Egitto

SEZIONE 1 | BACKGROUND DATA

Anagrafica

    • Nome ufficialeRepubblica Araba d’Egitto
    • Confini: Mar Mediterraneo a nord, Israele e Mar Rosso a est, Sudan a sud e Libia a ovest.
    • Forma di governo: Repubblica presidenziale
    • Religioni: Musulmani (prevalentemente sunniti) 90%, Cristiani (in maggioranza ortodossi copti, altri Cristiani – tra cui apostolici armeni, Cattolici, Maroniti, Ortodossi, e Anglicani) 10%.
    • PIL (2015): 1.132 miliardi di $ (pro capite: 12.600 $)

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    • Superficie: 1,001,450 km²
    • Gruppi etnici: egiziani (99,6%), altri (0,4%)
    • Lingue: arabo (uff.), inglese e francese.
    • Popolazione: 97.041.072
    • Tasso di migrazione netta: -0,5/1000
    • Tasso di natalità: 29,6 (nati/1.000 abitanti)
    • Urbanizzazione popolazione: 43,3 %
    • Città principali: Cairo (cap. – 18,772 milioni di abitanti), Alessandria 4,778 milioni di abitanti.
    • Aspettativa di vita media: 72,7 anni
    • Principali partiti politici: Per Amore dell’Egitto (coalizione fillo-governativa composta da Partito dei Liberi Egiziani, Partito del Futuro della Nazione e Neo-Wafd), Al-Nur.
    • Moneta: Sterlina egiziana
    • Export partners 2015 (+/- anno precedente): Arabia Saudita 9.1% (+1.7), Italia 7.5% (-1.7), Turchia 5.8% (+0.4), USA 5.1% (+0.9), UAE 5.1% (n.d.), Regno Unito 4.4% (n.d.), India 4.1% (-3.1).
    • Import partners 2015 (+/- anno precedente): Cina 13% (+1.8), Germania 7.7% (-0.2), USA 5.9% (-0.5), Italia 4.4% (-0.2), Russia 4.4% (+0.2), Arabia Saudita 4.1% (n.d.), Ucraina n.d. (ex 4.4%), Turchia n.d. (ex 4.1%), Kuwait n.d. (5.1%).

Il Presidente al-Sisi

Istituzioni

Il capo di Stato è – dall’8 Giugno 2014 – il Presidente Abdelfattah Said al-Sisimentre il capo del Governo – da Settembre 2015 – è il Primo Ministro Sherif Ismail, nominato da al-Sisi e approvato dal Parlamento. Quest’ultimo è monocamerale: la camera (Majlis Al-Nowaab, cioè Camera dei Rappresentanti), ha un totale di 596 seggi. Di questi, 448 sono eletti direttamente, 120 (al cui interno sono riservate quote per donne, giovani, Cristiani e lavoratori) entrano tramite liste di partito, mentre i restanti 28 sono selezionati dal Presidente.

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Per quanto riguarda il ramo giudiziario, la più alta istituzione è la Corte Costituzionale Suprema (CCS), composta da 10 giudici più un Presidente. Il suo ruolo è quello di ultima corte arbitrale in merito alla costituzionalità delle leggi e dei conflitti tra corti minori. Le altre corti principali sono la Corte di Cassazione (CC), composta dal suo Presidente e da 550 giudici e adibita a più alto grado di appello per i casi civili e penali; la Corte Amministrativa Suprema (CAS), ossia la più alta corte del Consiglio di Stato.

Il 25 Gennaio 2011 decine di migliaia di egiziani scesero in strada per invocare più libertà, meno corruzione e sollievo economico. Prendendo ispirazione dalla Tunisia, dove i protestanti avevano rovesciato il dittatore solo pochi giorni prima, gli egiziani speravano di scuotere il regime di Hosni Mubarak, ormai fossilizzato e irresponsabile: impresa non facile, dato il governo di quasi tre decenni di uno dei paesi più popolosi e influenti del mondo arabo. Dopo 18 giorni di tumulti senza precedenti, Mubarak si dimise l’11 Febbraio.

Nei 5 anni seguiti all’uscita di scena di Mubarak, l’Egitto ha sofferto un’estrema instabilità politica. In primis fu un breve governo dei militari, che condusse una transizione fino alle elezioni del 2012, dalle quali scaturì un Parlamento dominato dagli islamisti. In particolare, fu la Fratellanza Musulmana, storico e diffusissimo partito islamista, a conquistare il potere, esprimendo il nuovo Presidente, Muhammad Morsi.

Presto però emerse la radicale frattura tra Morsi e i suoi opponenti “laici”, che si rivelò insanabile nel momento in cui il Presidente tentò di assoggettarsi il potere e di promuovere una Costituzione a forti tinte islamiste. Lo scontento dilagò ancora una volta tra la folla, che si impegnò in nuove proteste: intervenne a questo punto l’esercito, guidato da Abdel-Fattah al-Sisi, che il 3 Luglio 2013 rimosse Morsi dal potere.

Lo stesso al-Sisi, tolta l’uniforme, vinse le elezioni del 26-28 Maggio 2014: fu formalmente un plebiscito, con il 97% dei voti, ma in realtà si registrò un’affluenza del 47,5%. Le elezioni, osservate da una missione UE, si svolsero in sostanziale libertà (se non per le pressioni mediatiche); la prossima tornata elettorale è in programma per il Maggio 2018.

