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    IL MONDO SOTTOSOPRA
    Fra poche ore ci sarà la cerimonia pubblica per l’insediamento alla Casa Bianca del quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Sono forse due le domande fondamentali che i curiosi si stanno ponendo in questo momento: quanta coerenza ci sarà tra la campagna elettorale e quello che poi verrà messo in pratica? Quanta distanza effettiva tra la politica di Obama e la nuova amministrazione? Tra le varie direzioni nelle quali poter sviluppare questi interrogativi, di seguito un rapido sguardo ai problemi che il nuovo Presidente dovrà affrontare in politica interna. La sanità L’Affordable Care Act (soprannominato comunemente Obamacare), la riforma sanitaria su cui l’amministrazione uscente ha puntato moltissimo, sarà – stando almeno alle ultime parole di Trump – abrogata e ben presto sostituita. Trump ha infatti dichiarato in una recentissima intervista al Washington Post: “Ci sarà un’assicurazione per tutti. Vi è una filosofia in certi circoli per cui se non puoi pagare non ottieni. La nuova riforma sarà semplificata e molto meno costosa”. Sono queste le parole che Trump ha continuato a ripetere negli ultimi giorni. Obama, almeno a quanto sembra, non è riuscito a convincere il tycoon della bontà della riforma. I dettagli del nuovo piano sanitario non sono ancora stati svelati e verranno annunciati quando sarà confermata la nomina del nuovo Ministro della Sanità, nemico giurato di Obamacare, Tom Price. Il nuovo ministro è una vera e propria volpe che fa da guardia al pollaio, dal momento che da molti anni studia il modo per superare e mettere da parte la riforma. Tuttavia l’impresa rimane ardua. L’Obamacare ha garantito una copertura sanitaria a 13 milioni di cittadini che prima non l’avevano e risulterebbe comunque problematico togliere ai nuovi beneficiari la copertura sanitaria fin qui ottenuta. Non è chiaro con quale altra riforma verrebbe sostituita e, sopra ogni cosa, c’è sempre l’ostacolo del Congresso. Bisogna convincerlo e bisogna superarlo. Economia Dal punto di vista economico il quadro è molto complesso. Perfino chi giudica troppo semplicistica l’equazione tra Trump e protezionismo, dovrà ammettere che tutti i segnali tendono in quella direzione. Si vorranno con tutta probabilità sostenere le esportazioni da un lato e disincentivare le importazioni dall’altro. Qualcuno sembra quasi averlo capito in anticipo: è il caso di Fiat Chrysler e Ford, che annunciano nuovi investimenti negli Usa subito dopo le dichiarazioni minacciose di Trump di aumentare le tasse a chi non investirà negli Stati Uniti e lo farà altrove. Tra le novità in campo economico ci sarebbe anche l’abolizione del Dodd-Frank Act, la riforma di Wall Street voluta da Obama per regolare la finanza statunitense e allo stesso tempo tutelare il consumatore e il sistema economico statunitense. La riforma dovrebbe impedire nuove crisi e promuovere maggiore trasparenza, ma Donald Trump non vuole mantenerla. Sarà sostituita, attenendosi alle sue parole, con politiche che incoraggiano la crescita economica e la creazione di posti di lavoro. Anche qui le modalità e i dettagli della riforma sostitutiva sono poco chiari. La realtà e il paradosso Molto difficile fare previsioni su ciò che farà e come si comporterà Trump. Certo è che chi non vuole ridurre la politica della nuova amministrazione in un estremo desiderio di protezionismo, dovrà comunque accettare che la percezione è quella. Addirittura Xi Jinping, il leader cinese, ha dichiarato pochi giorni fa a Davos: “È vero che la globalizzazione ha creato nuovi problemi, ma questa non è una giustificazione per cancellarla, quanto piuttosto per adattarla. Dobbiamo dire no al protezionismo. Perseguirlo è come chiudersi in una stanza buia”. Il riferimento sembra proprio essere a Trump. Lanciando una provocazione: sarà l’America a sostenere il protezionismo e la Cina a proteggere invece la globalizzazione? Simone Stellato
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    TRUMP E IL MEDIO ORIENTE
