Giordania

SEZIONE 1 | BACKGROUND DATA

Anagrafica

    • Nome ufficiale: Regno Hashemita di Giordania
    • Confini: Siria a nord, Iraq a nord-est, Arabia Saudita a est, sud-est e sud (con una piccola porzione di terra bagnata dal Golfo di Aqaba), Israele a ovest.
    • Forma di governo: Monarchia parlamentare costituzionale
    • Religioni: musulmani (97,2%), cristiani (2,2%), buddisti (0,4%), indu (0,1%), ebrei (<0,1%).
    • PIL: 39,45 miliardi di $ (pro capite: 11.100 $)

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    • Superficie: 89,342 km²
    • Gruppi etnici: Arabi (98%), Circassiani (1%), Armeni (1%).
    • Lingue: arabo (ufficiale), inglese.
    • Popolazione: 8.185,384
    • Tasso di migrazione netta: -13,4/1000
    • Tasso di natalità: 25,5 (nati/1.000 abitanti)
    • Urbanizzazione popolazione: 83,7%
    • Città principali: Amman (capitale) 1,1 milioni di abitanti
    • Aspettativa di vita media: 74,6 anni
    • Principali partiti politici: Fronte islamico d’azione
    • Moneta: Dinaro giordano
    • Export partners (2015): USA 21%, Arabia Saudita 16,5%, Iraq 10,3%, India 8.7%, EAU 4,8%, Kuwait 4,4% 
    • Import partners (2015): Arabia Saudita 15,4%, Cina 12,8%, USA 6,2%, Germania 4,7%, EAU 4,2%

Ritratto di Re Abdallah II

Istituzioni

Il regno hashemita di Giordania, o come è convenzionalmente chiamato – Giordania, è una monarchia costituzionale parlamentare. Prende il nome dal fiume Giordano, che scorre lungo il suo confine occidentale, spartito con Israele; gli altri confini sono condivisi con Siria (a nord), Iraq (nord-est) e Arabia Saudita (est e sud); a sud il paese ha un piccolo ma importantissimo sbocco sul Golfo di Aqaba, che prende il nome dallimportante città portuale.

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La capitale del paese è Amman, che si trova nella parte nord-occidentale. La Giordania è divisa in 12 governatorati.

Il paese è indipendente dal 25 Maggio del 1946, giorno in cui cessò il mandato britannico conferito dalla Società delle Nazioni.

La Costituzione giordana fu adottata il 28 Novembre 1947, e ratificata il 1 Gennaio 1952; da allora è stata emendata diverse volte, lultima nel 2016.

Il sistema legislativo è un misto tra i codici istituiti dallImpero Ottomano (che a sua volta si basava sulla legge francese), la common law britannica e la legge islamica. Nel sistema giuridico internazionale, invece, accetta la giurisdizione della CIG, pur non sottostandovi.

Come detto, il paese è retto da una monarchia: il re è Abdallah II, tale dal 7 Febbraio del 1999; principe ereditario è Hussein, nato il 28 Giugno 1994, primogenito del re. La corona è ereditaria. Il Capo del Governo, nominato dal Re, è il Primo Ministro Han Mulki, in carica dal 1 Giugno 2016; il gabinetto è nominato dal Primo Ministro in accordo con il Re.

Il principale organo del ramo legislativo è lAssemblea Nazionale bicamerale (detta Majlis al-Umma), composta dal Senato (o Camera dei Notabili o Majlis al-Ayan, che accoglie 60 membri nominati dal Re con mandato quadriennale) e dalla Camera dei Deputati (o Camera dei Rappresentanti o Majlis al-Nuwaab, composta da 130 membri con mandato quadriennale, di cui 115 sono eletti direttamente in modo proporzionale, mentre 15 sono riservati alle donne).

Le ultime elezioni hanno riguardato la Camera dei Deputati, e si sono tenute il 20 Settembre 2016: attualmente siedono 100 rappresentanti indipendenti, 10 membri del Fronte Islamico dAzione (il ramo giordano dei Fratelli Musulmani), 5 di Zamzam (partito moderato), 5 del Partito Centrista Islamico, 4 di Corrente Nazionale, con gli altri 6 distribuiti in 5 partiti minori (tra cui baathisti, comunisti e nazionalisti).

Il ramo giudiziario vede al suo apice la Corte di Cassazione o Corte Suprema, che consiste di 15 giudici, e la Corte Costituzionale, che ha 9 membri. Il capo della Corte Suprema è nominato dal Re, mentre gli altri giudici sono nominati dal Consiglio Giudiziario (composto da 11 personalità di alto livello in ambito giuridico) e approvati dal Re; il Re nomina anche i membri della Corte Costituzionale, che restano in carica per 6 anni senza possibilità di rinnovo del mandato.