Tutto questo dopo che nel frattempo era stata approvata, nel Gennaio dello stesso anno, una nuova Costituzione (quella precedente, votata dai Fratelli Musulmani, era stata congelata dai Militari subito dopo la rimozione Morsi). La nuova Costituzione si distingue soprattutto per il ruolo della shari’a, tornato ad essere limitato a quanto prevede lo storico ed intoccabile articolo 2: “l’Islam è la religione dello Stato e i principi della shari’a sono la fonte principale della legislazione”; questo ha scongiurato la temuta radicalizzazione dell’intero paese.

Il primo atto di rilevanza simbolica di al-Sisi fu la messa al bando della Fratellanza Musulmana, attualmente fuorilegge, seguita da restrizioni delle libertà civili – che peraltro si fanno sempre più intense, tanto che la salita al potere di al-Sisi ha generato dubbi circa l’effettivo ritorno di una “dittatura militare”.

La principale speranza, ormai vanificata, era che il nuovo Parlamento, eletto alla fine del 2015, potesse fungere da freno alle ambizioni di al-Sisi, ma è ormai evidente il totale assoggettamento della Camera dei Rappresentanti al Presidente. In merito alla formazione del Parlamento, del resto, c’è da registrare lo scarso afflusso alle urne (inferiore al 30%)cartina tornasole della disaffezione politica generalizzata degli egiziani. In Parlamento sono rappresentati 19 partiti, e nessuno di questi ha la maggioranza. La composizione “sociale” del Parlamento vede un totale di 596 membri, di cui il 25% fatto di giovani, con 90 donne e 40 cristiani copti: si può dunque dire che, almeno formalmente e timidamente, rifletta la composizione della popolazione. I tre partiti maggiormente rappresentati in parlamento sono il Free Egyptians Party con 65 seggi, Future of a Homeland party, sostenitore di Al-Sisi con 50 seggi e il New Wafd con 45 seggi. Il partito islamista Nour ha ottenuto 12 seggi.

Bisogna ammettere che almeno formalmente la road map di al-Sisi stia avanzando; tuttavia, allo stesso tempo, è da registrare una forte polarizzazione del paese, nonché le grosse riserve sui metodi poco ortodossi e democratici del Presidente egiziano. Del resto, alcuni dicono che la situazione è persino peggiore degli ultimi tempi di Mubarak: attivisti spariti, islamisti incarcerati, oppressione spesso violenta, sono solo alcune delle devianze del sistema-Egitto, peraltro spesso mascherate con la scusa della lotta al terrorismo – molto presente nella regione del Sinai. La vicenda dell’italiano Giulio Regeni, purtroppo, è l’amara testimonianza di quanto detto.

Le Piramidi, simbolo del turismo egiziano

Economia

L’economia egiziana è la seconda maggiore del mondo arabo dopo l’Arabia Saudita. Le maggiori fonti di guadagno sono l’agricoltura, il turismo e le rimesse degli egiziani emigrati all’estero (soprattutto in Arabia Saudita e nei paesi del Golfo).

La rapida crescita della popolazione e la diminuzione delle terre arabili stanno frenando l’economia del paese, già abbastanza provata dal difficile clima politico.

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Attualmente, l’economia egiziana è in difficoltà. Sebbene infatti la Banca Mondiale e il FMI prevedano un tasso di crescita del PIL compreso tra il 3,9 e il 4,3%, bisogna segnalare che le diverse difficoltà che il paese sta affrontando lasciano pensare a contrazioni dell’espansione del PIL ulteriori rispetto a quelle già verificatesi: la principale di queste riguarda il turismo, come detto una delle risorse principali, e per questo bersaglio privilegiato del terrorismo (vedi l’incidente aereo di Ottobre 2015 nel Sinai).

La Banca Centrale sta cercando da una parte di combattere il mercato nero, adottando misure che hanno però creato problemi alle imprese importatrici, dall’altra di far fronte alla crisi economica, ad esempio attraverso la recente svalutazione del 13% della valuta egiziana (ossia la Sterlina egiziana).

Al-Sisi è consapevole della necessità di attirare investitori stranieri, motivo per cui spesso nei suoi discorsi sottolinea la stabilità politica portata dal suo Governo.

Allo stesso tempo, però, il piano di riforme necessarie a far ripartire il paese va a rilento, cosa che stride con l’approvazione di progetti che sembrano mirare a promuovere l’immagine del regime, più che una sana riforma delle fondamenta dell’Egitto: i casi della creazione di una nuova capitale e dell’allargamento del canale di Suez, ne sono la prova. In particolare, il caso di quest’ultima opera è emblematico. Il progetto prevede di aumentare la profondità del canale principale, nonché di crearne uno ex novo, di 35 km, parallelo al primo; tutto ciò per accrescere il traffico del canale, da cui si spera di incassare maggiori entrate per le casse statali. Il fatto è che i dati non rivelano una crescita del commercio mondiale che giustifichino economicamente una tale operazioneAhmed Kamaly, economista all’American University del Cairo, ha detto a Reuters che i ritorni sono politici, più che economici, dati dal fatto di unire la popolazione intorno a un grande progetto.Bisogna dire che uno studio di SRM (realizzato in collaborazione con Intesa-San Paolo), afferma esattamente il comtrario.

Insomma, le basse posizioni occupate dall’Egitto nelle classifiche della Banca Mondiale e del World Economic Forum (rispettivamente 131° per capacità di fare business e 116° per competitività globale) danno il giusto spaccato della situazione, ed evidentemente stridono con le classifiche che sottolineano il peso (e dunque le potenzialità) del paese. L’insostenibilità delle finanze egiziane è un problema che va risolto, proprio per l’importanza geopolitica del paese, che non si può permettere il fallimento; allo stesso tempo, è insostenibile nel medio-lungo periodo anche la continua e totale dipendenza dai prestiti e sostegni esterni. In particolare, è da far notare l’ingente supporto finanziario (solo recentemente concretizzatosi in 8 miliardi di dollari per il settore energetico e turistico) ricevuto dall’Arabia Saudita che, come vedremo, rientra in un discorso geopolitico ben definito.

