Arabia Saudita

SEZIONE 1 | BACKGROUND DATA

Anagrafica

    • Nome ufficialeRegno dell’Arabia Saudita
    • Confini: Giordania, Iraq e Kuwait a nord, Qatar e golfo Persico a est, Emirati Arabi Uniti e Oman a sud-est, Yemen a sud e Mar Rosso a ovest.
    • Forma di governo: Monarchia assoluta
    • Religioni: l’Islam è religione ufficiale (90% sunniti, 10% sciiti); la libertà religiosa è molto ristretta. 
    • PIL: 1731 miliardi di $ (pro capite: 54.100 $)

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    • Superficie: 2,149,690 km²
    • Gruppi etnici: arabi (90%), afro-asiatici (10%)
    • Lingue: arabo (uff.)
    • Popolazione: 28.160.273
    • Tasso di migrazione netta: -0,5/1000
    • Tasso di natalità: 18,4 (nati/1.000 abitanti)
    • Urbanizzazione popolazione: 83,1%
    • Città principali: Riyad (cap. – 6,2 milioni di abitanti), Jedda, La Mecca, Medina
    • Aspettativa di vita media: 75,3 anni
    • Principali partiti politicinon ci sono partiti politici
    • Moneta: Riyal saudita
    • Export partners (2015): Cina 13,2%, Giappone 10,9%, USA 9,6%, India 9,6%, Sud Corea 8,5%
    • Import partners (2015): Cina 13,9%, USA 12,7%, Germania 7,1%, Sud Corea 6,1%, India 4,5%, Giappone 4,4%, Regno Unito 4.3%

Re Salman insieme all'ex Segretario di Stato Kerry

Istituzioni

L’Arabia Saudita è il paese dove è nato e da cui si è diffuso in tutto il mondo l’Islam: al suo interno sono presenti le due città più importanti per la religione islamica, ossia Mecca e Medina, sedi dei due santuari principali. Questa influenza permea l’essenza stessa dell’Arabia Saudita, sia nella società che nelle istituzioni: essa, infatti, è una monarchia assoluta basata sulla religione islamica, tanto che il sistema legislativo si fonda sulla sharia, la legge islamica regolata dal Corano e dalle regole di vita di Maometto.

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Non sono presenti partiti politici, mentre è presente un solo organo assembleare, detto Majlis al-Shura, formata da 150 membri (tutti nominati dal Re) con il solo potere consultivo.

La democrazia non è particolarmente solida, per usare un eufemismo: c’è stata una votazione municipale nel 2005, mentre quella successiva è stata rinviata dal 2009 al 2011 per il timore di una vittoria degli islamisti; nel 2015 si sono tenute le prime elezioni a suffragio universale, ossia aperte anche alle donne (pur con ampie restrizioni).

Le istituzioni politiche, dunque, sono esclusiva del re e della sua corte, che ricoprono gli incarichi nel Consiglio dei Ministri, nelle sue commissioni e nelle funzioni consultive della famiglia reale.

C’è poca separazione tra il Governo e il sistema giudiziario: questo sia per il fatto che il primo paga i membri del secondo (giudici e ulema), sia perché – come detto – la sharia e il Corano sono la fonte legislativa.

Re dell’Arabia Saudita è Salman bin Abd al-Aziz Al Saud, in carica dal 23 Gennaio 2015, data della morte del suo predecessore, il fratellastro Abd Allah. La conferma nella linea di successione di Muqrin come Principe della Corona ha dimostrato la solidità della famiglia Al Saud; tuttavia, Muqrin ha richiesto di essere sollevato dall’incarico, così che il 29 aprile 2015 è stato nominato erede Muhammad bin Nayef Al SaudQuest’ultimo, peraltro, è anche Ministro dell’Interno, e rappresenta la nuova generazione che prenderà in carica il governo del paese.

Come detto, l’organo assembleare – Majlis al-Shura – ha potere consultivo: la sua funzione principale è disciplinata dall’articolo 23, che spiega come ogni gruppo di almeno 10 membri ha il diritto di proporre una disegno di legge o un emendamento ad una legge già in vigore (proposte relative ad alcune aree, quali i diritti umani, la società civile…)la proposta, passando tramite il Presidente del Majlis, può arrivare al Re, che ha ovviamente il potere di accettarla o respingerla. Per questo motivo le (poche) donne presenti nel Majlis hanno invocato il ruolo della presidenza, cruciale per fare arrivare al Re proposte ritenute fondamentali per una reale emancipazione della figura femminile, quale tra tutte la controversa questione del diritto di guidare. Attualmente, però, il più importante ruolo assegnato ad una figura femminile è la vice-Presidenza della Commissione Affari Esteri.

Il regno degli al-Saud ha un rapporto con la popolazione basato più su benefici economici che sulla fedeltà: anzi, la lealtà della popolazione è maggiore verso le tribù che verso la famiglia reale, proprio a causa della scarsa possibilità di incisività sociale e politica per la popolazione. A fronte delle difficoltà del mercato petrolifero, è dunque necessario modificare tale rapporto, poiché non più – quantomeno non facilmente – sostenibile se basato esclusivamente su benefici economici: per questo, il Governo usa la narrativa dell’unità, aprendo al contempo al riconoscimento delle diversità regionali. Queste sono infatti differenziate da radicali fattori (usi, costumi, storia, cultura e perfino forme di Islam), il che – venuta meno la motivazione pecuniaria – porterebbe ad una frammentazione della società, del paese e del potere degli al-Saud: basti pensare che perfino l’esercito e la guardia nazionale sono tribali.

