Georgia

SEZIONE 1 | BACKGROUND DATA

Anagrafica

    • Nome ufficialeRepubblica della Georgia
    • ConfiniRussia, Turchia, Armenia, Azerbaigian, Mar Nero.
    • Forma di governoRepubblica semi presidenziale.
    • Religioni: Cristiani ortodossi georgiani (82%), russi ortodossi (2%), cristiani armeni (3,9%), musulmani (9,9%), romano cattolici (0,8%), nonché una considerevole comunità ebraica (gli ebrei caucasici meglio noti come “Gorskij”, ebrei di montagna) e varie minoranze protestanti.
    • PIL (2012)37,27 miliardi di $ (pro capite: 10.100 $).

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    • Superficie: 69.700 km²
    • Gruppi etnici: Georgiani (86,8%), Azeri (6,3%), Armeni (4,5%), altro (2.3%).
    • Linguegeorgiano (uff.), azero, armeno, russo.
    • Popolazione4.928.052 (123° al mondo in ordine di grandezza).
    • Tasso di migrazione netta: 2,2/1000
    • Tasso di natalità: 12,5 (nati/1.000 abitanti).
    • Urbanizzazione popolazione: 53,6%.
    • Città principaliTbilisi (capitale, 1.147.000 abitanti), Gori, Batumi.
    • Aspettativa di vita media: 76,2 anni.
    • Principali partiti politiciSogno Georgiano (liberal-progressista), Movimento Nazionale Unito (liberal-conservatore).
    • Moneta: Lari georgiano.
    • Export partners (2015)Azerbagian (10,9%), Bulgaria (9,7%), Turchia (8,4%), Armenia (8,2%), Russia (7,4%), Cina (5,7%), Stati Uniti (4,7%), Uzbekistan (4,4%).
    • Import partners (2015)Turchia (17,2%), Russia (8,1%), Cina (7,6%), Azerbagian (7%), Irlanda (5,9%), Ucraina (5,9%), Germania (5,6%).

Il quartier generale del Georgian Dream alle elezioni presidenziali del 2013

Istituzioni

Nell’autunno del 2016 si sono tenute le elezioni per il rinnovo del Parlamento. La campagna elettorale è stata estremamente aspra, l’afflusso alle urne di poco superiore al 50%, e le elezioni hanno sancito il trionfo dell’attuale partito di governo, il Georgian Dream, mentre lo United National Movement (UNM) si è riconfermato come la seconda forza politica del paese, che non ha perso tempo nel sollevare dubbi e perplessità riguardo a presunti brogli elettorali che avrebbero falsato le elezioni politiche. Nonostante abbiano fatto discutere gli esiti delle ultime consultazioni popolari, è comunque innegabile che il processo di democratizzazione della nazione georgiana risulti maggiormente consolidato rispetto alle altre due repubbliche transcaucasiche.

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In base alla costituzione la Georgia è una repubblica democratica semipresidenziale, con il Presidente della Repubblica come capo di Stato, e il Primo Ministro come capo del governo. Il potere esecutivo è esercitato dal Presidente e dal gabinetto: quest’ultimo è composto dai ministri con a capo il Primo Ministro, nominato dal Presidente. La Georgia ha una Corte Suprema, con giudici nominati dal Presidente stesso, e una Corte costituzionale composta da 9 giudici, il cui compito principale è giudicare la legittimità e la costituzionalità delle leggi approvate e ratificate dal Parlamento.

Il Parlamento unicamerale è composto da 150 deputati, dei quali 77 sono eletti con un sistema elettorale proporzionale e 73 sono eletti attraverso un sistema maggioritario a turno unico senza ballottaggioI membri del Parlamento sono eletti per un mandato di quattro anni. Dal 2008 in Georgia si è progressivamente consolidato un sistema bipartitico con l’affermazione di due forze politiche dominanti come il Georgian Dream e lo United National Movement

Tuttavia proprio il partito del Georgian Dream detiene sia la carica di Presidente della Repubblica con Giorgi Margvelashvili, dopo la vittoria nelle elezioni presidenziali del novembre 2013 (Giorgi Margvelashvili – Georgian Dream 62.1%; Davit Bakradze – United National Movement 21.7%), che quella di Primo Ministro con Giorgi Kvirikashviliin carica già dalla fine del 2015 e riconfermato dopo il trionfo elettorale alle elezioni politiche del 2016. Il Georgian Dream si sta facendo garante del processo di modernizzazione e democratizzazione dell’intero paese, gettando di fatto buone basi per le aspirazioni euro-atlantiche della Georgia.

