Caccia abbattuto in Siria: per capire bisogna analizzare la complessità del Medio oriente. E non è facile

Come ho scritto su Il Sussidiario, per capire il recente abbattimento del Sukoi 22 siriano da parte di un F18 americano non ci sono spiegazioni semplici. Per provare a capire bisogna guardare più in là e inserire questo fatto, e l’intera guerra siriana, nell’intricata situazione del Medio Oriente.


E’ sempre stato molto difficile capire le dinamiche interne di una parte di mondo complessa come il Medio Oriente, e nessun occidentale potrà mai sperare ragionevolmente di comprenderle fino in fondo. Ma non è difficile affermare che quanto sta avvenendo in questi giorni in quella tormentata regione non è affatto frutto di casualità o di circostanze impreviste e imprevedibili. 

Se consideriamo i recenti drammatici fatti di Teheran, possiamo dire che siamo di fronte alla classica punta di un iceberg, il cui corpo sotterraneo si è andato formando in secoli di lotte e faide tutte interne al mondo islamico, tra sunniti e sciiti e tra le diverse fazioni presenti in entrambi i due grandi rami dell’islam.

Proprio la guerra in Siria sarà il teatro privilegiato in cui potremo vedere delinearsi con sempre maggior chiarezza il resto dell’iceberg. Infatti, quanto successo nelle ultime ore sembra confermare che gli attori si stiano togliendo le maschere della recita: il doppio attacco aereo incrociato tra regime siriano e Stati Uniti, e la provocazione missilistica iraniana sono lì a dimostrarlo. 

Ma andiamo con ordine. Siamo di fronte ad una conflittualità che ha attraversato secoli di storia musulmana, arrivando, in epoca contemporanea, a consegnarci un Medio oriente lacerato dalle infinite opposte sfumature del credo coranico e dalle conseguenti divisioni in campo politico, economico, sociale.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un’evoluzione rapida, che sembrava avere avuto un punto di discontinuità importante nelle primavere arabe. Una breve stagione salutata da molti come l’alba di una nuova autocoscienza dell’islam moderno e progressista, purtroppo frettolosamente consegnata agli archivi della storia come una delle più cocenti delusioni per chi, soprattutto in occidente, intravvedeva una possibile evoluzione in senso democratico del mondo islamico. 

Se si eccettua qualche isolato caso, come la Tunisia, che ha faticosamente cercato di intraprendere un processo che portasse ad una reale libertà del popolo di scegliere la propria classe politica e dirigente, o i casi altrettanto sporadici e tutto sommato marginali di due monarchie illuminate, come il Marocco e la Giordania, il panorama del variegato mondo musulmano si presenta più che mai confuso e in balia di regimi totalitari o dittatoriali.

Sulla storica e mai sopita contrapposizione tra sunniti e sciiti è nato, in epoca recente, il fenomeno dell’Isis, o Daesh, terrorismo che pretende di farsi stato nel sogno della ricostruzione dell’antico califfato. Il terreno fertile di questa crescita, tanto rapida quanto imprevista, è stato quell’Iraq che, dopo la fine del sanguinario — ma laico — Saddam Hussein, è stato messo nelle mani dello sciita Al Maliki. Questi, contrariamente allo stesso Saddam, che era stato capace di tenere insieme le diverse anime religiose fino a consentire la sopravvivenza di cristiani e yazidi, ha invece radicalizzato lo scontro con la componente sunnita. 

In questo contesto si è progressivamente rafforzato l’asse sciita Iran-Iraq, assolutamente inviso alla monarchia saudita, e questa è stata certamente una delle cause principali della nascita di Daesh sostenuta a lungo, anche finanziariamente, dall’Arabia e da altre realtà sunnite della regione. 

Successivamente, la realtà del califfato di Al Baghdadi è uscita anche dal controllo di quanti la avevano tollerata, se non aiutata, diventando un problema per gli stessi sunniti a causa del crescente e pericoloso aumento del fenomeno della radicalizzazione tra i giovani. 