Economia

L’economia dell’Arabia Saudita è ciò che, più di ogni altra cosa, ne definisce la caratura di leader regionale. Essa deve la sua ingenza quasi esclusivamente alle rendite derivanti dalla vendita di petrolio, di cui il paese è maggior esportatore mondiale. La dipendenza economica (quasi al 90%) da quel settore, però, ha posto una questione che da qualche anno è diventata prioritaria, per rappresentare la principale fonte di preoccupazione per la stabilità dei conti pubblici in seguito alla crisi del prezzo del petrolio dell’ultimo anno: essa è legata al tema della diversificazione delle entrate, necessaria per consentire al Regno di non dipendere esclusivamente da un mercato che sembra avere ormai alle spalle i suoi anni migliori.

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Infatti, il possesso di circa un quinto delle riserve mondiali conosciute ha permesso di arrivare ad una produzione di più di dieci milioni di barili al giorno. Grazie all’aumento del prezzo del barile del 1062% tra il ’98 e il 2013arrivato oltre i 100 dollari, le entrate erano praticamente infinite.

Tuttavia, se questo fino ad oggi è stato il punto di forza dell’Arabia Saudita, rischia di esserne la principale minaccia: il crollo del prezzo dei barili è stato il primo vero esempio della difficoltà derivante da una mancata diversificazione, e il futuro vede come una delle principali sfide proprio una corretta rimodulazione delle entrate nazionali.

L’Agenzia internazionale dell’energia dei paesi consumatori, infatti, ha avvertito che il mercato petrolifero presenterà un’offerta eccessiva fino al 2020a fronte di una crescita inferiore all’1% annuo. Considerate le enormi spese (quasi tutto è importato, dalle forniture alimentari ai beni e servizi di vario tipo), tra le quali al primo posto figurano quelle militari (nel 2014 sono stati spesi 81 miliardi di dollari, con un incremento del 21% rispetto all’anno precedente), oltre ai sussidi energetici (106 miliardi nel 2015), è evidente che bisogna cambiare.

E il cambiamento è stato compreso da Salman, che il 7 Maggio 2016 ha ristrutturato i Ministeri, soprattutto creando il Ministero dell’Energia, dell’Industria e delle Risorse Naturali al posto dello storico Ministero del Petrolio, retto da oltre vent’anni da Ali al-Naimi. È stato nominato Ministro Khaled al-Falih, Presidente di Saudi Aramco (Arabian American Oil Company), ossia la compagnia nazionale saudita di idrocarburi nonché di gran lunga la prima compagnia petrolifera mondiale.

Gli altri principali cambiamenti hanno investito il Ministero del Commercio e degli Investimenti, affidato a Majed al-Qusaibi, e la Banca Centrale SAMA (Saudi Arabian Monetary Agency), affidata ad Ahmed al-Kholifey.

Questi, e molti altri, cambiamenti sono stati annunciati tramite una serie di decreti reali riflettono un percorso che va ben al di là dell’operato di Salman, avendo come altro attore principale suo figlio, il vice Principe ereditario Mohammed bin Salman, non a caso autore e icona del programma di riforme Vision 2030 (di cui parleremo approfonditamente in seguito).

SEZIONE 2 | SCENARI

La delegazione saudita alla Conferenza di San Francisco (1945)

Passato

Le prime tracce di un’entità statale saudita si possono far risalire alla fine del XVIII secolo, quando un vero e proprio patto tra un potere politico e un potere religioso fornì la base che avrebbe fatto da collante per lo sviluppo del Regno nei secoli successivi. Protagonisti di questa unione furono il sultano del Najd (regione centrale della penisola araba) Muhammad ibn Saud e il riformatore islamico hanbalita Muhammad ibn Abd al-Wahhab. Quest’ultimo, appunto, si rifaceva alla tradizione della scuola giuridico-religiosa islamica dell’hanbalismo, caratterizzata da un’intransigenza radicale nei confronti delle fonti primarie dell’Islam (Corano e Sunna), giudicate troppo al di sopra della comprensione umana e della sua capacità di interpretarli, e di conseguenza da rispettare in modo integrale: da qui pesca i suoi fondamenti teorici la corrente del wahhabismo, che da Wahhab fu iniziata e da lui prende il nome, forma particolarmente ortodossa di Islam sunnita che insiste su un’interpretazione letterale del Corano. Questo rapporto inscindibile avrebbe caratterizzato la società saudita dei secoli successivi, ed è oggi motivo principale di preoccupazione in materia di diritti umani, come vedremo.

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L’espansione dello Stato della famiglia al-Saud fu inarrestabile, anche se non privo di vari momenti di difficoltà: del resto, il territorio era conteso da Egitto, Impero Ottomano e dalle altre famiglie delle regioni circostanti.

Nel 1902 Abdul Aziz al-Saud riprese l’espansione territoriale, strappando Riyad alla famiglia rivale degli al-Rashid e conquistando tra il 1913 e il 1926 le regioni dir al-Hasa, al-Qatif, l’intero Najd e l’Hijaz (la regione d’origine del profeta Maometto). Nel 1926 sconfisse Huseyn e impose il dominio saudita sull’Hijaz, di cui divenne Re; nel Gennaio dell’anno successivo divenne Re anche del Najd: a questo punto, il Regno di Hijaz e Najd fu riconosciuto indipendente dalla Gran Bretagna. Il passo finale fu, nel 1932, l’unificazione di queste regioni sotto il Regno di Arabia Saudita (al-Mamlakat al-ʿarabiyya al-saʿūdiyya), costituito il 23 Settembre.