SEZIONE 2 | SCENARI

Nasser (1960)

Passato

L’Egitto ha una storia millenaria, avendo dato i natali all’antichissima civiltà egizia. Per la nostra analisi, prendiamo le mosse dal XIX° secolo.

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L’Egitto di Muhammad Ali 

Il primo grande ammodernatore dell’Egitto fu Muhammad Ali, che nel 1805 diventò Governatore del paese per conto dell’Impero OttomanoEgli si concentrò sulla raccolta delle tasse in modo sistematico e sul massimo sfruttamento del settore agricolo, così da poter finanziare un esercito che gli garantisse il consolidamento del potere; migliorò la distribuzione idrica nelle campagne ed eliminò la vecchia classe parassita di nobili, sostituendola con dei landlordsche formarono una casta feudale. Inoltre, incoraggiò la formazione degli intellettuali in Europa, per apprendere e importare arte, cultura e tecnologia. Ali divenne rapidamente una figura importante, anche se non fu mosso dal nazionalismo arabo egiziano, bensì dal desiderio di migliorare la propria posizione e quella della sua casta. Ali condusse una vera e propria politica di potenza, intervenendo in Arabia Saudita, in Sudan e anche in Siria, dove cercò di cacciare gli Ottomani: i suoi tentativi vennero peròfermati da Francia e Gran Bretagna, che vollero scongiurare la nascita di una nuova potenza in Medio Oriente.

Ali morì nel 1849, e i suoi successori non furono alla sua altezza: per questo il paese andò incontro ad una sempre peggiore situazione economica, che culminò con la bancarotta del 1875. Prima, nel 1869, era stato completato il canale di Suez, la cui realizzazione era stata sostenuta dalle casse egiziane, ma la cui proprietà rimase anglo-francese: fu proprio questa una delle cause principali della bancarotta.

Certamente, essa fu favorita dalle scellerate di Ismail, successore di Said (che aveva sostituito Muhammad Ali): la più assurda fu l’acquisto del titolo di khedivè al costo del raddoppio delle tasse all’Impero Ottomano. Inoltre, egli subì una fragorosa sconfitta nella guerra contro l’Etiopia nel 1875; a dire il vero, Ismail ebbe un merito, ossia la creazione dell’Assemblea dei Rappresentanti: certo, essa era limitata alla sola funzione consultiva.

La bancarotta e il passaggio dagli ottomani agli inglesi

In seguito alla bancarotta del 1875, dunque, l’Egitto chiese aiuto agli europei, ponendo così fine alle aspirazioni di Ismail di fare dell’Egitto una potenza: venne infatti destituito dagli europei, e sostituito con Tawfiq, sotto il quale però si verificò la rivolta di Urabi Pascià, contro il khedivè e gli Ottomani, che avevano ormai occupato la società. Nel nuovo governo le istanze nazionaliste vennero prese in considerazione, e Urabi divenne Ministro della guerra. Alessandria venne dunquebombardata dagli inglesi nel 1882 e Urabi provò a sfidarli militarmente, perdendo miseramente nella battaglia di Tell al-Kebir. L’Egitto veniva così a trovarsi in una situazione assurda: formalmente ancora sotto gli Ottomani, ma con a capo un khedivè che apertamente li contestava e con gli inglesi che tenevano stretta la sua economia e avevano in mano il paese; solo gli affari religiosi sfuggivano in qualche modo. 

Nel 1907 nacque il primo partito nazionalista, con a capo Mustafa Kamil, che sosteneva che la nazionalità superasse la religione, pur riconoscendo come l’Islam fosse parte fondamentale della società egiziana. Kamil morì un anno dopo, ma il nazionalismo non sparì del tutto.

Il periodo a cavallo tra XIX e XX secolo fu, tra l’altro, il periodo della cosiddetta nahda (o riformismo islamico), termine che venne ad indicare un’effervescenza delle autorità arabo-islamiche soprattutto a livello pubblico, sociale, politico e culturale. In questo clima l’Egitto si impose come paese di riferimento: vi immigrarono molti giornalisti, che lo resero il centro della stampa araba e promossero la nascita di molti quotidiani (tra i quali al-Ahram e al-Muqtataf). Si ebbe quindi una spinta verso l’alfabetizzazione e lo sviluppo di una società e di una cultura. Il movimento di al-Nahda si rivolse anche verso le donne, migliorandone il ruolo nella società: una protagonista fu Huda Shar’awi, che fondò un movimento femminista in Egitto. Vennero inoltre introdotte nuove categorie politiche simili all’Occidente, quali quella di nazione e di libertà.

La Prima Guerra Mondiale fu decisiva dal punto di vista politico, poiché sancì il passaggio formale dall’Impero Ottomano, con il quale si era schierato l’Egitto del khedivè Abbas e che vide la sua fine proprio in quel conflitto, a quello britannico, che deposero Abbas sostituendolo con Husayn Kamil, nominato sultano dell’Egitto e del Sudan: Husayn decretò la fine della sovranità (ex) ottomana, e giuridicamente rese l’Egitto un protettorato britannico.

Liberalismo in Egitto 

Con la fine della Guerra, nel 1919, una rivolta nazionalista (sentimento che era rimasto nel paese) scosse il clima socio-politico, rendendo difficile il compito degli inglesi di sedarla. Il clima non cambiò fino al 1922, quando l’Egitto venne dichiarato una Monarchia, il cui Re divenne Fuad. La Gran Bretagna tuttavia controllava sia l’esercito che il canale di Suez, ossia due pilastri economici e politici del paese.