    Se pronosticare l’elezione di Trump era esercizio alquanto arduo, altrettanto lo è il cercare di prevederne le mosse. In particolare, lo è in tema di politica estera, ambito che parla un linguaggio proprio, fatto di diplomazia, strategia e consuetudini che mal si addicono al ciclone Trump. La premessa, duplice, nasce proprio qui: l’azione di Trump sarà – per quanto possibile – coerente con le proposte fatte in campagna elettorale? E – nel caso – riuscirà a superare i non pochi ostacoli che l’apparato gli metterà sul cammino? Pur mantenendo sullo sfondo queste considerazioni, è tuttavia doveroso ipotizzare il percorso di The Donald. Proviamo a concentrarci sul Medio Oriente, il teatro più instabile e delicato, e allo stesso tempo uno di quelli in cui le “proposte” di Trump potrebbero avere gli esiti più rivoluzionari. ISIS – Innanzitutto, partiamo dal sito della campagna elettorale del neo Presidente, che parla di “Politica estera e sconfitta dell’Isis”, tanto per chiarire quale sia la sua priorità. Proprio dalla lotta a Isis passa il primo nodo strategico mediorientale (e non solo), ossia il rapporto tra USA e Russia. Trump – è noto – vuole drasticamente cambiare rotta, riavvicinandosi a Putin proprio in virtù di una più efficace lotta allo Stato Islamico. Il punto, tuttavia, è che se anche i due “capofila” si riavvicinassero, è impossibile che lo facciano i loro alleati: pensare a un riavvicinamento di Iran, Arabia Saudita o Israele è utopia, e dunque Trump deve essere in grado di guadagnare contemporaneamente credito su più tavoli tra loro poco compatibili. L’altro grande tema è il rapporto con l’Unione Europea (e, più in generale, la Nato), che sarà messo a dura prova dai vari conflitti regionali per lo stesso discorso di cui precedentemente. La guerra all’Isis, comunque, sarà portata avanti sia sul piano militare (che sarà implementato) che su quello ideologico (“Sconfiggeremo l’ideologia del terrorismo del radicalismo islamico così come abbiamo vinto la Guerra Fredda”), in cooperazione con gli amici e alleati arabi. Siria – Lo scenario principale in cui Trump dovrà mettere mano è quello siriano, crocevia di interessi e alleanze che – a cascata – ricadono sulla stabilità di tutta l’area. L’idea di Trump, come detto, è di collaborare con la Russia contro Isis; questo, però, potrebbe voler significare un contrasto più morbido al regime di Assad (su cui Putin ha fortemente investito), e dunque una rivalutazione del sostegno alle moltissime fazioni di ribelli attualmente supportate (molte delle quali, peraltro, fondamentaliste islamiche). Tuttavia, un’azione di questo genere non lascerebbe indifferente l’Arabia Saudita, grande alleato regionale statunitense, che essendo schierata coi ribelli vedrebbe la scelta come un rinnegamento dell’amicizia stessa. Non dimentichiamo infatti che Assad è sostenuto, oltre che dalla Russia, anche dall’Iran, nemico giurato dei sauditi e principale rivale nel ruolo di potenza regionale. Monarchie del Golfo – Più in generale, ne risentirebbe il rapporto tra gli Stati Uniti e tutto il Consiglio di Cooperazione del Golfo. Come se non bastasse, gli annunci fatti in merito alla ridefinizione degli accordi di cooperazione militare non hanno favorito un clima positivo: la minaccia di Trump di revocare la protezione statunitense in mancanza di adeguati pagamenti ha allertato le monarchie del Golfo. La conseguenza potrebbe essere un’azione cautelativa dei membri del CCG: “morto un Papa se ne fa un altro”, e la Cina già pregusta la possibilità di sostituirsi agli americani (in effetti, Arabia Saudita e Cina hanno recentemente effettuato esercitazioni militari congiunte). Iran – Sono note le affermazioni di Trump sul trattato iraniano, visto come il fumo negli occhi. Tuttavia è difficile pensare ad azioni tanto rudi e decise quanto le parole spese: innanzitutto perchè, effettivamente, rescindere unilateralmente un trattato firmato poco tempo prima e implementato correttamente dalla controparte non è così facile; inoltre, perchè strategicamente avrebbe serie conseguenze, che spazierebbero dalle reazioni positive dei sauditi (che beneficerebbero del colpo basso ai rivali iraniani) a – soprattutto – quelle negative dell’Europa, che ha tanto investito nell’accordo, perchè tanto ne beneficia a livello economico; dopo le tensioni sulla riorganizzazione della Nato, sarebbe un altro brutto affronto all’altra metà del mondo atlantico. Israele – Ma una delle prime, clamorose mosse della Presidenza Trump in politica estera potrebbe essere la conferma del trasferimento