Fin da subito il wahhabismo divenne ideologia di stato, e si crearono organismi fedelissimi al Re, quali il corpo armato Ikhwan e la categoria dei Mutawwa’a, gli esperti religiosi: questa saldatura tra forza fisica e “forza spirituale” fu il quid che permise al neonato Regno di imporsi fin da subito come protagonista regionale. Certamente, il tutto fu considerevolmente aiutato dalla straordinaria potenza economica, che si rivelò pochi anni dopo, nel 1938, anno in cui scoperto l’immenso giacimento di petrolio della penisola. Le ingenti risorse economiche del Regno permisero da una parte di ottenergli autorevolezza internazionale nonostante l’integralismo giuridico e sociale, dall’altra di espanderne l’influenza in tutto il mondo islamico, grazie ad una vera e propria opera di soft power perseguita tramite il finanziamento di moschee, centri culturali di orientamento fondamentalista e di partiti e movimenti politici direttamente o indirettamente ispirati al wahhabismo. Dall’asse dollari-petrolio, in particolare, sarebbe nato il rapporto internazionale più importante per l’Arabia Saudita, quello con gli Stati Uniti d’America, legame rimasto saldo nei decenni fino a questi ultimi anni (in seguito all’attentato dell’11 Settembre 2001) e soprattutto mesi (a seguito dell’accordo tra USA e Iran).

La morte di Saud nel 1953 non minò il potere della casa reale, ormai saldamente al controllo del paese grazie ad una rete di familiari e funzionari che si sarebbe ampliata nel tempo. Nel 1964 salì al potere Faysalche diede vita ad un periodo di riforme e modernizzazione. Non si pensi però ad un’azione nel senso “occidentale” dell’espressione: la sharia rimase al di sopra del sovrano, non furono istituiti partiti politicie la monarchia rimase assoluta. Si ebbe tuttavia un grande miglioramento della società dal punto di vista economico e, in un certo senso, anche dell’educazione e dell’istruzione (ad esempio con l’avvento della televisione nel 1963). Attraverso la Lega musulmana mondiale, fondata nel ’62 su iniziativa di Faysal, fu perseguita la politica del panarabismo, con la quale l’Arabia Saudita portò avanti il progetto di imporsi come stato leader del mondo arabo – e non solo.

Nel 1975 Faysal venne assassinato dal figlio del suo fratellastro, Faysal bin Musad, forse per vendicarsi della morte del padre durante i tumulti a seguito dell’introduzione della TV: il regicida fu condannato a morte, pena scontata con la decapitazione il 18 giugno 1975, alle 16:30.

I successori di Faysal non ne furono all’altezza, tanto che seguirono anni in cui l’Arabia Saudita conobbe un progressivo indebolimento della sua coesione politica, parallelo ad una crescita dell’opposizione. Con un attacco armato alla Grande Moschea della Mecca nel 1979 (il cosiddetto Sequestro della Grande Moschea), un gruppo di dissidenti islamici che sostenevano un compagno quale Mahdi (il cosiddetto atteso redentore dell’Islam) invitarono i credenti a seguirli, incitandoli a rovesciare la monarchia: inutile dire che il tentativo fu represso nel sangue. Dopo questo fatto le proteste aumentarono e il regime venne messo in crisi, nacquero movimenti e organizzazioni umanitarie, il più importante dei quali fu la Shawa, rinascita: si trovava a metà tra la Fratellanza e i wahhabiti, utilizzando metodi educativi della prima per mantenere il dogma proclamato dai secondi.

Negli anni 80 si ebbe anche la crisi degli introiti petroliferi, e la monarchia reagì enfatizzando il ruolo religioso: Fahd – succeduto a Khalid – si dichiarò custode dei luoghi santi. Inoltre, fece anche concessioni politiche, creando il Consiglio consultivo nel 1992, e aumentò i contatti con Europa e Usa, le cui basi militari erano state ospitate durante la Guerra Fredda.

In particolare, nel conflitto bipolare l’interesse comune era la prevenzione all’ingresso dell’Unione Sovietica nel Medio Oriente, visto che l’URSS aveva come baluardo l’Iran. La presenza americana nella regione beneficiò dei sauditi soprattutto nelle guerriglie antisovietiche in Afghanistan. 

Nei primi anni ’90, l’invasione del Kuwait da parte di Saddam fu fronteggiata da una coalizione capeggiata dagli americani, ospitati su suolo saudita. Al contempo, però, questa presenza non fece che incoraggiare la crescita di gruppi dissidenti, quale tra tutti al-Qaeda, il cui leader Osama bin Laden sfruttò tutto il risentimento popolare contro il ruolo degli Stati Uniti nel Medio Oriente.

La svolta epocale – non solo del rapporto tra americani e sauditi, ma della storia di tutto il mondo – fu l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 Settembre 2001: in breve fu evidente che la maggior parte degli attentatori era di nazionalità saudita, e i rapporti tra i due paesi ne risentirono (addirittura, c’è in questi mesi fermento in merito alla declassificazione di un documento – “the 28 pages” – che svelerebbe il coinvolgimento del regime saudita nell’attentato).

Nel 2003 dei terroristi sospetti di legami con al-Qaeda uccisero 35 persone – tra cui diversi stranieri – a Riyad; ci furono anche altri attacchi, con l’obiettivo di colpire lavoratori stranieri e, soprattutto negli ultimi anni, gli sciiti che abitano nelle province orientali.

