PERCHÉ SERVE UN CONGRESSO RIFONDATIVO DELL’EUROPA

L’ispirazione e le aspirazioni originarie dei Padri fondatori dell’Europa sono apparse, con lo scorrere del tempo, sempre più alla stregua di sogni rimasti tali, ma la forza di quei grandi uomini e delle loro idee torna oggi prepotentemente alla ribalta. E vi torna, paradossalmente, grazie alla apparente sconfitta che si prefigura per una Europa incompiuta, che cede il passo alla prepotente avanzata dell’antieuropeismo. Si chiami Tsipras in Grecia, Podemos in Spagna, Duda in Polonia, Salvini o Grillo in Italia, questa avanzata sembra assumere le caratteristiche di una cavalcata trionfale.

Chi ci salverà dal populismo, dal qualunquismo, dai particolarismi, dagli egoismi nazionalistici o regionalistici? Dalle derive burocratiche, che questo crescente populismo hanno generato? Chi ci eviterà di finire sbranati dalle grandi potenze emergenti, che ci verranno a comprare per due soldi, per evitare che i nostri figli o i nostri nipoti finiscano a fare da badanti ai ricchi cinesi? Chi ci risparmierà l’onta di vedere le bandiere nere dell’ISIS sventolare sui tetti della nostra vecchia e stanca civiltà, ridandoci quella identità che per secoli ha fatto dell’Europa la culla delle civiltà moderne e alla quale noi abbiamo rinunciato in nome di un anonimo e fallimentare multiculturalismo? Chi ridarà voce alle radici cristiane e liberali di un continente che non le ha volute riconoscere nella propria Costituzione per timore di dare fastidio a chi, invece, alla propria identità non è disposto a rinunciare, anzi per essa è disposto a dare la propria vita?

Non serve andare molto indietro nel tempo per trovare le risposte.
Adenauer, Schumann, De Gasperi ebbero il coraggio di sognare e di far sognare gli europei. E quando il popolo ha un sogno è capace di dare tutto se stesso perché quel sogno si realizzi. Perfino un sogno malvagio, come quello dell’ISIS Ma se il sogno si trasforma in un incubo, allora meglio svegliarsi ed affrontare la realtà, magari frustrante: meglio la disillusione che la delusione. I padri fondatori ebbero il coraggio di non rinunciare alla propria visione, ai propri ideali, ai propri sogni, anche a costo di morire poveri. Solo da qui l’Europa può ripartire, da quegli straordinari visionari che mossero e commossero il cuore di ogni donna e uomo, giovane e vecchio che, dalle macerie della seconda guerra mondiale, intravvidero la possibilità di ricostruire un mondo di benessere e di pace.

Una pace durata settant’anni, una pace che ci ha drogato la coscienza, illudendoci che la libertà fosse gratis (gli americani, pragmaticamente, ricordano sempre che “freedom is not free”). Ci siamo riempiti la bocca di pacifismi, abbiamo continuato a ripetere “mai più la guerra”, lo abbiamo scritto nelle costituzioni, lo ripetiamo nei nostri Parlamenti, lo scriviamo sui giornali, lo diciamo nei talk-show. E la guerra? Pare che non gliene importi molto dei nostri proclami. Essa esiste nonostante noi e le nostre parole, le nostre teorie. Non è, come troppi vogliono far credere, un problema di interessi economici. O almeno non anzitutto un problema di interessi economici.

E’ la guerra delle grandi identità contro una non-identità. Le grandi identità dell’Islam, della cultura russa, del confucianesimo cinese, forse persino dell’induismo contro la non-identità di una Europa rinunciataria, velleitaria ed egoista. Lo spettacolo desolante di un continente incapace di decidere sull’accoglienza di centinaia di migliaia di rifugiati e immigrati, è solo la punta di un grande iceberg, dell’iceberg del ghiaccio nel cuore con il quale i sempre più poveri europei pensano di difendere quello che rimane della loro civiltà. O meglio, dei loro poveri interessi.