dell’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, che romperebbe lo status quo in senso esclusivamente pro-Israele; un atto tanto forte da essere condannato praticamente da tutti, dalla Giordania all’UE, ossia attori non esattamente ostili agli USA. Tale affronto farebbe impennare l’esplosività del conflitto israelo-palestinese, e le conseguenze sarebbero nefaste. Altri scenari – C’è poi la Turchia, che potrebbe sia fare da ponte tra Russia e Stati Uniti, sia allo stesso tempo essere estromessa da un loro contatto diretto perdendo il ruolo di intermediario che si è ritagliata negli ultimi mesi; c’è Il Cairo, con al-Sisi che si è congratulato con Trump, auspicando che la sua elezione possa portare nuova linfa nelle relazioni tra USA ed Egitto; ci sono altre situazioni spinose, come la guerra in Yemen, la situazione in Iraq o la crisi libica, che richiedono di essere risolte senza però essere trattate a compartimenti stagni. Insomma, sembra abbastanza certo che se i toni usati e le azioni promesse in campagna elettorale dovessero trovate seguito, si avrebbero importanti conseguenze, con un possibile shifting delle tradizionali alleanze. L’aspetto interessante, comunque, sembra essere uno in particolare: Trump è l’unico attore che sembra davvero essere in grado di non bloccarsi in una visione bipolare del mondo, un clima da simil Guerra Fredda in cui effettivamente la Presidenza Obama ci ha riportato. Giovanni Gazzoli 
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    L'EREDITÀ DI OBAMA IN POLITICA ESTERA
    Il 20 gennaio sarà ricordato, con ogni probabilità, come uno più discussi insediamenti della storia politica americana: a Washington, infatti, Donald Trump giurerà come 45esimo Presidente degli Stati Uniti. Il presidente più improbabile, almeno stando a tutti i pronostici della vigilia, prenderà il posto di un Presidente altrettanto storico, Barack Obama, il primo inquilino afroamericano della Casa Bianca. La curiosità rispetto a “l’America di Trump” è molta, anche perché in tanti sono pronti a misurare la distanza effettiva che il tycoon newyorchese metterà tra sé e l’amministrazione uscente.  Il tema della politica estera è particolarmente delicato e l’eredità che Obama lascia a Trump non è delle più facili. Il famoso motto obamiano “Yes, we can”  ha influenzato molto la politica estera americana degli ultimi 8 anni, sposandosi con una visione multilaterale delle relazioni tra USA e resto del mondo. Un approccio decisamente distante dall’idea trumpiana del “Make America Great Again”. Obama lascia dietro di sé un rinnovato interesse verso il Pacifico, un discusso accordo con l’Iran e il disimpegno militare americano, sia formale che sostanziale, da molti teatri in cui i marines di George W. Bush erano stati protagonisti.  London Summit – Aprile 2009 Proprio come reazione contraria all’interventismo di Bush Jr., Obama iniziò nel 2009 a Il Cairo una piccola rivoluzione nelle relazioni internazionali statunitensi, ispirando tutta la sua azione al multilateralismo (per Barack quasi un’ossessione) e al rapido disimpegno militare. Obama era, e forse è, convinto che la pesante presenza degli Stati Uniti all’estero fosse dannosa per gli interessi americani. Partendo da questa valutazione ha ordinato il ritiro delle truppe dall’Iraq e dall’Afghanistan, nella speranza di poter riguadagnare la fiducia di alcuni paesi, in particolare quelli islamici, che avevano mal digerito la presenza statunitense in Medio Oriente. Il risultato è stato una politica che ha minimizzato la fiducia nell’intervento militare, mentre ha massimizzato quella nella cooperazione e nel multilateralismo. Non è dunque un caso che nel 2013 il National Security Strategy, il documento più importante che l’esecutivo Americano elabora annualmente sul tema della sicurezza nazionale, ricordi come: «The United States must prepare for a multilateral world where, while retaining our military, economic, and cultural preeminence, we may be challenged by both allies and adversaries. Therefore, Americans must adopt the view from within and without that we are a nation “first among equals” to reflect the trends of demographics, global finance, and military power». La visione obamiana ha così enfatizzato l’applicazione di quella che lui stesso definì nel discorso sullo stato dell’unione del 2015 “smarter kind of American leadership”, in grado unire la forza militare ad una robusta diplomazia dove il potere americano si fonde in quello di una grande coalizione. In quest’ottica la Presidenza Obama ha provato a guardare all’area del Pacifico, nel tentativo di rafforzare i legami con gli storici alleati: Giappone, Corea del Sud e Filippine fra tutti. Il rafforzamento dei rapporti con questi stati ha visto protagonista, nel primo mandato di presidenza Obama, il Segretario di Stato Hillary Clinton, la quale attraverso l’idea dell’America’s Pacific Century ha delineato l’importanza di una “matura architettura economica nella zona del Pacifico” in grado di promuove un sistema sicuro, prospero e fidato dove gli Stati Uniti avrebbero giocato un ruolo da protagonisti. Ciò, ovviamente, ha richiesto la stabilizzazione dei rapporti con la Cina, vista dall’amministrazione Obama in termini più collaborativi che antagonisti anche al costo di rinunciare al riconoscimento di Taiwan, favorendo una One China policy. Gli sforzi riconciliatori con il governo di Pechino, però, vanno ricondotti nel più grande quadro delle relazioni multilaterali che hanno cercato di isolare la Russia di Putin, in particolare in seguito al fallimento della politica del reset e all’invasione russa della Crimea. Credits | Al Jazeera English – Gigi Ibrahim Anche in Medio Oriente l’amministrazione Obama ha cercato di allargare il credo multilaterale, aprendosi ad una collaborazione più attiva con l’Iran. L’accordo con Rouhani, forse il più innovativo prodotto del multilateralismo di Obama, tende ad eliminare progressivamente le sanzioni economiche imposte all’Iran dai paesi occidentali, mentre l’Iran, dal canto suo, accetta di limitare il programma nucleare permettendo alcuni periodici controlli alle sue installazioni. Tutto ciò potrebbe condurre Teheran verso una zona d’influenza occidentale, promuovendo la politica moderata del governo Rouhani e condannando il pericoloso estremismo del predecessore Ahmadinejad. Il multilateralismo obamiano, però, non ha retto alla prova dei fatti in molti altri scenari. Le primavere arabe hanno messo a nudo le difficoltà della coalizione prospettata dal Presidente uscente. La dimostrazione plastica si è avuta in particolare in Libia dove, in seguito alla caduta di Gheddafi, la politica americana non è stata in grado di ricostruire lo stato libico lasciato in balia di signori della guerra e gruppi paramilitari. Anche le situazioni in Iraq e Siria non hanno avuto sviluppi del tutto positivi. Il repentino ritiro delle truppe e l’immobilismo nei confronti del regime di Bashar al-Assad hanno posto le basi per la creazione di un vuoto di potere unico nella regione. Vuoto furbescamente sfruttato dal califfo al-Baghdadi e dall’autoproclamatosi Stato Islamico. L’operato di Obama in politica estera potrebbe essere stato, dunque, un’arma a doppio taglio nella storia statunitense: se da una parte il Presidente uscente ha cercato, e trovato, la normalizzazione e stabilizzazione dei rapporti – in un’ottica multilaterale – con Cina e Iran, dall’altra l’ostilità con la potente Russia di Putin, il deterioramento delle relazioni con Israele e l’incertezza nei paesi arabi potrebbero giocare un peso piuttosto forte. Ora la palla passa a Donald Trump. Il nuovo presidente ha già preannunciato un cambio di rotta sostanziale, lasciando intendere che saremo chiamati ad assistere a più di qualche mossa a sorpresa. Con Trump le previsioni sono impossibili ma è probabile che nel medio periodo avremo comunque un grande sconfitto: il multilateralismo obamiano. Nicola Bressan
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    GUANTANAMO: L'AMMINISTRAZIONE OBAMA TRA LUCI E OMBRE