Dopo la morte di Fahd nel 2005, divenne Re Abdullah bin Abdulaziz Al Saud, che de facto governava il paese già da una decina d’anni. Il Regno di Abdullah è stato caratterizzato da un moderato riformismo: l’esempio è la figura della donna, a cui per la prima volta sono state aperte le porte del Majlis, ma alla quale è ancora vietato il diritto di guidare. Queste contraddizioni hanno segnato il periodo di Abdullah, sia a livello interno che internazionale: in prima linea a fianco degli USA nella lotta al terrorismo, ma allo stesso tempo finanziatore di estremismi locali nei vari paesi del Medio Oriente al fine di contrastare il grande nemico iraniano.

E sarà un Regno in continuità con quello di Abdullah anche questo di Salman, come ha lui stesso dichiarato.

La Mecca

Presente

Il presente dell’Arabia Saudita è un tempo di transizione. Il paese infatti sta vivendo un grande passaggio generazionale, e i nuovi leader che si affacciano sulla scena politica sono chiamati a gestire un passaggio di consegne tanto delicato quanto decisivo per l’importanza delle tematiche in gioco: diversificazione economica, diritti umani e “democrazia” a livello interno, posizionamento regionale e lotta al terrorismo in campo internazionale sono solo alcune delle sfide che attendono la monarchia degli al-Saud.

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Il focus più interessante, tra questi, è proprio quello sulla politica estera, perché dal posizionamento geopolitico ed economico del paese nello scenario regionale e, di conseguenza, mondiale, determinerà e influenzerà anche gli scenari interni al paese.

Rispetto a ciò, bisogna fare due discorsi diversi, pur se tra loro intimamente interconnessi: uno in merito allo scenario regionale, l’altro a quello globale.

Per quanto riguarda il primo, sono due le principali partite in cui l’Arabia Saudita si sta giocando la leadership del Medio Oriente: il rapporto con l’altra grande potenza regionale, l’Iran, e l’intervento nella guerra in Siria. 

La rivalità tra Iran e Arabia Saudita è da sempre molto accesa, anche tenendo conto che sono i due maggiori stati che rappresentano le due “correnti” dell’Islam, quella sciita (predominante in Iran) e quella sunnita (la maggiore in Arabia Saudita). A questa motivazione religiosa si affianca certamente quella politico-economica, che va di pari passo con le alleanze internazionali (per questo gli scenari sono molto interdipendenti). Se, infatti, come abbiamo detto precedentemente, fino a poco tempo fa si poteva considerare la monarchia saudita come una sorta di avamposto statunitense nel Medio Oriente, oggi questa dizione non sembra più essere valida, principalmente per due motivi: il primo dovuto ad un generale disimpegno degli USA dal teatro mediorientale, a favore dell’area pacifica; il secondo seguente all’accordo raggiunto dall’Iran con i maggiori componenti della comunità internazionale, che ha permesso alla Repubblica Islamica di riaccreditarsi politicamente e soprattutto di essere sgravata dalle sanzioni economiche che le vietavano il commercio con l’estero, in particolare il commercio di petrolio. Da quando infatti l’accordo è stato siglato, e l’Iran ha ricominciato ad esportare petrolio in gran quantitàil prezzo della materia è inevitabilmente sceso, peraltro in modo drastico: da qui le drammatiche difficoltà economiche dell’Arabia Saudita.

Perciò questa relazione è cruciale, per la sua delicatezza: negli ultimi mesi, infatti, ci sono stati diversi momenti di tensione (diplomatica, e non solo) tra le due potenze, la principale delle quali ha avuto come sfondo proprio il contrasto religioso: a seguito dell’esecuzione, il 2 Gennaio 2016, del leader sciita saudita Sheikh Nimr al-Nimr, l’Iran ha prima visto un assalto all’ambasciata saudita a Teheran, poi vietato ai suoi cittadini il pellegrinaggio alla Mecca, formalmente per motivi di sicurezza. La tensione è tale, che ci si domanda se mai esploderà in un conflitto vero e proprio: tale eventualità sembra essere realmente difficile, sia perché l’Arabia Saudita non ne ha la capacità numerica, sia soprattutto perché è nell’interesse di entrambi mantenere una sorta di equilibrio nella regione; tuttavia, i due fronti si scontrano in diversi conflitti minori, le cosiddette “proxy wars, su tutte Siria e Yemen, né perdono occasione per assestarsi colpi diplomatici, politici ed economici (come questa decisione saudita)Un conflitto “tradizionale” sarebbe un colpo duro alle ambizioni di entrambi, in particolare a quelle dell’Arabia Saudita di presentarsi come leader credibile della regione in grado di opporsi alla violenza del terrorismo, all’instabilità e al collasso degli stati vicini. Peraltro, è questo che le due potenze hanno compreso dopo l’esperienza di Iraq e Iran tra il 1980 e il 1988. Detto ciò, una soluzione del conflitto non è all’orizzonte: Riyad, anzi, sembra essere realmente ossessionata dall’accreditamento internazionale iraniano, al quale ha risposto con la creazione – controversa, in quanto sono stati inseriti Stati senza che questi avessero accettato o ne fossero addirittura a conoscenza – di una coalizione di 34 paesi del mondo sunnita per combattere il terrorismo. Proprio l’endorsement di gran parte di questi paesi, però, avalla la linea di Riyad, la cui intransigenza non può che portare ad un divario ancor più marcato tra sunniti e sciiti; tra questi molti paesi del GCC e della Lega Araba, i cui Ministri degli Esteri hanno rilasciato dichiarazioni(ad esempio, questa) in cui supportavano le azioni saudite contro gli “atti terroristici” iraniani, volti ad immischiarsi negli affari delle nazioni arabe.