Dal 1922 cominciò il periodo cosiddetto liberale, guidato dal partito Wafd, che però fallì per vari motivi: il permanere del regime coloniale, le politiche autocratiche e assolutiste dei sovrani, per l’instabilità generata dalle scelte degli stessi (sia Fuad che il suo successore Faruq) e la debolezza dello stesso Wafd, mai all’altezza della situazione e vittima di molte scissioni che lo indebolirono.Nel 1948, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Gran Bretagna abbandona il mandato, disimpegnandosi dalla zona e ponendo le premesse per la proclamazione dello Stato d’Israele, immediatamente riconosciuto da Russia e USA: Egitto, Libano, Siria, Giordania e Iraq entrarono subito in guerra contro gli israeliani, ma persero miseramente, in quella che passò alla storia del mondo (specialmente quello arabo) come “la nakba (disastro) del 1948”.

Nel 1952 la svolta, con la rivoluzione degli Ufficiali Liberi che porta al potere prima Naguib, poi Nasser, che presero le redini della neonata Repubblica d’Egitto, rafforzando l’esercito (considerato la coscienza delle masse) e sciogliendo i partiti.

L’Egitto di Nasser 

Tra Naguib e Nasser però si creò un contrasto, che divenne crisi nel ’54, quando quest’ultimo annunciò la fine della rivoluzione e fece espellere Naguib. Nasser fu eletto Presidente nel 1956, anno in cui scampò ad un attentato dei Fratelli Musulmani (che vennero perseguitati e banditi). Dopo neanche un mese, dovette gestire una delle più delicate crisi del recente passato, ossia quella scaturita in seguito alla sua decisione, annunciata il 26 Luglio, di nazionalizzare il canale di Suez (in cui le banche e le imprese britanniche detenevano una quota del 44%) per finanziare la costruzione della diga di Assuan (per la quale i fondi erano stati negati da Gran Bretagna e USA, a causa del non allineamento nasseriano nella Guerra Fredda scelto l’anno prima nella Conferenza di Bandung). La decisione causò l’annuncio di Israele, Gran Bretagna e Francia di un attacco all’Egitto, ma a quel punto intervennero USA e URSS, che posero un freno ad una crisi che poteva degenerare in un terzo conflitto mondiale.

Il regime di Nasser si ispirò a panarabismo e socialismo con basi islamiche, anche se nella prassi politica la linea tenuta era laica, e il sistema era statalizzato, monopartitico e militarizzato. Il fallimento dei piani quinquennali decretò però il fallimento dello stesso socialismo, svelando definitivamente il carattere autocratico di una falsa democrazia. Anche il panarabismo nasseriano fece la stessa fine, crollando tra il ’61 e il ’63 con la questione siriana.

Guerra dei Sei Giorni 

Ma l’anno spartiacque della storia del Medio Oriente fu il 1967, anno della storica Guerra dei Sei Giorni. La guerra consistette in un attacco preventivo di Israele cheil 5 Giugno, distrusse l’aviazione egiziana e successivamente con un offensiva di terra attaccò Siria Giordania. La guerra nacque dal clima esasperato creato dal siriano Atassi e da Nasser, che fomentavano odio anti-israeliano. La fobia dell’accerchiamento persuase il ministro della difesa israeliano Moshe Dayan a scatenare per primi l’offensiva: dopo aver annientato l’aviazione, in breve tempo arrivarono – a sud – al canale di Suez, occupando Gaza e il Sinai, e a nord fino quasi a Damasco. La sospensione delle ostilità – arrivata già il 10 Giugno – vide gli arabi annientati, e Israele padrone dei territori arabi.

Gli Stati Uniti si schierarono incondizionatamente con Israele da quel momento in poi. Questo diede il via ad una crisi del nasserismo a livello internazionale, e per la prima volta al Cairo venne attaccato Nasser ed il regime.
L’Arabia Saudita cercò di cogliere l’occasione per prendere il posto dell’Egitto quale leader del Medio Oriente. La sconfitta dimostrò il totale fallimento del socialismo nazionalista arabo, e si orientò quindi la politica verso un orizzonte più islamico. 

Nasser morì per un attacco cardiaco il 28 Settembre 1970: al suo posto divenne Presidente il suo Vice, ossia Sadat.

Da Sadat a Mubarak 

Nel 1971 Sadat provvide a decapitare l’élite dirigente filo-nasseriana. Abbandonò definitivamente il socialismo e l’utopia del panarabismo, avviando una duplice infitah (apertura) economica e politica. 

L’infitah economica avvenne tra il 74 e il ’77: vennero promossi investimenti esteri ed interni, fu stimolata la circolazione del denaro, fu ridotto al minimo l’intervento statale; questo ampliò ladifferenza tra poveri e ricchi e accrebbe la corruzione. L’infitah politica consistette nello scioglimento dell’Unione socialista araba e nella formazione di tre tribune”, che sarebbero poi divenute veri e propri partiti di centro, destra e sinistra; la tribuna del centro divenne il Partito Nazionale Democratico (emanazione del Presidente)quella di destra era filo-governativa. Nel 76 si ebbero le prime elezioni libere: PND e alleati ottennero il 90%, di fatto un pluripartitismo senza democrazia.

In politica estera, la politica di Sadat fu focalizzata nella normalizzazione delle relazioni con gli USA e, nonostante le critiche dei Paesi arabi, al riavvicinamento con Israele, dove intraprese una storica visita nel 1977 (quando fece uno storico discorso alla Knesset).