Petra, principale attrazione turistica giordana

Economia

Leconomia della Giordania è tra le più piccole del Medio Oriente, avendo insufficienti quantità di acqua, petrolio e altre risorse naturali: per questo, leconomia della monarchia si basa fortemente sullaiuto internazionale.

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Tra le principali sfide economiche che il governo deve affrontare, ci sono i cronicamente alti tassi di povertà, la disoccupazione e la sottoccupazione, il deficit e il debito statale.

Nel primo decennio del XXI secolo, Re Abdallah ha implementato diverse significative riforme economiche, come lespansione del commercio estero e la privatizzazione di società a partecipazione statale, misure che attirarono ulteriori investimenti esteri e contribuirono alla crescita annuale media dell8% tra il 2004 e il 2008.

Il rallentamento economico globale e linstabilità cronica regionale hanno però contribuito a rallentare tale crescita nei sei anni seguenti, riducendola al 2,8%. Nel 2014 le finanze stati furono messe sotto stress da una serie di attacchi a gasdotti in Egitto che arrestarono lesportazione di gas verso la Giordania e la costrinsero ad aumentare limport di diesel, più costoso, dallArabia Saudita.

Per diversificare lapprovvigionamento energetico, la Giordania ha stretto diversi accordi per il gas naturale liquefatto e sta esplorando la possibilità di produrre energia nucleare.

Per quanto riguarda i principali dati economici, si segnala il PIL a parità di potere dacquisto, che ha raggiunto quota 82,73 miliardi di dollari nel 2015 (78,28 nel 2013 e 80,71 nel 2014, dato che indicano una crescita del 2,8% nel 2013, del 3,1% nel 2014 e del 2,5% nel 2015, e che posizionano la Giordania al 125° posto nella classifica mondiale di riferimento); dal dato precedente deriviamo quello sul PIL/pro capite, che si assesta per gli anni 2013, 2014 e 2015 rispettivamente a 12.000, 12.100 e 12.100 dollari, numeri che pongono la monarchia hashemita al 134° posto nel mondo. La composizione del PIL vede il settore terziario (o dei servizi) al 66,2%, il settore secondario (industriale) al 29,6% e quello primario (dellagricoltura) al 4,2%.

A proposito di questultima, i principali prodotti commerciati sono limoni, pomodori, olive, fragole; le principali industrie del paese sono quelle del turismo, della tecnologia dellinformazione, del vestiario, dei fertilizzanti, dei prodotti farmaceutici e del cemento, nonché della manifattura. La produzione industriale attualmente si attesta su una crescita del 2,2% (94° paese nel mondo).

La forza lavoro consiste di circa 2 milioni di persone, che si dividono tra settore primario, secondario e terziario con una percentuale rispettiva del 2%, 20% e 78%. Il tasso di disoccupazione è cresciuto tra 2014 e 2015 dal 11,9% al 13,1%, anche se le stime non ufficiali parlano addirittura di un 30%. Ben il 14% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

Il debito pubblico è cresciuto dall80,8% del 2014 all85,5% del 2015, dato che pone la Giordania al 26° posto nel mondo. La Giordania ha un debito con lestero di 25 miliardi di dollari.

Il paese è invece al 99° posto per quanto riguarda lexport, che nel 2015 si è attestato sui 7,83 miliari di dollari (in diminuzione di mezzo miliardo rispetto allanno precedente): i beni esportati sono tessile, fertilizzanti, beni farmaceutici e vegetali, commerciati principalmente con Stati Uniti (21%), Arabia Saudita (16,5%), Iraq (10,3%), Emirati Arabi Uniti (4,8%) e Kuwait (4,4%).

In merito allimport, si registra nel 2015 una spesa di 18 miliardi di dollari, anche qui in diminuzione (di oltre 2 miliardi) rispetto al 2014: la Giordania è così al 77° posto nel mondo. I beni importati sono petrolio greggio, prodotti petroliferi raffinati, ferro e cereali; i paesi da cui provengono le maggiori quote di import sono Arabia Saudita (15,4%), Cina (12,8%), Stati Uniti (6,2%), Germania (4,7%) ed Emirati Arabi Uniti (4,2%).

