito nel 1980 gli studenti fomentarono nuove manifestazioni tornando a rivendicare non solo migliori condizioni di vita, quanto soprattutto l’indipendenza della “Repubblica del Kosova. A violenti scontri seguirono una decina di morti e centinaia i feriti oltre che migliaia gli arresti. Una nuova violenta ondata di repressione torna ad abbattersi sul Kosovo ed in migliaia saranno arrestati con l’accusa di cospirazione.

Due nazionalismi violenti, opposti ed uguali iniziano ad innestarsi nei territori della provincia.

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Nel 1987 Slobodan Milošević, allora leader della Lega dei Comunisti di Jugoslavia in Serbia venne inviato in Kosovo a fini di pacificazione tuttavia prendendo ben presto le parti dei serbi dichiarando pubblicamente che “mai più nessuno potrà toccare un serbo” ed accreditandosi quindi come un leader nazionalista agli occhi dell’opinione pubblica, riuscendo nei successivi anni a far revocare (in modo non del tutto costituzionale) gran parte dell’autonomia costituzionale ottenuta dal Kosovo.

Il 28 giugno 1989, durante il 600º anniversario della prima battaglia delle Battaglie del Kosovo, Milošević, ormai Presidente della Repubblica di Serbia, pronunciò un violento discorso contro l’etnia albanese, assimilandola ai turchi ottomani segnando così l’avvio di una nuova politica di ri-assimilazione forzata della provincia corroborata da una nuova privazione dei diritti ad opera dell’etnia albanese. 

Reagendo in un primo momento con forme di resistenza non violenta gli albanesi boicottarono le nuove istituzioni ufficiali, provvedendo in via autonoma ai propri fabbisogni (anche scolastici) e dichiarando autonomamente l’indipendenza della Repubblica del Kosovo all’inizio degli anni ’90, che venne riconosciuta solo dall’Albania.

Negli anni seguenti nuovi innesti di profughi in Kosovo, da parte del governo serbo, avvennero nel tentativo di modificarne l’equilibrio demografico provocando lo sdegno di diversi paesi. Sdegno che prosegui fino a che, nel 1995 dopo la fine della guerra di Bosnia-Erzegovina, una parte degli albanesi kosovari scelse la lotta armata indipendentista. Guidati dalla Ushtria Çlirimtare e Kosovës (UCK), una organizzazione che si avvalse anche di veterani di guerra, gli indipendentisti si macchiarono però di una serie di crimini indiscriminati verso non solo la popolazione kosovara slavofona, ma anche verso quella componente kosovaro albanese rimasta neutrale al conflitto e per tanto giudicata colpevole di tradimento.

A questa nuova spirale di violenza il governo di Belgrado, rappresentante dello Stato formalmente territorialmente sovrano, decise di rispondere con altrettanta determinazione e, visto che la questione del Kosovo non era stata sollevata dalle potenze occidentali intervenute nella regione con gli accordi di Dayton, Miloševič si sentì con le mani libere dando così inizio alla sua politica repressiva contro i kosovari di etnia albanese, che vide realizzare veri e propri massacri, portando alla morte molti civili ed alla distruzione di moli immobili tra cui case, scuole e luoghi di culto.

Circa 11.000 saranno gli albanesi uccisi, anche se si pensa che i dati siano parziali, mentre circa altri 800.000 saranno costretti a fuggire verso Albania e Macedonia, ove si rifugiarono anche i vari combattenti dell’UCK che continuerà a fomentare ribellioni nella regione fino a quando, nel 1999 un vero e proprio conflitto armato non vede luce. Grazie all’intervento di diverse forze internazionali in protezione della componente albanese del Kosovo, la pulizia etnica viene fermata e le due parti, quella serbo kosovara e quella kosovaro albanese, vengono invitate inutilmente a trovare una soluzione comune.

In base alle Risoluzione 1244/99 del CdS dell’ONU il Kosovo è stato provvisto di un governo ed un parlamento provvisorio sotto il protettorato internazionale UNMIK e NATO e, negli anni successivi la situazione andrà lentamente normalizzandosi, anche se non mancheranno episodi di violenza nazionalista. 

Dal 2006, dopo la morte del presidente Rugova, nuovi negoziati vennero avviati tra le delegazioni kosovare Serba ed Albanese sotto mediazione ONU per la definizione dello status futuro della provincia. Nonostante numerosissimi incontri tra le diverse parti, il piano finale previsto non mai condiviso da nessuna delle parti e, nel frattempo, grazie all’avvento di una nuova fase di democratizzazione della Serbia, venne garantito dal governo di Belgrado al Kosovo lo status di “Provincia Autonoma”.

Con una indipendenza sempre più vicina l’UE, nel 2008, ha approvato l’invio della missione civile internazionale in Kosovo “EULEX”, sostituendola alla missione NATO, per favorire la transizione del Paese ad un assetto adeguato alla modernità. Proteste seguirono da parte dal punto di vista formale, argomentando sulla base dell’assenza di un mandato diretto da parte dell’ONU. La stessa Russia si espose definendo l’iniziativa al di fuori dal dettato normativo disposto entro il Consiglio di Sicurezza.