Prima, il 6 Ottobre 1973 (giorno dello Yom Kippur) era scoppiata la quarta guerra arabo-israeliana: l’esercito egiziano aveva attraversato il canale di Suez, sfondando i confini di Israele nel Sinai, mentre la Siria era avanzata dal Golan. La guerra fu un successo morale egiziano.

Tuttavia Sadat – come detto – si mosse molto verso Israele: nel 77 fu la volta del già citato viaggioche spianò la strada agli accordi di Camp David del ‘79. Ma la pace lasciava fuori dagli accordi i palestinesi, e dunque l’Egitto venne cacciato dalla Lega Araba e dalla conferenza Islamica. 

La vicinanza dell’Egitto agli USA pose però fine all’egemonia del paese nel Medio Oriente, vuoto che cercarono di riempire (invano) Arabia Saudita e Iraq.
La politica autocratica inoltre aveva alienato a Sadat molte parti della società: i copti, in particolare, si agitavano per via della sua politica religiosa. Nel 1980 emanò la costituzione su base shariatica e la Fratellanza Musulmana fu riabilitata. Questi atteggiamenti generarono una radicalizzazione dei gruppi, tanto che la fazione della “Jihad islamica egiziana” lo assassinò il 6 Ottobre 1981.

Gli succedette Mubarak: sotto di lui, la trasformazione capitalista dell’economia non ebbe l’effetto desiderato, e l’Egitto rimase un paese povero, con grande disuguaglianza.

Dal punto di vista politico i miglioramenti – in parte – ci furono: apertura al dialogo e alle trattative.
Sotto Mubarak, negli anni Novanta, l’Egitto allo stesso tempo conobbe una pericolosa escalationdel terrorismo estremista islamico, a cui fece fronte una altrettanto violenta repressione da parte di polizia e esercito. Alla fine, lo Stato uscì rafforzato dalla lotta contro il terrorismo, ma rimasero delle debolezze strutturali, economiche, democratiche e sociali. L’unico fattore di stabilità fu la sostanziale identità tra partito e stato.

A livello internazionale, Mubarak proseguì la linea di Sadat: rinuncia al panarabismo nazionalista-socialista nasseriano, e piuttosto traccia filo-occidentale e filo-statunitense: grazie a questa nuova leadership e a queste scelte, l’Egitto riacquistò la centralità nel mondo arabo di cui gli era stato privato in seguito agli accordi di Camp David. Infatti, il paese fu riammesso nella Lega Araba (1989), mentre nel 1990 fu importante nella formazione della coalizione araba anti Saddam Hussein.

Come sempre, lo scotto da pagare per il protagonismo di Mubarak fu la restrizione delle libertà civili: fattore che, alla lunga, come sempre genera scontento, proprio ciò che, il 25 Gennaio 2011, ne avrebbe decretato la fine dopo tre decenni di “dittatura”.

Contingente egiziano di UNAMID, in Darfur

Presente

Al-Sisi ha ottenuto diversi successi diplomatici. Innanzitutto il riuscito reintegro del paese all’interno dell’Unione Africana, quindi la mediazione sul conflitto di Gaza, e per finire il sostegno politico-finanziario di Arabia Saudita ed EAU, nonché la vicinanza al mondo occidentale. Gran parte delle argomentazioni del Feldmaresciallo si sono giocate sull’importanza che il suo Governo ha per la stabilità egiziana, nodo cruciale per la lotta globale al terrorismo islamico.

Le direzioni strategiche della politica estera egiziana sono quattro: il sud, dove c’è da gestire un intenso traffico illegale di armi e droga, nonché lo sfruttamento delle migrazioni e la delicata situazione del Sudan; il nord, ossia il Mediterraneo, che ripropone le questioni meridionali con l’aggiunta dell’implicazione diretta della comunità europea; il nord-est, che si sdoppia nella lotta al terrorismo in Sinai e nella gestione geopolitica dei conflitti in Palestina, Siria e Yemen; e – last but not least – l’ovest, attualmente la principale fonte di pericolo data la precaria tenuta del sistema-Libia.

La situazione interna del paese è molto fragile e ambigua: come abbiamo visto dalla percentuale delle elezioni, non si può certo dire che la popolazione sia fortemente coesa; allo stesso tempo, tuttavia, c’è del fondo di verità quando i responsabili del Governo vantano un’unità sociale di fondo, elemento discriminante tra la speranza egiziana e il fallimento libico: l’esempio è dato dal famoso episodio in cui cristiani e musulmani si aiutarono e protessero reciprocamente nella preghiera.

Il peso demografico, politico ed economico dell’Egitto impone uno sforzo ulteriore – in particolare della comunità internazionale – per far sì che non crolli, situazione che genererebbe una crisi di gran lunga maggiore a quella libica. Inoltre, l’importanza di un Egitto “sano” e stabile gioca anche su un piano culturale e – se vogliamo – di soft power: la sua stampa, infatti, è una delle più importanti e seguite della regione, e le sue TV e l’industria cinematografica fornisce la maggior parte degli show nel mondo arabo.

Bisogna sottolineare una cosa: nel biennio 2016/17, l’Egitto siederà nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU (peraltro nel 2017 insieme all’Italia), ruolo che insieme a quello nell’Unione Africana dimostra il peso diplomatico degli egiziani.

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Ecco i principali scenari nei quali l’Egitto è impegnato.