SEZIONE 2 | SCENARI

Un giovane Re Hussein (a destra) con l'Ammiraglio Maurer (1972)

Passato

Linstabilità regionale e la scarsità di materie prime sono due caratteristiche che hanno afflitto il Regno hashemita di Giordania fin dalla sua nascita, nel 1921: per questo, primo obiettivo della monarchia è sempre stato quello di trovare alleanze e protezioni internazionali, facendo leva sulla propria importanza strategica.

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In primis fu la Gran Bretagna, che finanziò la Giordania tra il 1921 e il 1957 (dal 48, in seguito allindipendenza giordana, tramite il Trattato di Alleanza e Amicizia). Con il disimpegno britannico dal Medio Oriente e, al contempo, laumento dellinfluenza globale statunitense, ci fu un passaggio di consegne: Giordania e USA cominciarono uno stretto rapporto, seppur mai benedetto da un trattato vincolante, subordinato alla dottrina Eisenhower.

Quando nel 1967 scoppiò la Guerra dei sei giorni, gli effetti si ripercossero sul suolo giordano, invaso da migliaia di profughi palestinesi nonché dai guerriglieri fedayyn che da lì proseguirono la guerriglia con Israele: per questo, il re Hussein chiese aiuto alla Lega Araba prima e (in seguito al diniego) agli occidentali per debellare la piaga dei fedayyn.

Nel 1970, in seguito al cosiddetto Settembre Nero, si scatenò una vera e propria guerra civile: nellescalation fu decisivo lintervento americano, con cui Hussein cacciò dal paese lultimo contingente di guerriglieri palestinesi e consolidò il proprio potereLe conseguenze della guerra civile furono duplici: da un lato, la Lega Araba fu contrariata dal trattamento riservato ai palestinesi; dallaltro, lintervento degli Stati Uniti a favore del regime monarchico consolidò i rapporti fra americani e giordani.

Con la fine della guerra civileil re ebbe la possibilità di concentrarsi sullo sviluppo economico del paese, che si rese evidente tra il 73 e l82: ciò grazie ai piani di sviluppo governativi, orientati allaumento dell’occupazione, alla crescita della produzione e alla riduzione del deficit commerciale. Contemporaneamente, gli aiuti internazionali incrementarono le riserve di valuta straniera e aumentarono le entrate statali: nel 1975 gli aiuti stranieri ricevuti dal governo rappresentavano il 37,2% del PIL annuo.

Inoltre, vista la ripresa dopo le sofferenze della guerra civile, il re evitò di implicarsi pienamente nella guerra dello Yom Kippur (1973): per questo gli USA offrirono alla Giordania un ruolo preminente nel processo di pace che portò agli accordi di Camp David. Ruolo che però venne rifiutato, soprattutto per la pressione della Lega Araba (che voleva evitare che un altro paese arabo, oltre allEgitto, firmasse un accordo di pace con Israele) e per la conseguente promessa di ricevere 1,2 miliardi di dollari all’anno per il decennio successivo in qualità di “stato in prima linea” nel confronto con Israele.

Come prevedibile, gli USA diminuirono di conseguenza gli aiuti economici. Anche per questo, la Giordania intensificò lopera di diversificazione dellaiuto internazionale, sviluppando la relazione con laltra grande potenza, lUnione Sovietica, e con la Comunità Europea, senza però che il rapporto privilegiato con gli USA fosse messo in discussione.

Con la grave recessione economica regionale degli anni Ottanta (dovuta alla diminuzione del prezzo del petrolio), il regno hashemita vide diminuire sia i finanziamenti dallestero sia lafflusso di denaro tramite rimesse, i quanto i lavoratori emigrati fecero rientro nel paese. 

Gli anni 87-88 furono anche peggiori, per le conseguenza politico-economiche della guerra tra Iran e Iraq e della rinuncia alla sovranità sul territorio cisgiordano: per questo si chiese aiuto al Fondo Monetario Internazionale, con cui fu stipulato un accordo segreto che congelò il detto di 275 milioni di $ in cambio dellattuazione di un piano quinquennale per la stabilizzazione del sistema economico. La conseguenza fu un insieme di austerità e tagli ai sussidi, che per la prima volta intaccarono il rapporto tra la monarchia e la sua base sostenitrice. Nonostante queste misure, il PIL crollò del 13 per cento, linflazione crebbe del 25 per cento, la disoccupazione raddoppiò fino al 20 per cento e il debito aumentò fino ad arrivare a 8,5 miliardi nel 1989. La Giordania divenne così uno dei paesi più indebitati al mondo.

Il re puntò allora ad una pacificazione sociale, da perseguire mediante unopera di democratizzazione e liberalizzazione del paese: fu revocata la legge marziale (vigente dalla guerra civile), venne stesa una carta nazionale (1990) e fu emanata una legge concernente i partiti politici e la stampa, oltre alla riforma del sistema giudiziario.