Il vino è un'eccellenza agroalimentare georgiana

Economia

Durante l’egemonia sovietica (1922-1991), l’economia della Georgia è stata subordinata all’economia pianificata sovietica e quindi di fatto complementare ai bisogni e alle necessità dell’URSS. Ottenuta l’indipendenza nel 1991, la Georgia ha avviato una grande riforma strutturale progettata per la transizione verso un’economia di libero mercato. Tuttavia, come tanti altri stati post-sovietici, la Georgia fu costretta ad affrontare una gravissima crisi economicaI conflitti nelle regioni dell’Abcasia e dell’Ossezia del Sud non hanno fatto altro che aggravare ancor di più il processo di transizione politico-economica dello Stato. La produzione agricola e quella industriale hanno subito una drammatica contrazione. Nel 1994 il prodotto interno lordo era sceso ad un quarto rispetto alle statistiche e ai dati precedenti al 1989.

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Il primo aiuto finanziario dall’Occidente si è concretizzato soltanto nel 1995, quando la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno concesso alla Georgia un credito di 206 milioni di dollari americani e la Germania un credito di 50 milioni di marchi tedeschi. Il 54% della popolazione, nel 2001, viveva ancora al di sotto della soglia di povertà, tuttavia già nel 2006 l’indice di povertà era diminuito al 34%. Nel 2005 il reddito medio mensile di una famiglia è stato di 347 lari (circa 180 euro). L‘agricoltura e il turismo hanno da sempre rappresentato i principali settori economici, il primo favorito senza dubbio dal clima e dalla topografia del paese.

Sulla già claudicante economia georgiana, nel corso del 2006, è pesato ulteriormente il divieto di importazioni di vino georgiano (una delle eccellenze del settore agro-alimentare) in Russia, uno dei più grandi partner commerciali della Georgia. Inoltre, la Russia prese la decisione di aumentare il prezzo per la fornitura del gas nei confronti della Georgia, a cui seguì il picco inflativo del Lari georgiano. Questo embargo fu provocato nel 2004 a seguito della cosiddetta Rivoluzione delle Rose che portò al potere il presidente Mikheil Saakašvili con la rimozione del presidente filo-russo, nonché ex ministro degli Affari esteri dell’URSS, Eduard Shevardnadze, causando le sanzioni economiche già citate da parte della Russia di Putin.

Nonostante tutto ciò, l’economia della Georgia ha dimostrato una grande capacità di espansione, con un tasso reale di crescita superiore addirittura al 10% nel biennio 2006-2007, sostenuto da investimenti stranieri e grazie al contributo e al sostegno economico dello Stato. Tuttavia, a seguito del conflitto con la Russia nella regione dell’Ossezia del Sud nell’agosto del 2008, l’economia georgiana ha subito un evidente rallentamento, anche a causa degli effetti della crisi finanziaria globale, che ha inciso enormemente sull’erogazione di investimenti esteri nel paese. Tra il 2010 e il 2013 si è comunque registrata un’inversione di tendenza con una netta ripresa del sistema economico-produttivo: infatti il tasso reale di crescita si è attestato al 2,8% nel 2015, al 4,6% nel 2014 e al 3,4% nel 2013. Le statistiche dimostrano tuttavia che la crescita economica del paese non si è ancora stabilizzata ai livelli precedenti al conflitto del 2008. Ancora oggi la disoccupazione rimane piuttosto alta e rappresenta una delle sfide maggiori per il partito  di governo.

SEZIONE 2 | SCENARI

Shevardnadze (a sinistra), Ministro degli Esteri dell'URSS e protagonista della transizione georgiana verso la Repubblica (1987)

Passato

La storia moderna e contemporanea della nazione georgiana si è sempre articolata in relazione e in funzione, come del resto anche per Armenia e Azerbaigian, del gigante euro-asiatico russo. Le repubbliche transcaucasiche per la loro importanza geo-strategica, in quanto cerniera di confine e passaggio tra il continente europeo e quello asiatico, hanno potuto ambire, nel corso del tempo, al ruolo di “piccole potenze” regionali. Alla luce di questo si spiega il continuo e tenace sforzo della Russia, nell’arco degli ultimi due secoli, di controllare o influenzare direttamente le sorti politiche di questi stati.