L’altro nodo della politica estera saudita, collegato in modo diretto a quello iraniano, è lo scenario della guerra in Siria. Riyad, insieme alle alleate Ankara e Doha, ha infatti l’obiettivo di rovesciare il regime dello sciita-alawita Bashar al-Assad, nel tentativo di spezzare la cosiddetta “mezzaluna sciita” che parte dall’Iran e arriva in Libano passando per Bahrein, Iraq, e – appunto – il regime di Assad (la popolazione siriana in sé è di maggioranza sunnita per oltre il 70%). Arabia, Turchia e Qatar hanno compreso che l’uscita di scena di Assad non era raggiungibile diplomaticamente, ma solo con le armi: si possono individuare i supporti saudita e turco/qatariota rispettivamente per i guppi Jaysh Al Islam (un insieme di dodici ulteriori gruppi ribelli) e Ahrar Al Sham (una fazione ultraconservativa che conta più di 25 mila soldati). Ciò è confermato dal fatto che ogni minimo riferimento alla situazione siriana fatto da membri del Governo presenta continui e quasi ossessivi riferimenti all’Iran: quest’ultimo è accusato di rifiutare il dialogo, di supportare Hezbollah se non Daesh, di voler destabilizzare la regione esportando la rivoluzione, di presentarsi in vesti diverse a seconda dell’interlocutore e di essere in combutta con la Russia nel supporto al regime siriano. E, in effetti, molte se non tutte le affermazioni hanno più di un fondo di verità: il che, tuttavia, non toglie le corresponsabilità saudite nel conflitto.

Proprio in Siria, del resto, è emersa con tutta la sua violenza la spirale conflittuale intercofessionale, ed è apparso evidente quanto siano distanti e inconciliabili le posizioni della monarchia saudita e della repubblica islamica. Gli ultimi episodi, in particolare l’assalto all’ambasciata e al consolato saudita in Iran di cui sopra, hanno consegnato un vantaggio diplomatico all’Arabia, vista la condanna degli attacchi iraniani da parte del Consiglio di Sicurezza ONU.

Al di là di questi due teatri, poi, c’è da citare il coinvolgimento saudita nella diatriba Israele-Palestina, luogo di scontro per eccellenza di tutto il Medio Oriente. Chiaramente l’Arabia Saudita si schiera a favore della Palestina, invocando il rispetto israeliano per il popolo palestinese e una soluzione aiutata dall’UE. I problemi della monarchia sono con lo Stato di Israele, più che con il popolo israeliano in sé: essa invoca una coesistenza nell’interesse generale, e a tal fine auspica la soluzione dei “due popoli, due Stati”.

In merito al secondo scenario, quello globale, è invece interessante delineare la posizione saudita all’interno delle organizzazioni internazionali e nei suoi rapporti con il mondo occidentale.

La prima da considerare, di cui abbiamo dato qualche accenno, è il GCC (Gulf Cooperation Council): la sua natura è decisamente regionale, ma il suo operato ha una portata ben più ampia. Esso infatti è l’interlocutore delle organizzazioni internazionali occidentali, in primis la NATO. Il GCC è un’alleanza politica ed economica formata da sei paesi (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrain, e Oman). È stato creato a Riyad nel Maggio 1981, e il suo scopo è quello di raggiungere la maggiore unità possibile tra i suoi membri sulla basa di obiettivi e identità comuni(qui la Carta dell’organizzazione). La più alta entità decisionale del GCC è il Consiglio Supremo, che si riunisce annualmente ed è formato dai capi di stato dei paesi membri.

risultati del GCC hanno investito sia il piano politico che quello economico. Per quanto riguarda il primo, i maggiori sono stati la creazione del Peninsula Shield Force, una joint venture militare basata in Arabia Saudita, e la firma di un patto di intelligence-sharing nel 2004. In merito al secondo, invece, bisogna citare gli economic agreement del 1981 e del 2001, l’area di libero scambio tra il 1983 e il 2002, la customs union nel 2003 (che prevede l’eliminazione delle tariffe interne e l’armonizzazione legislativa e che ha portato ad una crescita del commercio infra-GCC del 30%), e dal 2008 il mercato comune; tutti questi risultati economici hanno generato un grande sviluppo: dal 1975 al 2013 c’è stato un incremento del PIL del 2300%, dal 1981 al 2013 del 700%, arrivando al 2013 con la registrazione di un PIL di circa 1800 miliardi di dollari. C’è anche integrazione infrastrutturale: rete elettrica, ferroviaria, idrica, impianti per la desalinizzazione, impianti portuali e aeroportuali, integrazione nei trasporti.

I prossimi obiettivi, invece, sono l’integrazione dei mercati finanziari, un progetto di rete ferroviaria in comune e il mercato comune, ma soprattutto la creazione di un comando militare unificato e l’accelerazione dell’integrazione degli apparati di difesa: delle fughe di notizie pubblicate da Al Hayat e Asharq Al-Awsat hanno rivelato che il nuovo comando collaborerà con la coalizione internazionale antiterrorismo capeggiata dagli USA, mentre alcuni commentatori hanno espresso la prospettiva che esso diventi una sorta di NATO araba, per affrontare le sfide alla sicurezza della regione.

Questo ci offre l’occasione per introdurre il discorso in merito alla NATO. La cooperazione tra l’Arabia Saudita (e in generale i paesi del Golfo) e l’Alleanza Atlantica è intensa, anche se necessita di diverse migliorìe: ad esempio, è necessario arrivare ad una definizione condivisa di terrorismo, così da identificare con chiarezza un nemico da combattere e le strategie per farlo, il che non è scontato se si considera che l’Arabia Saudita ha dichiarato la Fratellanza Musulmana un’organizzazione terrorista, creando frizioni con Qatar e altri stati del GCC.