Italia

I rapporti tra Italia ed Egitto sono eccellenti, per una questione storica e culturale. Tuttavia, nonostante le alte cariche egiziane provino a minimizzarne l’impatto, la vicenda Regeni potrebbe lasciare più cicatrici di quante si possano pensare, soprattutto nell’opinione pubblica italiana: al-Sisi e i suoi ministri, invece, sono certi che la storica collaborazione tra i due paesi permetterà di andare oltre la vicenda. C’è da dire che, da parte sua, il raìs ha rivendicato lo stesso trattamento per il caso di Adel Moawad Heital, cittadino egiziano scomparso in Italia ad Ottobre 2015.

Unione Europea

Il rapporto tra l’Egitto e l’Unione Europea è delicato, nel senso che se da una parte la presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea e la nomina della Mogherini ad Alto Rappresentante hanno favorito una relazione costruttiva (grazie al rapporto privilegiato che esiste tra egiziani e italiani), dall’altra è pur vero che le incomprensioni e le stoccate non sono mancate, non ultime le risoluzioni del 14 Gennaio 2015 e del 9 Marzo 2016 sul caso Regeni (entrambe in allegato). Nonostante questi inciampi, l’UE sostiene convintamente gli sforzi governativi in ottica del rafforzamento della governance della democrazia.

La cooperazione tra UE ed Egitto potrebbe essere rafforzata in particolare sulla gestione dell’area del Sahel, in merito alla quale ci sono diversi interessi convergenti soprattutto in ottica di prevenzione della radicalizzazione.

Stati Uniti d’America

Con gli USA è in atto un forte riavvicinamento, soprattutto dal punto di vista diplomatico. Al netto delle solite rimostranze per la diminuzione delle libertà civili nel paese, infatti, gli Stati Uniti – nella persona di Obama – hanno espresso compiacimento per la nomina di al-Sisi, a cui hanno aggiunto un sostegno economico di 650 milioni di dollari (tranche sbloccata con un executive order del Presidente Obama, differentemente dalla prassi che vuole una certificazione democratica del Dipartimento di Stato. L’anno successivo – 2015 – gli aiuti sono stati quantificati in circa 1,3 miliardi di dollari, a testimonianza dell’importanza dell’Egitto per gli americani.

Russia

Allo stesso tempo, però, al-Sisi “flirta” con Mosca. Questo rapporto si è concretizzato in varie visite di al-Sisi a Mosca, e in una ben più rilevante di Putin al Cairo. Putin ha concluso tre accordi di grande importanza: la costruzione di una centrale nucleare a Dabaa, l’aumento degli investimenti diretti e del volume di scambio commerciale e l’assistenza russa per la costituzione di un fondo d’investimento egiziano.

Cina

Quasi riprendendo il non-allineamento di Nasser, al-Sisi non si fa mancare nemmeno il terzo polo, quello cinese. Per diversificare sia l’approvvigionamento militare sia – soprattutto – il ruolo geopolitico, infatti, l’Egitto ha siglato un accordo di partenariato strategico con la Cina, che rafforza un rapporto già solido per volume di scambio commerciale (quasi maggiore di quello con gli USA).

NATO

Il rapporto tra Egitto e NATO è sicuramente solido, come dimostra il ruolo di osservatore permanente che l’Egitto ha presso l’Assemblea Parlamentare della NATO.

Il rapporto tra i due soggetti si concretizza soprattutto nel contesto del Dialogo Mediterraneo, programma che mira a fornire sicurezza e stabilità regionale; incontri si tengono sempre anche a latere di Summit e incontri ministeriali, così come di tutti i maggiori eventi della NATO. La cooperazione si concretizza tramite consulenze sulla modernizzazione delle forze armate, sui piani di gestione delle emergenze, dei confini e delle armi leggere, così come su temi quali la diplomazia, la cooperazione scientifica, la lotta al terrorismo e il contrasto alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. C’è anche una dimensione militare nell’osservare/partecipare a esercitazioni.

Arabia Saudita – Emirati Arabi Uniti 

Dopo le grandi potenze mondiali, è il momento di analizzare la posizione dell’Egitto rispetto alle potenze regionali. Cominciamo dall’Arabia Saudita (e dagli EAU), ossia coloro che più di tutti stanno sostenendo economicamente il Governo di al-Sisi. Da ultimo, l’accordo di svariati miliardi di dollari che investe diversi campi, e che è passato alle cronache per il contenzioso sulle isole di Sanafir e Tiran, concretizzato in seguito ad una storica e “pomposa” visita al Cairo di Re Salman. Anche Abu Dhabi ha il suo peso: in ballo c’è il cosiddetto Piano Marshall emiratino per l’Egitto, che implica un enorme piano di cooperazione stimato in 50 miliardi di dollari.

Iran

Chiaramente, per il gioco della politica internazionale, l’amicizia con l’Arabia Saudita genera l’inimicizia con il suo principale rivale, l’Iran. Tale posizione non è ideologica ma, appunto, politica: lo testimoniano le dichiarazioni del Presidente al-Sisi e dei suoi Ministri, che ripetono come l’Egitto non sia contro l’Iran, ma contro la sua influenza in vari scenari (Bahrein, Libano, Siria, Iraq) e il suo espansionismo. Infatti, l’alleanza antiterrorismo è potenzialmente aperta anche a loro, a dimostrazione di una politica non settaria. Dunque è chiara la posizione più aperta di quella saudita, che auspica sì un ruolo iraniano, ma non tanto da egemone quanto da co-garante di stabilità.

Proxy Wars: LibiaSiria e Iraq

Come detto, la Libia è il principale timore di al-Sisi per la minaccia terrorista, che si alimenta dell’instabilità del teatro libico. Per garantire la stabilità del paese, gli egiziani auspicano l’assistenza all’esercito nazionale per porre un argine ai flussi di armi e foreign fighters.