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Gerarchia “piccole potenze-grandi potenze”: il rapporto tra Russia e Georgia durante la dominazione zarista

Sul finire del ‘700 la Georgia entrò ufficialmente nell’orbita dell’Impero Russo con il trattato di Georgievsk, che sancì il protettorato della Russia sulla Georgia. Con la pace di Adrianopoli del 1829, in accordo con l’Impero Ottomano, i territori georgiani e parte dei territori delle altre due future repubbliche caucasiche passarono definitivamente dalla dominazione turco-ottomana a quella dello Zar. Seppur superando un primo periodo di rivolte locali contro l’instaurazione del potere russo, che mise fine all’autocefalia della Chiesa georgiana (Chiesa nazionale ortodossa istituita dal IV secolo d.C.) sottoponendola al controllo di un esarca, durante il XIX secolo la civiltà georgiana trovò nella Russia uno spazio positivo del proprio sviluppo nazionale. Risulta opportuno sottolineare l’influenza capitale esercitata dal cristianesimo nello sviluppo dell’identità culturale della Georgia: proprio con la civiltà cristiana prese forma l’alfabeto nazionale e la prima letteratura georgiana. La civiltà georgiana, dalla metà del XIX secolo, visse una sorta di rinascita letteraria, legandosi con alcuni suoi autori alla cultura romantica europea: in particolar modo con il poeta Ilia Chavchavadze (meglio noto come “il padre della nazione”). In tal senso si può parlare di resistenza georgiana ai tentativi di “russificazione” della propria cultura.

Dal punto di vista amministrativo, sempre nella seconda metà del secolo prese corpo la divisione del Caucaso meridionale in due regioni principali, una occidentale l’altra orientale. Proprio in questo periodo Tbilisi emerse come capitale cosmopolita e come punto di riferimento culturale non soltanto per i georgiani, ma per l’intera regione del Caucaso. Sotto il regno dello zar Alessandro II (1855-1881), la Russia mantenne il classico profilo imperiale, tollerante al proprio interno delle diversità etnicoconfessionali. Con l’uccisione dell’imperatore e la successione di Alessandro III si assistette ad un nuovo corso di politiche di “russificazione” della società georgiana e ad un controllo sempre più autoritario nei confronti di quest’ultima.

Il 1905 fu un anno di svolta per la Russia, sia a livello internazionale che interno. Per la prima volta, con la guerra russo-giapponese (1905), l’impero zarista incappò in una battuta d’arresto in Estremo oriente ad opera dell’emergente potenza nipponica. A questo si aggiunse poi la rivoluzione, che esplose portando al primo esperimento parlamentare nel sistema zarista. Con la prima Duma (1906) le nazionalità caucasiche poterono finalmente vantare le prime forme di rappresentanza politica. Ma il vero terremoto storico-politico si ebbe tra il 1917-1918: prima con la rivoluzione di febbraio e poi con quella bolscevica dell’ottobre del 1917 con l’abbattimento del regime zarista, ed infine nel 1918 con l’uscita della Russia dalla guerra col trattato di BrestLitovoskLa primavera del ’18 portò alla creazione della Repubblica democratica di Transcaucasia, con Tbilisi come capitale: il Caucaso meridionale venne quindi unificato in una Repubblica federale. Tale esperienza ebbe comunque vita breve e si concluse nel giro di tre mesi (dal febbraio al maggio 1918). La situazione infatti precipitò a causa dell’avanzata delle truppe ottomane alle porte di Erevan: si costituirono a quel punto le tre repubbliche di Georgia, Armenia e Azerbaigian. Seguirono scontri fra gli Stati, orchestrati dagli ottomani da dietro le quinte, per la definizione dei confini. La stabilità politica fu riportata soltanto dalla riconquista di questi Paesi da parte dell’Armata Rossa nel 1920, nel bel mezzo della guerra civile (1918-1922), scoppiata sulle ceneri dell’impero zarista tra i rivoluzionari bolscevichi e i controrivoluzionari filo-imperiali. Si delineò così un passaggio epocale non solo per le repubbliche caucasiche, ma per il mondo intero.