Con lo scoppio della guerra del Golfo, la posizione internazionale della Giordania andò incontro a diverse difficoltà: essa infatti prese una posizione avversa allannessione solo dopo varie esitazioni, dovute ai forti legami politico-economici con entrambe le parti in conflitto. Per questo, la comunità internazionale decise di isolare la Giordania a causa del suo ambiguo supporto a Saddam Hussein: oltre agli Stati Uniti, furono compromessi i rapporti con i Paesi del Golfo, che bloccarono gli aiuti concessi e sospesero i rapporti commerciali. Il governo hashemita cercò di conseguenza nuovi alleati e finanziatori per compensare gli aiuti persi: tra questi, il Giappone e la Germania.

Le relazioni tra gli Stati Uniti e il regno hashemita tornarono a rafforzarsi solo nel 1997, quando gli americani conferirono alla Giordania lo status di major non-NATO ally, concedendole ingenti aiuti militari.

Consolidato nuovamente il principale rapporto politico-economico e superate le tensioni regionali, il regime si concentrò nuovamente sulla regolazione interna, nella direzione – caldeggiata” dagli americani – di una riforma liberale della politica e delleconomiaFu dunque proseguito il limitato processo di democratizzazione avviato nel 1990, e nel 1995 la Giordania fu inclusa nel progetto della costituzione di un partenariato euro-mediterraneo.

Tra il 1996 e il 1997 si ebbero nuove difficolta: economiche, in seguito allesaurirsi del boom dato dalla ripresa delle rimesse dagli espatriati nonché alla crisi asiatica e al calo del prezzo del petrolio, e politiche, date dalle proteste per la normalizzazione dei rapporti con Israele.

A Gennaio 1999 re Hussein morì dopo aver designato alla successione, nella sorpresa generale, il figlio Abdallah (Abdallah II), il quale inaugurò una stagione di riforme. Il re, infatti, promosse la liberalizzazione economica, affiancandola al rafforzamento dei rapporti con le potenze extra regionali e al ristabilimento di quelli con i Paesi del Golfo: questo, facendo leva soprattutto sullinstabilità economica del paese, la cui sopravvivenza era necessaria in una regione già messa a dura prova (terrorismo, seconda Intifada, guerre in Afghanistan e Iraq).

Nel 2001 la Giordania sostenne lintervento americano in Iraq, partecipando alle missioni di peacekeeping: grazie a ciò, divenne uno dei primi cinque paesi beneficiari di aiuti statunitensi.

Nel 2002, Abdallah lanciò il programma Jordan First, che prevedeva un piano di trasformazione socio-economica atta a creare nuovi posti di lavoro, ridurre la povertà e migliorare la qualità della vita. Nello stesso anno entrò in vigore laccordo con lUnione Europea, che stabilì le condizioni per la progressiva liberalizzazione degli scambi di beni, servizi e capitali.

Nel 2003 scoppiò la seconda guerra del Golfo, nella quale re Abdallah si oppose allintervento militare americano, soprattutto per scongiurare un esodo di rifugiati verso le proprie terre (come del resto successe in seguito alla prima guerra del Golfo), ma anche per i soliti legami petroliferi con Saddam. Nonostante questa discordanza, fu efficace la collaborazione giordano-statunitense in materia di antiterrorismo.

Nel novembre 2005 ci furono tre attentati kamikaze di Al Qaeda nel cuore di Amman, in cui morirono più di cinquanta civili. Da un lato gli attacchi indebolirono la credibilità del regno hashemita come luogo al riparo dallinstabilità regionale e quindi adatto per svolgere affari; dallaltro, essi rimandarono la decisione di re Abdallah di effettuare delle riforme economiche, così da potersi concentrare su sicurezza e intelligence.

Inevitabilmente fu stretta la cinghia in materia di partecipazione sociale e civile, il che favorì anche il serpeggiare di una crescente frustrazione tra alcune famiglie tribali, vecchie alleate della monarchia hashemita, private dei diritti e declassate da nuovi gruppi di élite. Questo clima fece da humus perché lo scontento delle Primavere Arabe attecchisse anche in Giordania: ciò che non si verificò, però, fu una vera rivoluzione, semmai una forte instabilità che portò allincremento degli aiuti esteri (dal 2011 più di 800 milioni di $ dagli USA, 1,4 miliardi di $ dallArabia Saudita e 1,5 miliardi di $ dallUE/paesi membri).

Nel 2012 scoppiò la guerra civile in Siria e la conseguente migrazione di massa sconvolse profondamente il regime giordano.