Al netto di questi fattori, dunque, si può pensare che la posizione della NATO nel Golfo possa rafforzarsi, essenzialmente per due motivi: il primo è il disimpegno americano a favore dell’area del Pacifico, il secondo è la maggiore presenza militare europea, che beneficia di due basi militari (una britannica in Bahrein e una francese negli EAU).

Sono poi da menzionare le relazioni con l’Unione Europea, anch’esse svolte essenzialmente nel contesto del GCC: questo rapporto è disciplinato da un Accordo di Cooperazione firmato nel 1988, mentre tra il 2010 e il 2013 è stato implementato un Programma di Azione Comune.

In conclusione, si possono trarre le seguenti considerazioni. L’Arabia Saudita sta evidentemente cercando di affermare una nuova linea di politica estera, che si riflette nell’impiego di proprie forze militari in Yemen: dopo secoli di “outsourcing” della difesa a grandi potenze straniere (Impero britannico prima e Stati Uniti d’America poi), gli al-Saud hanno cominciato a contare sulle proprie forze; oggi più che mai, il Medio Oriente è frammentato in mille pezzi, divisi come mai dalle identità settarie. Lo spostamento del pivot americano in Asia rischia di creare un vuoto di potenza, o quantomeno di minare le basi su cui si reggeva il precario equilibrio di ieri: l’impegno del Cairo in Yemen dimostra la voglia del mondo sunnita di imporsi in questo scenario, e l’Arabia Saudita vuole farlo in prima linea.

Vision 2030

Futuro

L’Arabia Saudita ha di fronte a sé numerosissime sfide, sia sul piano interno che su quello internazionale. Dalla capacità di affrontarle dipende il suo futuro, soprattutto in merito al suo tradizionale ruolo di leader regionale.


Economia

L’ambito più importante in cui il paese è chiamato ad operare un taglio netto col passato, è quello economico. Come detto precedentemente, non è più sostenibile un’impalcatura economica basata sui ricavi dalla vendita di petrolio, sia per una questione economico/politica (che oggi è evidente nella riduzione del prezzo del barile derivante dalle politiche economiche di Iran e non solo), sia per una motivazione strutturale, di lungo periodo: il petrolio, prima o poi, si esaurirà, e nel frattempo andrà incontro ad una concorrenza sempre più agguerrita da parte di gas (lo shale gas americano in particolare) ed energie rinnovabili. E sebbene il paese abbia 650 miliardi di dollari di riserve in valute estere, ne sono stati persi già un centinaio.

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Con una forza lavoro che raddoppierà nel 2030, il paese continuerà a prosperare solo se risveglierà la dormiente economia statista, diversificandola dalla dipendenza petrolifera e stimolando il business privato.

La famiglia reale è ben consapevole dell’importanza di questa tematica, e per questo ha lanciato un ambizioso programma di riforma del paese, chiamato “Vision 2030. Icona di questo rivoluzionario e visionario progetto è il vice Principe ereditario Mohammed bin Salman, che ne ha presentato i dettagli al mondo intero (esemplare, in questo senso, l’intervista di ben otto ore concessa a Bloomberg).

Il progetto, presentato dallo stesso Mohammed sul sito ufficiale di “Vision 2030”, ha tre principali direttive: la costituzione del più grande fondo di investimenti sovrano al mondo grazie al ricavato della messa sul mercato del 5% di Aramco, che dovrebbe fruttare circa trilioni (ossia 2 mila miliardi) di dollarila riduzione del welfare, in particolare nelle politiche dei sussidi; e un incentivo alla diversificazione.

Per quanto riguarda il primo punto, in particolare, è da sottolineare per la sua importanza strategica mondiale il fatto che, attraverso il Saudi Arabian Public Investment Fund, l’Arabia Saudita punta a potenziare i propri asset finanziari mediante investimenti ad alto rendimento: obiettivo è passare dall’attuale 5% al 50% entro il 2020 grazie all’acquisizione di percentuali di aziende in grande crescita. Esempio di questa operazioni è stato l’acquisto del 5% delle azioni di Uber, costato ben 3,5 miliardi di dollari (il più massiccio investimento ricevuto dalla società californiana); da notare come sia stato evitato di investire nell’omologa saudita Careem, anche per una ricerca di skills e tecnologie esterne che aiutino a qualificare tutta l’economia domestica.

Questi insomma sono i tre macro-obiettivi, all’interno dei quali si sviluppano moltissimi punti d’azione che investono i più disparati ambiti: da quello delle partnership internazionali, da rinnovare con l’obiettivo di qualificarsi come hub e crocevia dei tre continenti; a quello del capitale umano, da valorizzare fin dalle giovanissime generazioni; passando per quello delle energie rinnovabili, sui quali il Governo ha puntato tanto da voler costruire un’intera città – la King Abdullah City for Atomic and Renewable Energy – sostenibile e fonte di energia alternativa ai combustibili fossili.

Un esempio pratico di questa politica, è l’ingente investimento nell’Egitto di al-Sisi.


Terrorismo

Il tema del terrorismo è molto delicato, perché l’Arabia Saudita è stata oggetto di attacchi, ma è allo stesso tempo accusata da parte della comunità internazionale di finanziarlo in prima persona usandolo come arma politica. Di certo c’è da dire che il wahhabismo, che abbiamo visto essere intriso nelle radici nazionali, si presta certamente ad estremizzazioni, per cui spesso il limes è sottile e foriero di facili generalizzazioni.