La Georgia durante il regime sovietico: centro e periferia dell’impero comunista

Nel discorso pubblico di Leninleader indiscusso della vittoriosa rivoluzione comunista, assumeva un carattere di primaria importanza il riconoscimento identitario e culturale delle nazionalità presenti nell’Unione Sovietica. Il Caucaso diventò uno dei laboratori più importanti per la politica sovietica in questo ambito: proprio da queste regioni apparentemente periferiche, e in particolar modo dalla Georgia, provennero alcuni degli esponenti di spicco dell’élite sovietica: l’erede politico di Lenin alla sua morte Iosif Stalin, il Commissario del popolo per gli affari interni Lavrentji Beria e il Commissario del popolo per l’industria pesante Grigorij Ordžonikidze. Se da un punto di vista culturale-politico la Georgia divenne il cuore e il centro del destino dell’Unione Sovietica dopo la rivoluzione d’ottobre, dal punto di amministrativo la capitale georgiana Tbilisi assurse al ruolo di guida della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Transcaucasica (1922). Nel 1936 quest’ultima venne divisa in tre Stati separati: la RSS Georgiana, la RSS Armena e la RSS Azera. Mosca giustificò la propria scelta spiegando come ormai le spinte nazionaliste e secessioniste dei singoli Stati fossero state superate a favore dell’internazionalismo proletario; in realtà la Transcaucasia venne travolta da una feroce repressione politica e culturale, condotta senza esitazioni dal georgiano Lavrentij Beria, il già citato braccio destro di Iosif Stalin. Le purghe del dirigente georgiano colpirono leader comunisti tacciati di deviazionismo dall’ideologia stalinista, e travolsero anche le élite religiose delle Chiese nazionali transcaucasiche, di fatto stritolando il Caucaso meridionaleDurante la “grande guerra patriottica” (1941-1945) dell’Unione Sovietica contro il Terzo Reich di Hitler, la sostanziale fedeltà a Stalin dei popoli caucasici assicurò alcune importanti aperture politiche, soprattutto per le istituzioni religiose, ed evitò feroci rappresaglie previste nei confronti dei collaborazionisti della Germania nazista. Con la morte del dittatore georgiano (1953), fu avviato il processo di destalinizzazione del regime sovietico sotto l’impulso del nuovo Segretario del Partito Comunista Nikita Chruscev, portando ad un periodo di maggiore distensione per il Caucaso meridionale. Prima con Chruscev e poi con Breznev al comando dell’URSS, in Transcaucasia risorsero le cause nazionaliste che Mosca non era riuscita ad annientare completamente nei quasi trent’anni di stalinismo. Negli anni ’80, in Georgia emerse una personalità chiave dell’ultima fase del socialismo e della transizione post-comunista come quella di Eduard Shevarnadze, già Ministro degli esteri dell’Unione Sovietica sotto la leadership di Gorbachev (1985-1990) e poi successivamente Presidente della neonata Repubblica georgiana. La Georgia ottenne infatti l’indipendenza nel 1991, anno della dissoluzione del colosso sovietico.

Post-comunismo e normalizzazione democratica

Dopo lo scioglimento dell’URSS e l’indipendenza delle Repubbliche sovietiche, si aprì un lungo processo di transizione politico-economica per la neonata Repubblica, di cui Eduard Shevarnadze divenne il primo Presidente nell’ottobre del 1995 con il partito “Unione dei Cittadini della Georgia”. A causa della corruzione dilagante nel sistema politico georgiano e in seguito alla contestazione dei risultati delle elezioni presidenziali, Shevarnadze fu costretto a dare le proprie dimissioni nel novembre del 2003, durante la cosiddetta Rivoluzione delle Rose. Il processo di transizione politica venne portato avanti da Mikhail Saakashvili, eletto Presidente nelle elezioni del 2004, ad un anno dalla Rivoluzione delle Rose di cui lo stesso Saakashvili era stato uno dei principali artefici.

Le elezioni presidenziali del 2008 lo hanno visto nuovamente vincitore come candidato del Movimento Nazionale Unito (formazione politica di centro-destra). Il voto è stato subito contestato dall’opposizione per brogli elettorali e messo in discussione perfino dall’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione europea). Tuttavia le congratulazioni del Presidente russo Putin, oltre alla presenza del ministro degli Esteri Lavrov alla cerimonia d’investitura, hanno sancito il definitivo riconoscimento internazionale della tanto discussa tornata elettorale. L’idillio politico ha comunque avuto vita breve: nella notte tra il 7 e l’8 agosto 2008 è scoppiato il conflitto tra la Georgia e l’Ossezia del Sud (spalleggiata dalla Russia), che ha contagiato in poco tempo anche la regione dell’Abcasia. Il bilancio del conflitto è stato di 630 vittime, con il ritiro delle truppe russe sulle linee stabilite prima degli scontri. Il 26 Agosto la Russia ha riconosciuto l’indipendenza di Abcasia e Ossezia del Sud, diventando così ufficialmente patron politico-militare e socio-economico dei due stati de facto, nonché garante della loro sicurezza e della loro autodeterminazione politica.