    Il campo di prigionia di Guantanamo è una struttura di detenzione statunitense, organizzata sulla base dei più elevati modelli di sicurezza interna, ubicata all’interno della base navale di “Gitmo”, acronimo di Guantanamo, sull’isola di Cuba. Il Governo degli Stati Uniti, successivamente agli attentati terroristici dell’11 Settembre 2001, decise di edificare questo campo di prigionia per la detenzione dei prigionieri, in massima parte composti da cittadini afghani, ritenuti responsabili della summenzionata attività terroristica. La chiusura di questo istituto detentivo, all’interno del quale – secondo una sentenza del 29 Giugno 2006 della Corte Suprema degli Stati Uniti – erano state commesse palesi violazioni del Codice di Giustizia Militare degli Stati Uniti per le modalità di detenzione dei detenuti, era stato uno dei perni fondamentali della campagna elettorale del 2008 del futuro presidente Barack Obama. Il 22 gennaio del 2009, nel suo secondo giorno di Governo, il neoeletto presidente firmò un ordine esecutivo presidenziale che impose l’ordine di smantellamento del carcere, non della base militare navale, entro la fine dell’anno. Il partito repubblicano si pose in netta contrapposizione rispetto ai nuovi provvedimenti proposti relativamente all’Affordable Care Act ed alla riduzione dell’intervento militare in Iraq ed in Afghanistan. Questo durissimo “Aventino” del partito di opposizione determinò, anche sulla base delle previsioni nefaste per gli ingentissimi costi di gestione per la chiusura del campo, il voto contrario del Senato, che con 80 voti sfavorevoli e 6 favorevoli respinse il progetto per definire la fine del carcere di Gitmo. Nel dicembre del 2015, dopo aver definitivamente accantonato l’idea del completo disfacimento del campo di detenzione, il presidente Obama aveva accarezzato l’idea di trasferire le 55 persone presenti all’interno della struttura cubana, nella base di Fort Leavenworth in Kansas. Le esigenze di natura economica, sommate a quelle di public national security enfatizzate dal famoso aforisma del partito repubblicano “non si può chiudere una prigione che protegge la sicurezza nazionale”, ancora una volta hanno procrastinato la chiusura della prigione della base navale di Cuba. Al momento dell’insediamento del presidente Obama i detenuti erano 242, attualmente sono 55, mentre se la nuova amministrazione dovesse dare il suo placet al nullaosta per ulteriori 19 detenuti ne potrebbero rimanere unicamente 36. D’altro canto nonostante il fatto che durante la campagna elettorale del 2008 l’ex candidato avesse pubblicamente biasimato l’operato delle commissioni militari, nella riforma presentata nel 2009 contenuta all’interno del “Military Commission Act” non sarebbero stati introdotti correttivi sostanziali contro il reato di tortura. Questa tecnica militare per ottenere informazioni, seconda la difesa degli avvocati dei detenuti di Gitmo, sarebbe diventata un parametro di condotta standard all’interno della celeberrima prigione. Inoltre il mutamento dello status giuridico-fattuale dei reclusi da semplici detainees, elaborato dall’amministrazione Bush, a quello di “belligeranti irregolari” non avrebbe comportato un effettivo e sostanziale miglioramento dei diritti di difesa dei detenuti, i quali non sono minimamente paragonabili a quelli garantiti dai 4 protocolli addizionali del 1977 alla Convenzione di Ginevra stipulata nel 1949. La prossima amministrazione repubblicana dovrà esprimersi sulla sua chiusura definitiva, oppure implementare nuovamente questa struttura controversa, la quale ha ispirato una gigantesca “letteratura” di dissenso. Gabriele Mele
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    DINASTIA TRUDEAU: PADRE E FIGLIO A CONFRONTO
    La famiglia Trudeau ha rappresentato una componente fondamentale dello scenario politico canadese del secondo dopoguerra a partire da James Sinclair, nonno materno del futuro Primo Ministro Justin, il quale ricoprì la carica di Ministro della Pesca tra il 1952 ed il 1957, durante il governo presieduto da Louis St-Laurent. I due membri di maggiore spicco del più celeberrimo nucleo familiare canadese sono stati caratterizzati da una comune passione per la professione accademica. Difatti il padre ricoprì una cattedra di diritto costituzionale tra il 1961 ed il 1965 presso l’Universitè de Montreal ed il figlio insegnò tra il 1998 ed il 2002 matematica e francese in numerosi istituti presso Vancouver. Questo comune “background” costituisce un elemento imprescindibile per comprendere pienamente le straordinarie capacità carismatiche, empatiche ed aggregative che hanno determinato questo nuovo fenomeno di popolarità denominato “Trudeaumania”, che ancora oggi non è stato minimamente intaccato. Entrambi, alla guida del Partito Liberale, hanno sostenuto politiche all’avanguardia, da molti considerate maggiormente progressiste rispetto a quelle teorizzate dal Partito