Politicamente, tengono “il piede in due scarpe”: ufficialmente c’è il sostegno a Sarraj (intorno al quale l’Egitto ha tentato attivamente – cooperando con l’Italia – di creare consenso intra-libico), ma al contempo si ammicca ad Haftar.

Per quanto riguarda la Siria, il Cairo mira ad una soluzione politica e non militare. A tal fine, sostiene il lavoro dell’inviato ONU De Mistura, cercando di far collaborare Russia e Iran (in questo dovendo sopportare gli attriti con Rihad).

Infine l’Iraq, dove si auspica il coinvolgimento da parte di al-Abadi delle comunità sunnite.

Palestina

Il contenzioso israelo-palestinese è uno dei campi in cui al-Sisi vuole giocare la partita della sua statura diplomatica. La sua posizione si esprime nella soluzione dei due Stati, così da risolvere il conflitto che più di ogni altro genera instabilità nel Medio Oriente. La sua mediazione portòa metà2014, ad un “cessate il fuoco” che ha dato credito alla sua azione: da qui il tandem con la Francia, che li ha visti impegnati nel Giugno 2016 per superare lo stallo.

Turchia

È nettamente ostile, invece, la posizione verso la Turchia: al-Sisi ha lamentato come il paese turco, pur essendo membro della NATO, supporti i gruppi terroristici in Libia e in altri paesi. Accuse dirette e pesanti, che evidenziano il cambio di rapporto del regime laico di al-Sisi rispetto a quello di Morsi, che per la sua caratterizzazione islamica era stato sostenuto con forza da Erdogan.

Africa

Da ultimo, il rapporto tra l’Egitto e il suo continente, in particolare con il nord Africa e la regione sub sahariana.

In un’intervista Jeune Afrique, al-Sisi ha preso l’impegno di rafforzare la posizione egiziana in Africa, come evidente dall’organizzazione del forum “Business for Africa” del Febbraio 2016, organizzato a Sharm. Un’affermazione degna di interesse è stata quella che auspicava per l’Università di Al-Azhar un ruolo guida nell’insegnamento dei reali dettami dell’Islam, aspetto fondamentale nella lotta alla radicalizzazione.

Il tema dei diritti umani è fondamentale in Egitto

Futuro


Terrorismo

La più complicata sfida che l’Egitto dovrà sostenere nel breve-medio periodo, è quella del terrorismo: questo non solo per la propria salvaguardia, ma anche per quella di molti altri paesi, essendo che esso si pone come barriera all’espansione del fenomeno.

Questo ruolo delicato diventa ancor più complicato se svolto in circostanze drammatiche, sia in atto che in potenza: basti pensare che la minaccia terrorista colpisce il paese in modo intenso ormai da 30 mesi, e che potenzialmente ci sono 35 milioni di giovani egiziani a rischio radicalizzazione.

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Nella lotta al terrorismo, combattuta su ben tre fronti (sud, ovest, nord-est), l’Egitto adotta un approccio olistico: gli obiettivi sono garantire il miglioramento delle condizioni economiche della popolazione e fornire servizi (educazione, assistenza sanitaria…): combattere la povertà significa combattere la radicalizzazione. Inoltre, garantirsi il sostegno della popolazione avrebbe – oltre al risultato preventivo – quello di garantirsi la migliore fonte di notizie sui terroristi, ossia la stessa popolazione. In secondo luogo, bisogna riconoscere ad al-Sisi un grande merito: quello di aver partorito l’innovativa idea della lotta al messaggio islamista, più che alle sue conseguenze. Neldiscorso tenuto l’1 Gennaio 2015 (qui un breve commento della CNN), il Presidente ha invocato uno sforzo d’esegesi delle maggiori istituzioni religiose egiziane, tra tutte al-Azhar, per fare della contro-narrativa ai gruppi terroristi.

La zona più calda in questo ambito è quella del Sinai, con un incremento di attacchi di dieci volte in soli quattro anni. Nello stesso periodo, le vittime delle operazioni anti-terrorismo sono salite da 12 a più di 3000, le incarcerazioni da 16 a più di 3600.

La situazione in Sinai è figlia di molti errori. Se infatti nacque come un conflitto a bassa intensità, animato dalle proteste dei beduini per la loro scarsa situazione economica, esso è degenerato a causa dell’intervento esclusivamente muscolare dell’esercito egiziano: gli interventi militari per contrastare i fenomeni dei tunnel palestinesi, ha causato lo sfollamento di decine di beduini, regalandone il controllo (sono circa 400 mila) alle forze jihadiste, abili a sfruttarne i sentimenti di rabbia e umiliazione. Il più grave attentato nella zona si è verificato il 31 Ottobre 2015, quando una bomba sventrò un aereo russo decollato da Sharm el-Sheikh. 

L’obiettivo dei terroristi è, sia chiaro, politico: il parallelo con la Tunisia, in questo caso, è evidente. La strategia assodata è infatti quella di effettuare attacchi in luoghi turistici, così da colpire fortemente il settore che più di tutti sostiene questi paesi: infatti, dal primo al secondo anno di al-Sisi, il calo del settore è stato del 22%, addirittura del 40% in relazione all’ultimo anno di Mubarak.


Diritti umani/civili

Il tema che maggiormente divide l’opinione pubblica in merito al sostegno all’Egitto, è la scarsa attenzione al tema dei diritti umani e civili, spesso accantonati e immolati all’altare della “stabilità”.