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È senza dubbio vero che il wahhabismo ortodosso di alcune organizzazioni e di individui sauditi ispira e supporta le attività di gruppi estremisti in molte regioni, dal Mali al Pakistan, oltre ad essere fertile humus in cui gli estremisti possono coltivare reclute; è allo stesso tempo vero che l’ISIS si è sforzato parecchio nell’identificare lo stato saudita come nemico, soprattutto dal punto di vista mediatico (vedi questi due articoli: 1 – 2).

La questione è ancor più intricata se si prende, come punto di vista, quello della leadership politica saudita.

Da una parte, infatti, ci sono delle oscure relazioni – soprattutto finanziarie – tra facoltosi cittadini ed enti dell’Arabia Saudita ed al-Qaeda, che soprattutto dagli attentati dell’11 Settembre 2001 sono stati oggetto di tensione e di attenzione soprattutto negli Stati Uniti.

Dall’altra, però, c’è una oggettiva contesa con ISIS, evidente in diversi: da quello fuori dalla prigione di Ha’ir ai vari bombardamenti e sparatorie intensificatesi dal Novembre 2014, che hanno provocato decine di morti. Questi attentati sono da ricondurre all’ostilità che i sauditi, così come le altre famiglie del Golfo, generano nello Stato Islamico, che li vede tanto nemici quanto l’Occidente.

Inimicizia inaspritasi a seguito dell’annuncio, da parte della Monarchia saudita, della creazione di una alleanza militare di 34 stati sauditi, avente proprio l’obiettivo di “coordinare e supportare operazioni militari per combattere il terrorismo”, come detto da Mohammed bin Salman. Coalizione che però presenta molti problemi da risolvere: innanzitutto quello del consenso dei partner, dato che diversi stati non hanno ancora aderito, alcuni dei quali importanti come Afghanistan e Indonesia; inoltre uno strutturale: non c’è una definizione unanime di terrorismo, tuttora succube di visioni differenti intrecciate ai vari interessi nazionali; infine è da capire quanto l’impegno saudita sia sincero, o quanto sia invece una sorta di azione di soft power, volta a riproporre la Monarchia come potenza regionale e indiscusso leader del mondo sunnita (la cosiddetta Dottrina Salman).

Dal punto di vista interno, invece, sono stati diversi gli interventi in ottica antiterrorista. Dopo il periodo degli anni ’90, sono state fatte grandi riforme nel sistema educativo e in ambito religioso per ovviare ad una situazione in cui i giovani subivano la radicalizzazione e il reclutamento da parte dei terroristi; inoltre, si sta agendo sulla comunicazione e, più in generale, sulle cause piuttosto che sulle conseguenze: perciò è stato anche istituito uno staff di 262 ricercatori ed esperti che sviluppino partnership con ONG per creare programmi per contrastare la radicalizzazione e aiutare quelli che sono stati condannati e che sono trasferiti in centri per la riabilitazione. Le autorità saudite però lamentano che i media occidentali non hanno la percezione dei cambiamenti avvenuti nel paese.


Diritti Civili

Altro tema fondamentale che l’Arabia Saudita dovrà affrontare, è quello dei diritti civili e politici, alcuni da garantire, altri proprio da riconoscere (o quantomeno concedere).

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Fondamentale, in questo senso, è il riconoscimento di una Costituzione garante di tutto ciò. È vero che negli ultimi anni ci sono stati passi avanti, ma più nell’ottica di una creazione di consenso che di reale spinta democratica. Ci sono diverse proposte per la stesura della carta: l’elezione del 70% della Shura, la concessione di poteri legislativi alla stessa, un progressiva aumento della componente eletta, un referendum: insomma, elementi che contribuirebbero a creare ciò che più di ogni altra cosa manca agli al-Saud, ovvero una nazione (da cui poi dovrebbero ottenere lealtà, e già il riconoscerle diritti sarebbe un buon inizio). E di pari passo, sarebbe necessaria (ed è stata effettivamente intrapresa) una riforma del Ministero della Giustizia, che colmi la necessità di codificazione, snellisca i tempi di attesa e offra trasparenza.

Sono solo due delle principali riforme politiche necessarie, peraltro invocate con sempre più veemenza: del resto, la situazione politica è fortemente esclusiva, come dimostra il fatto che i partiti politici sono vietati e che gli attivisti che protestassero pubblicamente verrebbero incarcerati.

Ci sono state due piccole concessioni nel 2005, quandi si tennero delle elezioni municipali, e nel 2014, quando furono nominate 30 donne nella Shura, ma sembrano essere misure cosmetiche.

In generale, i sauditi non hanno mezzi formali per influenzare le politiche governative, e soprattutto per questo hanno una così bassa lealtà nei confronti della famiglia reale: fenomeno soprattutto diffuso tra i giovani, che vedono la tribù come unica vera “istituzione” in grado di accogliere le loro istanze. Uno dei pochi canali utilizzabili sono le petizioni, e dal 2011 molte di queste hanno proprio invocato riforme politiche; ma al contempo, bisogna notare che nel 2007 10 lobbisti furono arrestati dopo che 99 attivisti sottoscrissero la loro petizione intitolata “Pietre miliari sulla via alla Monarchia Costituzionale”. In seguito a tale evento, fu fondata da altri 11 colleghi la prima ONG del paese, la Saudi Civil and Political Rights Association (ACPRA).

Certo, è molto complicata la manifestazione del dissenso in generale; difficoltà aumentata in seguito alla promulgazione nel 2014 della legge antiterrorismo, che conferisce poteri speciali al Ministro degli Interni per prevenire riunioni e meeting, e consente la carcerazione senza l’autorizzazione della corte.