Democratico Canadese. Pierre-Elliott Trudeau, da Ministro della Giustizia durante la legislatura del Primo Ministro Lester Pearson, nel 1967 divenne il promotore della riforma del diritto di famiglia relativamente al divorzio, ed ai diritti per le coppie omosessuali. Il suo delfino naturale Justin Trudeau, dopo la sorprendente vittoria ai danni del conservatore Harper nell’ottobre del 2015, ha condotto una politica “copernicana” rispetto alla precedente amministrazione, di apertura nei confronti delle minoranze indigene, dei profughi siriani ed infine recentemente rendendo estremamente più fluida e celere la procedura per ottenere il visto da parte dei cittadini messicani. D’altro canto il padre in precedenza era stato chiamato a prendere decisioni particolarmente complesse nel corso dei suoi vari mandati, come ad esempio l’Implementation of War Measures Act nel 1970. Questo provvedimento d’emergenza, che andò a rafforzare la sicurezza nazionale, venne deciso dopo il rapimento e l’uccisione del Ministro del Lavoro e dell’immigrazione Pierre Laporte da parte del gruppo terrorista “Front de liberation du Quebec”. I due leader del Partito Liberale hanno sempre sostenuto con forza la piena realizzazione del multiculturalismo, tanto che Trudeau sr. introdusse nel 1982 il Ministero per le Politiche Multiculturali, e della compiuta integrazione, come testimoniato dalla nomina da parte del giovane Trudeau di un membro della comunità Sikh a presiedere il Ministero della Difesa. D’altro canto sul piano interno il tratto distintivo di entrambi è stato sempre contrassegnato da una netta contrapposizione nei confronti delle forti spinte autonomiste del partito francofono del Quebec. Il padre sostenne veementemente la campagna per il “no” al referendum sull’indipendenza della medesima regione nel 1980. L’astro nascente della politica canadese, la cui ascesa venne profetizzata da Nixon nel 1972 durante un incontro istituzionale, non sembra incontrare alcun tipo di declino alla sua popolarità. Nei prossimi anni ad ogni modo, di fronte all’avanzamento dei movimenti populisti che sembrano ormai aver intaccato l’establishment nord-americano ed europeo, il giovane Trudeau potrebbe essere costretto ad intraprendere politiche maggiormente autoritarie e conservatrici per non perdere una parte consistente del suo capitale politico relativamente all’elettorato della cosiddetta “middle class”. Gabriele Mele
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    ISRAELE LEGALIZZA GLI INSEDIAMENTI IN CISGIORDANIA
    Il conflitto arabo-israeliano è uno dei più longevi della storia contemporanea e da quasi settant’anni sconvolge l’ordine internazionale e la stabilità di tutto il Medioriente.  A partire dal 1948 infatti, con la proclamazione dello Stato d’Israele, i paesi arabi hanno reagito considerandolo un atto di forza nei confronti della Palestina. Da qui è iniziata una lunga serie di conflitti per il possesso ed il riconoscimento territoriale dei due stati, sfociata poi in una profonda crisi internazionale. Nonostante i diversi tentativi di pacificazione e risoluzione del conflitto, spesso mediati da stati terzi, la soluzione sembra essere ancora oggi di difficile attuazione. Oltre alle migliaia di vittime causate ogni anno dal conflitto, uno dei principali punti di scontro è quello relativo agli insediamenti israeliani in Cisgiordania, in lingua inglese chiamata West Bank (la sponda occidentale), regione che avrebbe dovuto far parte dello stato arabo-palestinese come previsto dal piano di spartizione dell’ONU del 1947, in seguito controllata militarmente da Israele a partire dalla guerra dei sei giorni del 1967. Considerata dagli ebrei la “terra natale” dei propri antenati e spesso citata nella Bibbia, molti israeliani hanno approfittato del controllo militare di Israele su parte della Cisgiordania per fondarvi proprie comunità. Tutte le maggiori organizzazioni internazionali, tra cui il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, l’Unione Europea, Amnesty International e la Human RightsWatch, considerano gli insediamenti illegali secondo il diritto internazionale. Lo scorso dicembre è stata approvata una risoluzione dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU che condanna la validità legale delle colonie israeliane, intimando l’interruzione di ogni attività in tal senso. Per la prima volta dopo anni, gli Stati Uniti, principale alleato di Israele, si sono astenuti senza utilizzare il proprio diritto di veto per bloccare una misura contraria agli interessi Israele. Il gesto degli USA è stato letto dal primo ministro israeliano Netanyahu, come un “tradimento”, tanto che egli aveva immediatamente dichiarato di voler attendere l’insediamento dell’Amministrazione Trump, convinto che questa avrebbe apportato benefici al popolo israeliano.   