Il 17 febbraio 2008, riunito in seduta straordinaria, il Parlamento di Pristina ha approvato la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo adottando i propri simboli nazionali. 
Il discorso pronunciato dal premier Thaci descrive una Repubblica democratica, secolare e multietnica, fondata sulla Legge. Neanche passati dieci minuti dalla proclamazione, il governo di Belgrado si affrettò subito nel dichiarare illegittima ed illegale tale rivendicazione, sancendo che mai riconoscerà la repubblica secessionista come indipendente.

Seguirono dichiarazioni da parte di tutto il mondo circa la legittimità o meno della dichiarazione del Parlamento di Pristina:
Durante lo stesso giorno, il governo della Costa Rica (notoriamente legato profondamente con gli altri paesi centroamericani) è stato il primo paese a riconoscere l’indipendenza del Kosovo precedendo gli importanti riconoscimenti di USA ed Albania.
L’Unione europea, riunita in assemblea a Strasburgo, non riuscì a trovare una condotta unitaria, sfociando nella decisione che ogni paese potesse assumere la posizione che più ritenesse opportuna. Da tempo favorevoli si erano dichiarati: Francia, Gran Bretagna, Germania ed Italia.
Fortemente contrari, a causa delle conseguenze interne che avrebbe prodotto una loro legittimazione ad istanze separatiste estere, erano: Spagna, Grecia, Cipro. 

Fortemente contrari furono Russia e Cina, entrambe potenze con potere di veto in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che mai si pronunciò a favore dell’indipendenza del Kosovo ritenendo formalmente valida la risoluzione 1244/99.

Ad oggi la quota dei riconoscimenti internazionali ha raggiunto 115 unità.

Il Kosovo aspira ad una piena integrazione nelle Organizzazioni Internazionali

Futuro

Con la ratifica della nuova Costituzione, controfirmata dal capo della missione EULEX, si è aperta una nuova pagina nella storia del KosovoEsso viene riconosciuto in linea con gli indirizzi proposti dagli Stati europei: la Costituzione infatti dispone l’assetto di diritto tipico delle società occidentali moderne sancendo che il governo di Pristina si impegnerà ad attuare una Stato laico, che rispetti le libertà di culto e che sia in grado di garantire pienamente i diritti di tutte le comunità etniche locali. A fronte dell’assenza di una organizzazione dello Stato ancora compiuta, che comprende ad esempio l’assenza di un vero esercito nazionale, le forze internazionali continuano a mantenere le proprie truppe sul territorio con scopi di formazione e protezione. Con la ratifica, inoltre, viene chiusa definitivamente la missione UNMIK, attraverso il passaggio di consegne alla missione EULEX.

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Con la Costituzione del 2008 alcuni poteri esecutivi tenuti dall’UNMIK passano inoltre al governo kosovaro, la cui autorità, tuttavia, non è stata ancora riconosciuta nel Kosovo del Nord nonostante i vari tentativi ad opera della comunità internazionale di legittimarlo e stabilizzarlo. Secondo il governo serbo infatti, la risoluzione 1244 si applicherebbe unicamente sui territori del “Kosovo a maggioranza albanese”, cioè in tutto il territorio del Kosovo, esclusa la provincia del nord.

La questione è stata affrontata dalla Corte Internazionale di Giustizia, massimo organo giurisdizionale dell’ONU che nel luglio 2010, in un parere, ha affermato che la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo non infrange da sola il diritto internazionale né la risoluzione 1244 del CdS. Il parere viene tuttavia criticato, restando controverso, in quanto la risoluzione subordinava al rispetto della sovranità serba la soluzione della crisi, sovranità che viene considerata lesa sia dall’intervento NATO, che dalla missione UNMIK.

Il 9 settembre 2010 è stata approvata in seno all’ONU una risoluzione preparata dalla Serbia e dall’Unione europea che ha aperto la strada ai negoziati tra Belgrado e Pristina e che ha avuto come risultato, nel 2013, la sottoscrizione di un accordo, promosso dall’UE, tra i governi di Belgrado e Pristina. In tale accordo la Serbia, seppur continui a non riconoscere l’indipendenza del Kosovo, ne riconosce l’autonomia, conferendo indirettamente una qualche legittimità alle pretese del governo kosovaro. Cuore dei negoziati passati e futuri rimangono comunque i serbi del Kosovo del Nord ed i territori da loro occupati. Ad essi il governo kosovaro ha riconosciuto una certa autonomia, comunque inquadrata all’interno delle istituzioni della Repubblica del Kosovo.

Territorio soggetto ad una crescente presenza delle forze dell’ISIS, arretrato economicamente e dai grandi rischi di violenti disordini interni, il Kosovo rimane ad oggi uno Stato giovane dalle grandi difficolta. La sua posizione nella ‘’Rotta Balcanica’’ e la sua storia lo rendono un soggetto che sempre sarà inevitabilmente coinvolto nei mutamenti geopolitici dell’area balcanica che, nonostante sembra si stia avvicinando sempre più all’alveo dei paesi membri o vicini all’Alleanza Atlantica, ad oggi non ha ancora raggiunto quel grado di stabilità, sviluppo e credibilità nazionale necessari ad una normalizzazione dei rapporti. Rapporti che con l’occidente, vista la presenza delle forze internazionali sul territorio (sia in campo militare sia come supporto istituzionale) e vista la dipendenza del governo di Pristina dal credito estero, rimarranno solidi fino a quando la Repubblica del Kosovo si dimostrerà capace di attuare le riforme necessarie per trasformare questo Stato arretrato in uno Stato moderno.

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