Proprio per questo, è importante che l’Egitto mostri chiaramente l’intenzione di implementare il percorso verso la democrazia, così da convincere la comunità internazionale sulle sue buone intenzioni. Dall’altra parte, deve esserci la consapevolezza che il processo richiede tempo: certamente però i 20/25 anni paventati da al-Sisi sono eccessivi, se si pensa ad alcune misure fondamentali che non possono aspettare più di tanto tempo.

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Tra queste sicuramente lo spazio alla società civile, che deve essere parte del processo politico e non – come vedremo – essere considerata soggetto ingombrante, la risoluzione del problema del gap tra sicurezza e diritti umani, attualmente considerevole per stessa ammissione dei vertici egiziani, e la pena di morte, tema da affrontare con attenzione.

La questione principale è proprio il rapporto tra l’establishment e la società civile, in particolare quella dissidente in merito all’operato del Governo. La questione di Giulio Regeni, che ha ottenuto la ribalta della cronaca internazionale per la sua portata diplomatica e politica, è solo la punta di un iceberg la cui base è fatta di repressioni, rapimenti, torture e abusi di tutti coloro che vengono considerati minaccia per la “stabilità” del Governo e del paese.

Ma ad essere bersagliati non sono solo i singoli, ma anche e soprattutto i gruppi: il Governo sta incrementando una battaglia contro quelli che sono percepiti come “avamposti” di stati nemici, che mirano a rendere instabile il processo di affrancamento del Governo di al-Sisi: le accuse ai fondatori dell’Egyptian Initiative for Personal Rights e dell’Arabic Network for Human Rights Information, rispettivamente Hossam Bahgat e Gamal Eid, sono non a caso di ricezione illegale di fondi esteri.

I gruppi che documentano abusi sono messi sempre più sotto pressione: soggetti come il Nadeem Center, che assiste le vittime di tortura, e il Nazra fo Feminist Studies, gruppo di advocacy femminile, sono stati minacciati di chiusura.

Una delle principali azioni contro queste associazioni è stata l’approvazione di una dura legge sulle manifestazioni, che obbliga a notificare preventivamente alla polizia la convocazione di una manifestazione e impedisce di svolgere eventi a ridosso di sedi di istituzioni, oltre ovviamente adassicurare pene molto dure per chi trasgredisce tali disposizioni.

Allo stesso modo, la repressione è molto attiva anche contro i giornalisti, vittime di incarcerazioni che hanno portato l’Egitto tra i peggiori dieci paesi al mondo in tema.


Economia e Riforme

Parallelamente al percorso della tutela dei diritti civili e dell’affrancamento della democrazia, ciò che è altresì fondamentale per il paese è il raggiungimento di obiettivi economici e sociali che certifichino il progresso dell’Egitto.

Da questo punto di vista, sono molti gli ambiti in cui intervenire. Serve infatti una rivoluzione manageriale, un miglioramento del settore turistico, riforme del sistema finanziario e del mercato del lavoro (basti pensare alle 3000 sigle sindacali non coordinate tra loro), un intervento sull’economia sommersa e una massiccia riforma della giustizia, della sanità e dell’istruzione. Non potendo trattare tutti questi temi nel dettaglio, vediamo i più interessanti.

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Settore energetico 

Se un tempo il paese era esportatore di energia, ora ha carenza interna: per questo, una delle urgenze è quella di espandere il settore energetico, sfruttando le ingenti risorse naturali. Quest’ultimo punto è confermato, ad esempio, dalla scoperta di un enorme giacimento di gas naturale fatta da ENI nell’Agosto 2015. Del resto, si stimano riserve tra 2 e 3 mila miliardi di metri cubi.

Ma l’energia ha diverse fonti: si stanno studiando progetti per sviluppare il settore delle centrali atomiche e solari, nonché strutture per l’energia eolica. I finanziamenti per la centrale nucleare di Dabaa – come detto precedentemente – saranno foraggiati dalla Russia, attraverso la compagnia Rosatom.

Infrastrutture 

Ci sarà un ingente intervento sulle infrastrutture del paese, senza tralasciare nessun ambito: così è stato predisposto dal Ministero dei Trasporti.

Per quanto riguarda le autostrade, ci sarà la costruzione ex novo di tratti autostradali in diversigovernatorati del paese. In merito al trasporto ferroviario, da una parte verrà operato un lifting e un upgrade della rete già esistente, dall’altra si punterà alla costruzione di un tratto di linea ad alta velocità tra Il Cairo ed Alessandria.

Verrà ammodernata anche la metropolitana capitolina, mentre – come detto precedentemente – anche il settore marittimo subirà interventi, su tutti il massiccio e ambizioso piano del cCnale di Suez.

Per quanto riguarda i trasporti marittimi, nell’agosto 2014, è stato annunciato il parziale raddoppio e ampliamento del Canale di Suez. 

Infine, paradigma di tutta questa ingente operazione, sarà la costruzione di Capital Cairo, una nuova città capitale con un’estensione di quasi 300 km2 alla “modica” cifra di oltre 50 miliardi di dollari.

I costi esorbitanti per questo e per tutti i progetti infrastrutturali sono sostenuti grazie al sostegno dei petroldollari sauditi ed emiratini.

La rete economica internazionale dell’Egitto

Proprio con i paesi del Golfo c’è da segnalare una cooperazione economica di primo livello, favorita dall’Arab Free Trade Agreement, che ha incrementato il commercio dell’80%. Con l’UE i rapporti economici sono garantiti dall’operato della BERS (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo), che sostiene la ricostruzione del paese mediante il Trade Facilitation Programme. Infine, l’FMI monitora il processo economico egiziano, mentre la Banca Mondiale ha fornito (insieme all’ADB – African Development Bank) circa 4 miliardi e mezzo di dollari.

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