 

Scorcio di Amman

Presente

Come evidente a partire dalla sua storia, si può comprendere la Giordania e la sua politica interna solo considerando il suo posizionamento e coinvolgimento internazionale.

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Ebbene, la politica estera giordana non è rimasta statica, ma si è adattata alla luce dei recenti eventi. Tra questi, il più importante è senza dubbio levoluzione del conflitto siriano, rispetto al quale la monarchia hashemita ha gradualmente assunto una posizione moderata volta ad evitare la creazione di zone controllate da jihadisti limitrofe ai propri confini. Il coinvolgimento giordano, peraltro, è incrementato in seguito alla cattura e allesecuzione del proprio pilota Moath al Kasasbeh, caduto in mano allISIS allinizio del 2015.

Come detto nella sezione storica, la posizione geopoliticamente strategica della Giordania la rende un pilastro da salvaguardare per evitare il collasso regionale.

La più importante alleanza è quella con gli Stati Uniti, storicamente suoi sostenitori (sia economicamente che militarmente) dalla seconda guerra mondiale: addirittura, la Giordania può essere considerata avamposto americano nel Medio Oriente. Come detto, tuttavia, non ci sono trattati formali che normano tale rapporto: lalleanza, dunque, affonda le proprie radici in una consolidata prassi di cooperazione regionale e internazionale su svariate questioni. Con la salita al trono di Abdallah II, la relazione si è rafforzata: esempio è lAccordo di Libero Scambio firmato con Clinton il 24 Ottobre 2000, grazie a cui sono state eliminate barriere tariffarie e non che ostacolavano il commercio di beni industriali e agricoli. Gli USA sono sempre stati i protagonisti dellassistenza militare internazionale alla Giordania: non a caso, nel 1996 questultima si è vista assegnare il titolo di Major Non-NATO Ally. Dal 2009, la Giordania ha ricevuto materiale in eccesso della Difesa USA per un valore di circa 82 milioni di $.

Se possibile, il rapporto si è intensificato con lo scoppio della guerra siriana. Infatti, le conseguenze del conflitto stanno mettendo a dura prova la reale tenuta sociale e istituzionale giordana. È per questo che dal 2012 Washington ha aumentato la sua presenza militare nel paese, supportando la difesa giordana dei confini con la Siria. Inoltre, c’è la condivisione di intelligence e cooperazione in materia di sicurezza; nel 2015, quando re Abdallah II ha visitato Washington, ha inoltrato una richiesta urgente di rifornimento di munizioni, da allora puntualmente consegnate. Lunica eccezione è costituita dal rifiuto del Dipartimento di Stato americano di fornire il governo giordano di armi avanzare, come i droni, per le operazioni in Iraq e Siria: il Dipartimento ha giustificato la decisione con lelevato costo di tali armi, che sono dunque da destinare ad altre priorità.

Laltro grande alleato internazionale della Giordania è lUnione Europea. Come detto, la relazione con la Gran Bretagna è persino più antica di quella con gli Stati Uniti: non deve dunque sorprendere questo stretto legame con la comunità di Bruxelles, che peraltro investe vari campi, in primis quello commerciale (lUE è il più grande partner commerciale della Giordania). Inoltre la monarchia è stata un membro della Partnership UE-Mediterraneo dal 95, legame confermato nel 2008 con la creazione dellUnione per il Mediterraneo. Attualmente, le relazioni euro-giordane sono stese in un Piano dAzione allinterno della Politica Europea di Vicinato.

Con il passare del tempo la Giordania è diventata un alleato sempre più affidabile nella regione, grazie alla sua moderazione ed alla politica pro-Occidente. Quello che succede in Giordania, ormai, è di grande rilevanza per lEuropa, e le recenti tensioni interne e regionali hanno portato ad un coinvolgimento europeo sempre maggiore nei confronti della monarchia giordana: infatti, come per gli americani, è la stabilità del paese ciò che preoccupa la comunità europea.

Il rapporto tra UE e Giordania è normato da tre pilastri: lAccordo di Cooperazione firmato nel 1977, lAccordo di Associazione del 2002 e i vari Piani dAzione della Politica Europea di Vicinato.

Infine, il terzo grande rapporto internazionale da considerare è quello con la Russia. Prima della fine della Guerra Fredda, le relazioni tra i due paesi si sono sempre attenute alla logica delle sfere di influenza, che vedeva la Giordania come stretta alleata degli Stati Uniti. Nel 1991, tuttavia, la monarchia riconobbe la sovranità e lindipendenza della Federazione Russa, dando avvio allo scongelamento delle relazioni, che nei seguenti venti e più anni si sarebbero sviluppate con successo in materia politica ed economica.