L'Abkhazia è contesa da Georgia e Russia

Presente

Le recenti (ottobre 2016) elezioni politiche, oltre ad aver riconfermato il Georgian Dream come primo partito nazionale, hanno fatto registrare un dato politico importante: infatti il 90% degli elettori ha votato per partiti che hanno all’interno dei propri programmi l’adesione all’Unione Europea e alla NATO come cartina di tornasole in politica estera. Non si è trattato assolutamente di un risultato che in qualche modo abbia sancito significativi cambiamenti nella linea politica del Paese ma, al contrario, di un’importante conferma delle aspirazioni euro-atlantiche della Georgia. 

Alle elezioni, ancora una volta, non hanno partecipato le due province militarmente occupate dai russi: l’Abcasia e il Sud Ossezia. Se, da un lato, si tratta di province relativamente poco importanti dal punto di vista della quantità di popolazione coinvolta (meno di 300.000 persone in tutto), d’altra parte questa situazione è assai significativa, sebbene sottovalutata, per l’Europa. La politica estera russa, infatti, da decenni mantiene sul fianco orientale europeo e della Nato alcuni presidi militari che si incuneano dentro territori di paesi che rifiutano l’ipotesi di un proprio ritorno nella sfera di influenza russa.

Fondamentale, per la Georgia, è la posizione strategica di corridoio est-ovest, che permette al Paese di puntare su accordi commerciali con i vicini regionali così come con i principali protagonisti della politica economica ed energetica mondiale.

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L’8 ottobre 2016 si sono svolte le elezioni legislative, che hanno riconfermato il partito al governo, Georgian dream, con il 48,86% dei voti; al secondo posto è arrivato l’UNM con il 27,11%. Per la prima volta, sono entrate in Parlamento delle forze russofile, ossia quelle del partito populista Alliance of Patriots, che ha conquistato il 5,01% dei voti. Il sistema elettorale, che stabiliva anche un secondo turno, ha insomma affidato a Georgian Dream ben 115 seggi su 150, maggioranza che permette al partito di governo di effettuare – senza bisogno di alleanze – le riforme costituzionali. Il voto è stato giudicato regolare da tutti gli osservatori internazionali: OSCE, Assemblea Parlamentare OSCE, Parlamento europeo, Consiglio d’Europa e Assemblea Parlamentare NATO.

 Il Governo insediatosi ha subito iniziato a lavorare al programma di sviluppo, basato su quattro pilastri: infrastrutture (con un piano da 35 miliardi di dollari), una governance efficiente (che preveda uno sportello unico per le imprese e l’inclusione di business community e ONG nel processo di formulazione delle decisioni), istruzione (cambio radicale nel sistema professionale e universitario) e riforme economiche. L’ambizione maggiore è però quella di riformare la costituzione, motivo per cui è stata creata una commissione ad hoc che in modo proporzionale include elementi di tutti gli schieramenti e delle parti sociali: i punti principali di questa discussa riforma sono la ripartizione dei poteri di Primo Ministro e Presidente, la riduzione dei parlamentari, una nuova legge elettorale e la trasformazione da diretta a indiretta dell’elezione del Presidente della Repubblica.

Al netto dei passi avanti politici, economici e istituzionali, restano tuttavia molte zone d’ombra. Le più importanti sono quelle del sistema giudiziario, dove i giudici sono accusati di scarsa professionalità e di mancanza di indipendenza (per questo i processi saranno assegnati in modo casuale), del sistema mediatico (vittima di mancato pluralismo, con una concentrazione del mercato e il rischio di fallimento per la tv di Stato) e della società (un esempio è dato da una controversa legge sulla sorveglianza, che permette ai Servizi segreti di condurre indagini coperte da segreto istruttorio senza sufficiente tutela legale). In particolare quest’ultimo è molto carente in materia di diritti umani e libertà fondamentali: insoddisfacente, infatti, è l’azione di Tbilisi in merito a pluralismo e rispetto dei diritti delle minoranze. I rappresentanti di UNM denunciano intimidazioni e attacchi da parte di sostenitori del partito di governo.