Nonostante la risoluzione, lo scorso 6 febbraio il parlamento israeliano ha approvato in viadefinitiva una legge che permette ad Israele di legalizzare 3.800 alloggi in Cisgiordania.  Secondo la norma, i proprietari palestinesi possono chiedere un risarcimento pari al 125% del valore dei terreni, oppure scegliere altri terreni ove insediarsi. Inoltre, la misura permette al Ministro della Giustizia israeliano di aggiungere altri nomi alla lista degli avamposti, previa approvazione della Commissione Parlamentare Giustizia, Legge e Costituzione, concedendo in futuro, ulteriori insediamenti. La legge, definita “della regolarizzazione”, è stata voluta fortemente dal partito conservatore Focolare Ebraico, molto vicino ai coloni. Prima di essere approvata, questa aveva subito un momento di arresto in seguito alle dichiarazioni del Presidente Trump che definiva la situazione degli insediamenti un “ostacolo alla pace”. La nuova legge ha scaturito numerose critiche all’interno del Paese, ove diversi politici, accademici e personalità di spicco, tra cui il Procuratore Generale di Israele, si sono schierati contro la stessa poiché viola la Quarta convenzione di Ginevra secondo cui “la potenza occupante non potrà mai procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato”. Assodato che bisognerà osservare gli sviluppi e le conseguenze che la decisione del parlamento israeliano produrrà soprattutto a livello internazionale, la nuova legge, secondo molti, potrebberallentare il processo di pacificazione tra Israele e Palestina. Uno dei punti focali dell’eventuale soluzione al conflitto è infatti la cosiddetta “soluzione a due stati”, caldeggiata da diversi Paesi e organizzazioni internazionali. Quest’ultima ipotizza ilreciproco riconoscimento territoriale di entrambi gli Stati, prevedendo la cittadinanza palestinese ai residenti in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Ad ogni modo, le molteplici critiche e petizioni mosse tanto sul piano interno, che su quello estero,rendono lecito aspettarsi che la norma non avrà seguito e non si esclude l’annullamento della stessa da parte della Corte Suprema israeliana, la quale ha recentemente ordinato lo smantellamento di un insediamento illegale in Cisgiordania. Lorenzo Salvati
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    "LA RIVE GAUCHE", LE PRIMARIE SOCIALISTE IN FRANCIA
    “Non posso accettare la dispersione della sinistra, la sua distruzione, perché priverebbe i cittadini di ogni speranza di vincere di fronte a conservatori ed estremismo (…). Non mi ricandido per il bene della Francia”.  Con queste parole François Hollande, il 2 dicembre 2016, escluse in maniera categorica la possibilità di candidarsi alle primarie socialiste, in vista delle elezioni presidenziali del 2017 in Francia. Hollande è stato probabilmente il Capo di Stato più impopolare della storia della Quinta Repubblica. Consegnerà al prossimo inquilino dell’Eliseo un Paese in cui vige ancora lo Stato d’emergenza (dopo la ben nota sequenza di stragi e attentati) e in cui il sogno della piena realizzazione di una società multiculturale sembra ormai essersi infranto definitivamente. La diagnosi sullo stato di salute della Repubblica sembra quindi piuttosto impietoso. E la decisione storica di Hollande – per la prima volta infatti il presidente “uscente” non si presenterà per la corsa all’Eliseo – non ha avuto l’effetto di ricompattare la gauche. Oltre due milioni di elettori socialisti si sono recati alle urne il 29 gennaio per il secondo turno delle primarie. A contendersi la nomina rimanevano l’ex primo ministro Manuel Valls e l’outsider – almeno fino al primo turno – Benoît Hamon. Come per i “Repubblicani” con la netta affermazione  di Fillon, anche tra le fila dei socialisti a spuntarla è stato un candidato poco accreditato prima delle