Si sono poi rapidamente susseguite una serie di circostanze che hanno accelerato le dinamiche conflittuali nella regione. Proviamo a farne un breve elenco:

  • l’indebolimento del ruolo strategico e del peso economico dell’Arabia Saudita, conseguente alla politica di allontanamento dal Medio oriente perseguita dalla presidenza Obama e al crollo del prezzo del petrolio; 
  • il progressivo ritorno alla ribalta internazionale dell’Iran grazie all’accordo sul nucleare, anche questo frutto di una scelta americana, peraltro assai contrastata negli Usa; 
  • l’indebolimento dell’Egitto, storico elemento di equilibrio nell’area, alle prese con le lotte interne tra la Fratellanza Musulmana e il regime di Al Sisi e ad una crisi economica drammatica; 
  • la politica ondivaga di Erdogan in Turchia, costantemente oscillante tra l’inseguimento di un modello occidentale e il sogno del predominio sul mondo islamico; 
  • l’esplosione del conflitto siriano e la successiva entrata in scena della Russia; 
  • la mancata soluzione del devastante conflitto in Yemen, che contribuisce al dissanguamento delle casse – e delle vite – del mondo saudita; 
  • il persistente equivoco di un conflitto israelo-palestinese apparentemente derubricato a guerricciola di provincia ma ancora considerato, anche psicologicamente, la madre di tutti i conflitti.

Alla indebolita monarchia saudita serviva un momento di rilancio. La recente visita di Trump è parsa alla dinastia di re Salman la tanto attesa boccata di ossigeno. Non è un caso che, dopo due settimane dalla visita del presidente americano, cinque Paesi della regione — Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto, Bahrein e Yemen — decidano di interrompere qualsiasi rapporto con il Qatar, accusato di finanziare il terrorismo. A prescindere dal pulpito dal quale viene la predica, si tratta di una decisione difficilmente comprensibile, se non alla luce di altri elementi quali le forti relazioni economiche del Qatar con l’Iran e con attori esterni alla regione, in primis la Cina. Un Qatar che non nasconde l’ambizione di ricoprire un ruolo di leadership nel Golfo e che, tra l’altro, ospiterà i prossimi mondiali di calcio, evento di visibilità mondiale.

Non c’è da stupirsi che questa decisione abbia fatto da detonatore ad un attacco terroristico devastante sia per l’obiettivo, il Parlamento iraniano, sia per il periodo nel quale è accaduto, il Ramadan. Quasi a significare che neppure questo essenziale elemento della sacralità islamica è più in grado di garantire un minimo rispetto tra mondo sciita e sunnita. Certamente un attacco preparato da tempo e pronto ad essere realizzato nel momento giusto.

Uno scenario inquietante in una regione al centro della quale continua ad ardere la devastante guerra in Siria e in Iraq.

In questo contesto, Isis potrebbe paradossalmente tornare ad essere un elemento nelle mani delle componenti più radicali del mondo sunnita per indebolire gli sciiti. In questo senso è certamente prevedibile una qualche ripresa di quota di Daesh, e non si può neppure escludere, purtroppo, il ritorno al finanziamento del terrorismo islamista da parte di alcune componenti sunnite. 

A questo punto l’intera comunità internazionale e le grandi organizzazioni multilaterali, a partire dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, devono farsi carico, in modo efficace e responsabile, di quanto sta accadendo nella regione, chiamando a raccolta anche quanti, dentro il mondo islamico, affermano, almeno a parole, la volontà di continuare a combattere il terrorismo. Utilizzando tutti gli strumenti a disposizione per raggiungere questo obiettivo. 

La recentissima decisione della Nato di entrare ufficialmente — anche se solo in funzione di supporto e non per essere direttamente coinvolta in operazioni militari — nella coalizione internazionale anti Daesh, può certamente essere un elemento importante, ma non può sostituire la responsabilità dell’intero Occidente nella ricerca di soluzioni che, per essere stabili e durature, possono solo essere politiche.

Paolo Alli
Paolo Alli
[email protected]

Presidente dell'Assemblea Parlamentare della Nato, Deputato Alternativa Popolare, Membro della Commissione Affari Esteri, della Commissione Politiche dell’Unione Europea e della Commissione Bicamerale per l’Attuazione del Federalismo Fiscale.



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