In accordo con la sua attitudine a cercar alleati strategici, il governo giordano ha considerato la Russia un partner chiave per una pacifica risoluzione dellinstabilità mediorientale.

Rispetto al conflitto giordano, la dinamica del rapporto tra i due paesi è singolare: allinizio della guerra, infatti, Giordania e Russia erano su fronti opposti, con il governo russo a sostegno di Assad e la monarchia in supporto dellopposizione siriana. Tuttavia, la posizione giordana non è mai stata netta, da una parte generando scontento tra gli alleati (in particolare lArabia Saudita), dallaltra consentendo di mantenere con i russi ununità dintenti in merito alla ricerca di una soluzione politica. Esito di tale politica è stata la decisione russa di investire 10 miliardi di $ nella costruzione di un sito nucleare in Giordania come parziale risoluzione del drammatico problema della scarsità di risorse. Il primo reattore sarà operativo nel 2020, stando alla Commissione Giordana sullEnergia Atomica; il sito – nel suo insieme – produrrà il 12% del fabbisogno energetico del paese, e sarà finanziato dalla Russia per ben il 49%.

Nel Marzo 2016 la Russia ha spinto per lingresso della Giordania nellaccordo di libero scambio dellUnione Economica Eurasiatica nella forma di un protocollo che favorisca la cooperazione tra il Russian Fund for Direct Investments e la Jordan Investment Commission.

Attualmente, Russia e Giordania sono arrivate a condividere una linea dazione sul conflitto siriano, ossia quella di sconfiggere la minaccia jihadista. Tale posizione ha generato – nellOttobre 2015 – unazione militare coordinata, adottando uno speciale meccanismo di lavoro” che sarà usato per condividere informazioni sulle operazioni di contrasto al terrorismo.

In conclusione, il conflitto siriano e la conseguente crisi dei rifugiati sono diventate – paradossalmente – un trampolino per un maggiore ruolo internazionale della Giordania. La sua stabilità, infatti, non è mai stata tanto essenziale per prevenire limplosione del teatro mediorientale. Il governo giordano è stato abile ad ottenere importanti concessioni dalle principali potenze, rafforzando le sue alleanze storiche e stringendone di nuove. Nello specifico merito della guerra in Siria, la monarchia ha ottenuto un ruolo guida nella ricerca di una soluzione politica mediando efficacemente tra tutte le parti in gioco. Infine, in riguardo alla crisi dei rifugiati, la situazione drammatica ha convinto molti paesi a fornire aiuto umanitario e investimenti a lungo periodo alla Giordania, così da rinforzare il suo sistema economico e tenere sotto controllo la situazione interna. È evidente, dunque, che linstabile situazione attorno al Regno Hashemita può essere una grande opportunità per creare relazioni politiche ed economiche, attrarre finanziamenti esteri e intraprendere riforme che permetteranno alla Giordania di superare lo stallo attuale.

L'inverno nel campo di Za'atari

Futuro

Alla luce di quanto esposto finora, è più facile leggere chiaramente le due maggiori sfide interne che la Giordania è chiamata a risolvere nei prossimi anni: una legata allattuale situazione politica, ossia quella dei rifugiati in seguito alla guerra siriana, ed una più strutturale, vale a dire il rafforzamento di uneconomia cronicamente debole.


Rifugiati

Innanzitutto, è bene richiamare le tappe di questa crisi, scoppiata nel 2011 in seguito al conflitto in Siria. Solo un anno dopo, a Ottobre 2012, in Giordania erano presenti oltre 103 mila siriani registrati o in attesa di registrazione, motivo per cui il Governo decise di creare un campo profughi a Zaatari, che presto sarebbe diventata la seconda città giordana per numero di abitanti. Ben presto, nel 2013, fu tuttavia necessario costruire un ulteriore campo, ad Azraq; nello stesso anno, il re Abdullah optò per la decisione di chiudere gli attraversamenti informali dei confini occidentali, decisione in contrasto con la storica politica di apertura del paese giordano: del resto, nonostante le misure intraprese, la quantità di rifugiati siriani era insostenibile, come dimostra il fatto che circa un decimo della popolazione giordana era effettivamente siriano.

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A Settembre 2015 il conto dei siriani registrati in Giordania si attestava ad oltre 630 mila, ben il 10% della popolazione; numero che nellultimo anno è aumentato ulteriormente a 640 mila, anche se il numero totale (ossia che consideri anche i siriani non registrati) potrebbe superare il milione di persone.