L’altra grande sfera in cui si gioca il presente e il futuro della Georgia è quella della politica estera.

Il fulcro della politica estera georgiana è l’aspirazione a far parte della struttura euro-atlantica, dettata sia dalla necessità geopolitica di limitare l’influenza russa sul territorio nazionale sia dalla volontà di valorizzare il proprio ruolo di corridoio di transito commerciale ed energetico. Oltre a ciò, come varie volte espresso da tutte le massime cariche istituzionali, tale scelta risiede nella storia culturale e sociale georgiana, come del resto le intenzioni di voto del popolo espresse nell’ultima tornata elettorale hanno ampiamente dimostrato.

La questione principale, come detto, ruota intorno alla vicenda dei territori di Abcasia ed Ossezia del Sud, occupati illegittimamente da forze supportate dalla Federazione russa. Dopo il conflitto del 2008 è stato adottato un Accordo dei Sei Punti, che ristabiliva lo status quo antecedente alla guerra. I successivi “Geneva talks”, a cui hanno partecipato Russia, Georgia, Ue, Stati Uniti e OSCE, non hanno prodotto grandi risultati: i governi separatisti hanno portato avanti un processo di autonomia istituzionale de facto, mentre la Georgia ha adottato una strategia di abbassamento della tensione che, essendo unilaterale, non ha finora generato i risultati sperati. Se non altro, la vicenda ha contribuito a rafforzare ulteriormente la collaborazione tra Georgia e NATO: Tbilisi ha contribuito con decisione alle forze atlantiche dispiegate in Afghanistan, mentre nel 2014 è stata decisa l’applicazione progressiva di un Substantial Package formato da singole misure votate a cementare la suddetta collaborazione.

Sono positivi i rapporti tra Georgia e Stati Uniti, che hanno recentemente stanziato 20 milioni di dollari per l’ammodernamento dell’esercito georgiano. Sono positivi anche i rapporti con i vicini regionali: con il Turkmenistan c’è un progetto di valorizzazione della propria posizione strategica quale hub commerciale ed energetico regionale; con l’Azerbaigian è stata recentemente adottata una Dichiarazione di partenariato che prevede di rafforzare la cooperazione nei settori economico, politico, della sicurezza e della difesa; c’è il pieno sostegno al governo turco, democraticamente eletto e sostenuto all’indomani del presunto e fallito colpo di Stato (Ankara, insieme a Baku, è elemento centrale nella strategia di sviluppo economico del paese tramite lo sfruttamento del corridoio est-ovest).  In evoluzione è anche il rapporto con l’Iran, basato su energia, trasporti e commercio. Infine è sempre più importante la relazione con la Cina, nello specifico in riferimento al progetto cinese della Nuova Via della Seta e ad un negoziato che favorirà l’esportazione di vino georgiano.

Aspirazioni atlantiche a Tbilisi

Futuro

La Russia ha bisogno della minacciosa presenza militare per tenere sotto controllo queste zone di cerniera e per evitare che quest’ultime possano entrare definitivamente nella sfera d’influenza europea. Il caso georgiano è in tal senso emblematico: negli ultimi anni il paese ha compiuto passi da gigante per poter aderire all’Unione Europea e alla NATO.

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La Russia permetterà tutto questo?

Vladimir Putin già alla conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007 aveva parlato di un’incompatibilità tra il primato globale americano e l’idea di democrazia e delle disfunzioni del sistema unipolare. A partire dalla guerra russo-georgiana del 2008, alle parole sembrano essere seguiti i fatti secondo un climax ascendente. Ci troviamo di fronte alla sfida russa nei confronti del modello egemonico unipolare degli Stati Uniti? Certamente sì, tuttavia nei piani di Putin l’obiettivo primario non è più l’instaurazione di un’egemonia globale, ma il ripristino del suo primato sui territori del cosiddetto “Estero Vicino”, il ritorno a una condizione di grande potenza che renda centrale la Federazione russa nei quadranti a essa immediatamente limitrofi e la ridefinizione multipolare del sistema internazionale (o, meglio, tripolare: Stati Uniti, Russia, Cina).

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