Che fare? Quando crollano i grandi ideali e si affermano gli interessi di realtà che sono come un moscerino dentro l’universo di un mondo che potrebbe schiacciarli senza fatica – che li schiaccerà senza fatica, è solo questione di tempo – non resta che una soluzione: tornare a quegli ideali, rimettendosi umilmente in gioco. Per battere populismi ed egoismi non bastano oggi gli articoli indignati sui giornali, né le discussioni su ricette, politiche economiche, regole e normative, assetti istituzionali, riscrittura dei trattati. Tutto questo è importante, ma viene dopo. Occorre un grande momento di ripensamento, come è accaduto dopo ogni grande conflitto, dopo ogni grande sfida. Nel 1945 Yalta segnò, nel bene e nel male, un caposaldo fondamentale della storia contemporanea. Oggi purtroppo Obama non è Roosvelt, Cameron non è Churchill, Hollande non è De Gaulle. E neppure Putin è Stalin. Ma qualcuno ha il dovere di provarci, magari la Merkel e Renzi.

Un congresso rifondativo dell’Europa. Non un momento istituzionale, dove si è tutti prigionieri di interessi e veti. Una iniziativa proposta dai grandi partiti che dicono di riconoscersi ancora nel progetto europeo: PPE, PSE, liberali, conservatori, a patto che abbiano il coraggio di liberarsi da qualsiasi istinto populistico. Non a Bruxelles o Strasburgo, immagini di una istituzione logora. A Berlino, Roma, Parigi, Londra, Madrid. O a Santiago de Compostela, Mauthausen, Lampedusa o in qualsiasi luogo simbolo della nostra storia passata o recente.

Tre giorni per rimettersi in discussione totalmente, vale la pena di spenderli. Un tavolo attorno al quale stabilire i pilastri della nuova Europa. Tre giorni che zittiscano BCE, FMI, BEI, OSCE, ONU, agenzie di rating, think tanks, opinionisti e pensatori che pensano sempre per gli altri senza mettere in discussione se stessi; e dove non giungano le beghe da portineria dei Salvini di turno, le urla dei vari Grillo che ormai infestano l’Europa. Tre giorni per tornare alle origini, facendosi interrogare nel profondo della propria identità, alla quale nessuno ci può chiedere di rinunciare, e della propria coscienza. Tre giorni sono pochi ma possono essere un’eternità. Se si ristabiliscono i pilastri di una Unione con la U maiuscola.

L’Europa dei popoli: ascolto e valorizzazione delle identità territoriali e delle diverse tradizioni, contro ogni forma di centralismo, una Europa realmente federale.
L’Europa del servizio: non una burocrazia arida e autoreferenziale ma una struttura snella di servizio alla crescita comune.
L’Europa del benessere: non freddi banchieri ma istituzioni economiche e finanziarie che valorizzino l’intuizione dell’euro, capaci anche di grandi gesti di solidarietà, come fu dopo la seconda guerra mondiale, quando nel 1953 venne cancellato il debito della Germania verso venti Paesi tra cui Belgio, Grecia, Irlanda, Italia, Regno Unito, Francia, Spagna (la Merkel forse dovrebbe ripassare ogni tanto i manuali di storia del Novecento).
L’Europa della solidarietà: immigrazione, allargamento, completa integrazione delle aree più svantaggiate, cooperazione internazionale.
L’Europa della sussidiarietà: non quella preoccupata di non disturbare i manovratori nazionali, ma quella capace di valorizzare i diversi livelli di governo e dei corpi intermedi che sostengono welfare e economia reale dei nostri Paesi.
L’Europa della sicurezza e della pace: capace finalmente di una solida e condivisa politica estera, di un serio investimento sui sistemi di difesa nazionali e comuni, di una rafforzata partnership con la NATO.

Ma anche, forse, l’Europa della flessibilità: perché un solo livello di membership e non, invece, due o tre diversi livelli? Due o tre diverse intensità di adesione con vincoli e opportunità variabili? Questo favorirebbe, ad esempio, l’adesione di Stati quali l’Ucraina o la Georgia e potrebbe anche permettere a Paesi in difficoltà come la Grecia di passare, magari temporaneamente, da un livello all’altro senza che questo costituisca un aut aut per l’intera Europa. Un’idea certamente difficile da realizzare, ma forse fondamentale per sopravvivere. Un’Europa che, alla fine del percorso, dovrebbe probabilmente vedere un personaggio come Angela Merkel sedere non sulla sedia di Cancelliere tedesco ma su quella di Presidente della Commissione Europea.

Anzi, della nuova Federazione Europea.

Paolo Alli
Paolo Alli
[email protected]

Presidente dell'Assemblea Parlamentare della Nato, Deputato Alternativa Popolare, Membro della Commissione Affari Esteri, della Commissione Politiche dell’Unione Europea e della Commissione Bicamerale per l’Attuazione del Federalismo Fiscale.



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