Il principale paradosso che riguarda la Giordania, è che nonostante ospiti la più grande quantità di rifugiati al mondo, la monarchia ha rifiutato di siglare qualsiasi convenzione internazionale o protocollo che ne regoli il trattamento (compresa la Convenzione del 1951 e il Protocollo addizionale del 1967). Gli unici riferimenti normativi in merito, dunque, sono la firma della Convenzione contro la tortura (1991), che impedisce il rimpatrio di persone a rischio di tortura, la Convenzione sui diritti dei bambini, che obbliga a combatterne il traffico illegale, e un Memorandum dintesa (1998) che regola la cooperazione tra Giordania e UNHCR sulla protezione dei diritti dei rifugiati.

La politica di non vincolarsi ad alcun atto formale, cosa che abbiamo definito come paradosso, ha in realtà uno specifico obiettivo: nellambiguo e incompleto panorama legale che regola questo tema, il governo giordano vuole mantenersi intatta lindipendenza e la libertà di azione nella gestione della crisi dei migranti; inoltre il paese può decidere in qualsiasi momento se continuare con la politica dellapertura, o privilegiare linteresse nazionale. Questo comporta aspetti positivi (ad esempio la prontezza e la creatività nel rispondere) e negativi (c’è un vuoto normativo che rende i rifugiati vulnerabili). Nella pratica, la Giordania evita il riconoscimento ufficiale dei rifugiati allinterno delle sue leggi, preferendo riferirsi ai rifugiati siriani con termini quali visitatoriospiti irregolarifratelli arabi” o semplicemente ospiti, tutte parole che non hanno significato legale nelle leggi giordane.

La politica dellapertura, come labbiamo definita pocanzi, significa che il governo rinuncia a richiedere il visto per lingresso e il permesso di soggiorno per la permanenza in Giordania: i siriani, di conseguenza, devono semplicemente presentare un documento valido alle autorità giordane e aspettare di essere riconosciuti come rifugiati. Lo scopo di tale politica è di attirare capitali stranieri grazie al mantenimento del ruolo cruciale allinterno dello scenario politico regionale, in cui la gestione dei migranti giordani è cruciale per la stabilità del sistema. Tuttavia, ciò che desta preoccupazione è il fatto che il continuo aumento del numero dei siriani in arrivo ha messo sotto pressione le risorse delle comunità che li ospitano, rendendo sempre più difficile mantenere la politica dellapertura” come unica strategia.

Strettamente legata al tema della politica di apertura o chiusura dei confini, è la questione della gestione dei campi di accoglienza. I campi, per loro natura, sono pensati per essere strumenti temporanei, nonché come sorta di ultima ratio” nellaffrontare la crisi dei migranti; inoltre, presentano aspetti positivi per i governanti, in quanto permettono un più agevole controllo dei migranti limitandone la libertà di movimento e imponendogli una forte dipendenza dagli aiuti alimentari e non. Il problema, di contro, è che proprio questa dipendenza scoraggia dal lavorare, e genera scontenti maggiori quando non è pienamente soddisfatta. Insomma, i campi possono rappresentare la convergenza di interessi di governi, agenzie internazionali e rifugiati stessi.

La gestione dei campi presenta diverse problematiche interne, in quanto si presentano vari problemi tipici di una normale città, dato che tali insediamenti sono sempre più numerosi: basti pensare che Zaatari è – praticamente – la seconda città giordana per numero di abitanti. I principali problemi riguardano la criminalità (vandalismo, rapine, gang), la violenza sessuale, leducazione e la distribuzione dei beni.

Fatte queste considerazioni, dunque, è il momento di constatare che, per la Giordania, la politica dei campi non sembra più essere sufficiente: infatti, come abbiamo detto i campi hanno un obiettivo temporale limitato, mentre in tal caso si stanno sempre più profilando come soluzioni a medio-lungo termine. Ciò pone gravi problematiche, se si pensa che costringono una generazione intera (per ora) in una sorta di limbo: la frase che riassume bene questo limbo recita che i campi tengono i profughi in vita, ma gli impediscono di vivere.