Diritti Umani

Ancor prima dei diritti civili, tuttavia, vengono quelli umani, ed anche qui la situazione presenta diversi chiaroscuri: tanti, troppi argomenti in materia di diritti umani sono ancora oggetto di rivendicazioni, situazione non all’altezza di un popolo che si voglia definire civile.

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A Re Abdullah, è vero, va riconosciuto un certo attivismo in merito; anche se bisogna prendere atto del fatto che le resistenze interne al paese (in particolare quelle della polizia religiosa e dell’ala conservativa degli ulema) sono state e tuttora sono molto forti. Vedremo due grandi problemi, che per la loro incisività e ampiezza danno un’idea del lavoro che il paese ha da fare in questo senso.

Il primo problema che affrontiamo – per la sua particolare rilevanza sociale e mediatica – è quello della condizione femminile: le donne in Arabia Saudita si trovano a vivere in una condizione di terribile disuguaglianza, quasi di segregazione. In merito, si sta operando per intervenire sulla distinzione tra ikhtilat, ossia la co-presenza uomo-donna in spazi pubblici, e khilwa, cioè in spazi privati: se la prima è concessa, la seconda è vietata, e come facilmente intuibile ciò rende molto difficile la presenza delle donne in ambienti lavorativi.

È solo uno degli esempi che dimostrano la difficoltà delle donne: solo nel 2015 hanno avuto il diritto di voto in elezioni locali, e abbiamo già detto della recente ammissione di 30 donne nella Shura; per non parlare del sistema della custodia, forse il più rilevante problema in materia: esso impone che la libertà di partecipazione sociale delle donne sia ristretta, e che esse necessitino il consenso di un parente maschile per compiere azioni quali il viaggio, il lavoro e lo studio. È vero che oggi la presenza femminile nel mondo del lavoro è aumentata, e che lo stesso Principe la sostenga è significativo; tuttavia, la partecipazione è al 18%, dato ancora risibile. Come accennato prima, le principali resistenze all’emancipazione proviene da ambiti religiosi, ossia da quelle interpretazioni wahhabiste ortodosse della legge islamica che invoca punizioni pubbliche per i vari crimini e che è oggetto di forti critiche da parte delle organizzazioni internazionali.

Proprio il tema di queste ultime è particolarmente controverso: l’Arabia Saudita partecipa appieno alla comunità internazionale, e per questo – come tutti – ha degli obblighi giuridici nonostante sia una Monarchia assoluta: è responsabilità dei suoi interlocutori, dunque, esigere un miglioramento in tema di diritti, piuttosto che concedere ambigue nomine in tema di promozione dei diritti stessi(singolare affidare una commissione UNHCR ad un paese che opera quasi 90 esecuzioni all’anno). È un lavoro, questo, che deve provare ad andare al di là dei semplici discorsi economici e politici: e non è poco, se si pensa ad esempio che Riyad è tra i primi clienti dei produttori di armi europei.

Il secondo diritto negato con particolare efferatezza è quello della pratica religiosa: la restrizione è massima in merito al tipo di religione o credo professato, ovviamente per la marcata impronta wahhabista del paese. E non inganni la “tolleranza” della componente sciita denunciata da ISIS: basti pensare che ai non-musulmani è vietato pregare in pubblico, né possono costruire – su tutto il territorio saudita – luoghi di culto in cui farlo in privato.

Lo stesso tema della tolleranza nei confronti degli sciiti, si badi, non sembra ispirarsi ad una benevolenza particolare, quanto all’intelligenza di Re Abdullah, che capì che avere in casa dei potenziali avamposti iraniani, e inimicarseli, sarebbe stato doppiamente sbagliato. Per questo ha tolto ai rivali di sempre un metodo “soft” di interferenza nei propri affari interni, anzi allo stesso tempo può fregiarsi di discorsi di tolleranza e apertura religiosa.


Migrazioni

In Europa si è tanto polemizzato sul fatto che, per sgravare il Vecchio Continente da una parte del flusso dei migranti, le medio-grandi potenze regionali potrebbero ospitarne una quota. La questione è molto complessa, e non solo perché nessun paese del GCC è firmatario della Convenzione sullo Status dei Rifugiati del 1951; quello della presenza degli stranieri nel paese, infatti, è un problema ben precedente rispetto alla crisi siriana.

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In Arabia Saudita è stimata la presenza di circa 370 mila migranti illegali, mentre nell’area del GCC ci sono 2.8 milioni di siriani.

La monarchia saudita ha quello che è detto kafala system (kafala significa fideiussione in diritto islamico), ossia un sistema che ha il fine di monitorare i lavoratori stranieri.

I lavoratori stranieri arabi sono visti in modo non particolarmente positivo, per due motivi principali: innanzitutto perché, imbeccati dai movimenti riconducibili alla tradizionale area di sinistra, i lavoratori arabi chiedono maggiore inclusione politica ed economica, primi passi verso la cittadinanza; inoltre, gli stessi lavoratori arabi sono politicamente più attivi dei nativi sauditi, e si teme che influenzino i cittadini sauditi. Per questo sono preferiti i lavoratori sudasiatici, sia per un risparmio economico (minori aspettative salariali) sia per l’inesistente lamentela sulla cittadinanza e sull’integrazione sociale.

Inoltre, lo stesso kafala system ha rafforzato il ruolo dei lavoratori asiatici, incoraggiando i legami transnazionali tra l’Arabia Saudita e i paesi d’origine in merito al mercato del lavoro: ci sono molte agenzie che incoraggiano questi spostamenti di forza lavoro, mediante appositi collegamenti aerei, agenzie immobiliari, e specifici beni economici relazionati alla tipologia di “lavoratore-consumatore”.

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