Dal 2013 bisogna registrare un cambio della Giordania nellaffrontare la crisi dei migranti, dovuto non solo alle difficoltà e criticità dei campi di accoglienza, ma anche ad altri problemi derivati dal peso della presenza siriana sulla popolazione locale: infatti, la massiccia percentuale di migranti (10% della popolazione giordana) ha causato molte difficoltà, dallincapacità dei servizi pubblici a raggiungere tutti gli individui al deficit generato dallaumento del consumo di energia, dallaumento dei prezzi di affitti e alimentari alla distorsione del funzionamento del mercato del lavoro, e via dicendo. Da qui la decisione di restringere sempre di più gli spazi di protezione dei rifugiati, a partire dalla chiusura dei punti ufficiali di attraversamento dei confini; quindi è stata la volta della chiusura dei punti informali della parte occidentale dei confini, ossia quelli più vicini alle aree abitate rispetto a quelli orientali. Di conseguenza, i rifugiati siriani che vogliono attraversare il confine giordano devono pagare dei trafficanti o viaggiare attraverso i punti informali nella parte orientale, caratterizzata dalla presenza di un paesaggio desertico, esposto, desolato e pericoloso.

Dunque, dal 2013 la Giordania ha visto una significativa diminuzione nel numero di siriani immigrati, in fuga dalla guerra civile: infatti, gli arrivi sono drasticamente calati dai 1800 al giorno dellinizio del 2013, ai poco più di 200 della fine del 2014.

Se la decisione di chiudere i confini sembrava la più efficace, ebbene si è rivelata essere debole e insufficiente. Le implicazioni della riduzione degli spazi di protezione sono state tragiche, tanto che il mondo sta assistendo ad una delle peggiori diminuzioni della human security” di tutto il 21esimo secolo. 

Per concludere e riassumere, le ultime decisioni del governo giordano riflettono lansia causata dal deterioramento della situazione regionale, associato allaumento delle tensioni sociali, economiche e politiche allinterno del paese. Dunque, la tradizione giordana di ospitalità ha dovuto reggere il confronto con le priorità interne, dovendo contemplare allo stesso tempo le crescenti preoccupazioni su sicurezza e sovranità e la pressione internazionale volta ad aumentare il numero di rifugiati ospitati. Per superare questo stallo, il governo giordano dovrebbe implementare misure a lungo periodo, rafforzando le strutture di governo e garantendo vantaggi sia alle comunità giordane che a quelle siriane, anziché finanziare solo azioni di emergenza o prendere soluzioni parziali: dovrebbero essere fatti investimenti di lungo periodo che creino lavoro, che valorizzino il capitale umano in arrivo dalla Siria così da offrire unarma alleconomia per rilanciarsi, e dovrebbero essere rafforzate le infrastrutture urbane esistenti.


Economia

Laltra grande sfida che la Giordania deve affrontare è quella economica, caratterizzata da uninsicurezza cronica causata essenzialmente dalla totale mancanza di risorse. Questi due aspetti hanno contraddistinto leconomia giordana sin dalla fondazione della monarchia hashemita, obbligandola a fare affidamento allaiuto internazionale, come abbiamo visto in precedenza. Le due grandi materie prime che mancano sono il petrolio e lacqua (addirittura, la Giordania è il secondo paese più povero al mondo in questultimo aspetto, in base alle dichiarazioni dellONU e del portavoce del Ministro dellacqua e dellirrigazione). Inoltre, la vulnerabilità geopolitica e laccerchiamento militare ed economico dei vicini ha creato un profondo senso di insicurezza tra i decisori politici giordani.

Approfondisci

La questione cruciale in merito alla sopravvivenza economica della Giordania è la dipendenza dallaiuto esterno. La Giordania, infatti, è “too strategic to fail. La consapevolezza di ciò ha permesso di cogliere ogni opportunità a livello internazionale per richiedere un nuovo aiuto e per sottolineare gli sforzi compiuti nel rispondere alla crisi umanitaria, una delle più gravi degli ultimi secoli.

Nel 2015, era chiaro a tutti che la crisi siriana sarebbe durata ancora a lungo: come conseguenza, Re Abdallah II cominciò a chiedere misure di supporto a lungo termine da parte della comunità internazionale. Nel discorso alla Conferenza del Dialogo Mediterraneo a Roma, il Re annunciò che la risposta non poteva limitarsi allaiuto demergenza, ma diceva essere più comprensiva e globale. Ciò significava supportare nos viluppo sostenibile, specialmente nella creazione di lavoro e ricavi. Grazie al forte rapporto con lUnione Europea, sono stati stretti accordi sul commercio e di supporto allo sviluppo infrastrutturale giordano. Poco dopo il suo discorso, il Re intervenne anche nella Conferenza sul Supporto della Siria e della Regione, ammonendo che il suo paese era ad un punto di non ritorno, e che la diga stava per crollare: per questa ragione, proponeva una soluzione sostenibile alla protratta crisi, basata su investimento e crescita e non solo aiuto e soccorso.

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