votazioni. Benoît Hamon, ex Ministro dell’Educazione nazionale nel primo Governo Valls, ha trionfato nelle primarie con il 58% dei consensi. Alcuni lo hanno definito il “socialista utopista”, altri sull’onda delle elezioni americane lo hanno ribattezzato  “il Sanders francese”. Il suo programma elettorale rappresenta una decisa svolta verso la base più radicale del Partito Socialista: riduzione dell’orario di lavoro da 35 a 32 ore settimanali, l’abrogazione della pur timida riforma del lavoro, la sospensione del patto di stabilità e l’abbandono del 3% di deficit e soprattutto l’introduzione di un “revenu universel“ (il tanto discusso reddito di cittadinanza invocato dal M5S) di 750 euro mensili per i cittadini francesi. François Fillon Tuttavia per Hamon la corsa per l’Eliseo si prospetta tutt’altro che semplice: quest’ultimo dovrà infatti ricercare l’appoggio dell’intero partito, ormai frammentato in numerosissime correnti. Il nuovo candidato del partito sembra già tagliato fuori, e viene data quasi per scontata la sua eliminazione al primo turno delle elezioni presidenziali. Si pronostica già una sfida Le Pen – Fillon (“Penelope gate” permettendo) al secondo turno. Ma anche di fronte ad uno scenario così desolante del socialismo francese, si può scorgere un nuovo astro nascente politico? Forse è ancora presto per dirlo, ma Emmanuel Macron, in carica come ministro dell’economia fino all’estate del 2016, che ha da poco fondato un nuovo movimento politico – “En Marche” – di ispirazione centrista, sembra essere l’unico vincitore in prospettiva del “seppuku” socialista. Ciò che Macron propone è un drastico cambio di rotta per il socialismo francese in una direzione post-partitica, capace di attirare sia gli elettori socialisti moderati che l’elettorato più riformista del centro-destra repubblicano. Ma su una cosa si può esser sicuri dopo queste primarie: del grande partito di François Mitterrand restano ormai soltanto le spoglie. Gian Marco Sperelli 
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    GLI OCCHI DELL'AFRICA SU TRUMP
    In questi giorni di attesa e curiosità intorno all’approdo del Tycoon e della sua First Lady alla Casa Bianca, molte sono le domande che nascono sul New Deal della politica estera americana. Se tanto si è già parlato, a causa delle polemiche e dei cavalli di battaglia della campagna elettorale, di Cina e Medio Oriente, restano tuttavia dei chiaroscuri nel programma dell’amministrazione Trump su cui è bene soffermarsi. Molti si stanno chiedendo quale ruolo nella gerarchia delle priorità di politica estera ricoprirà il continente africano per la nuova amministrazione USA. Durante la campagna presidenziale i riferimenti di Trump all’Africa sono stati pressocché inesistenti, fatto salvo un accenno agli attentati di Nairobi e Dar es Salaam di fine anni ‘90 e qualche breve riferimento a Daesh in Libia. Eppure, dopo la sorprendente vittoria del 9 novembre, l’Africa è tornata al centro delle attenzioni mediatiche, con i capi di Stato e governo del continente divisi tra speranze di nuove aperture diplomatiche ed il timore di essere abbandonati al proprio destino. Come il noto analista sudafricano Greg Mills nota, la diplomazia statunitense in Africa negli ultimi otto anni di amministrazione Obama è stata “notevole per la sua assenza”. In effetti, se si eccettua il proseguimento dei programmi iniziati già con l’amministrazione Clinton e Bush II, quali l’African Growth e l’Opportunity Act e la presenza militare sul continente dell’Africom (Comando Africano degli USA), si è rilevata una crescente indifferenza nei confronti delle sfide di democratizzazione e stabilizzazione di alcuni tra i paesi più instabili. Il presidente dello Zimbawe Robert Mugabe La lista degli auguri – Un primo segnale per capire come si orienterà l’amministrazione Trump verso il continente africano arriva dalle chiamate di congratulazioni ufficiali che il Tycoon ha ricevuto dopo la vittoria alle urne. Alcune sono partite dalla cornetta telefonica di alcuni strong men al potere nel continente, fatto che ha destato non poche preoccupazioni tra gli altri leader africani. Tra le reazioni più calorose, quella di Joseph Kabila, capo di Governo in Congo senza interruzioni dal 2002, i cui funzionari sono oggetto di sanzioni internazionali per violazione dei diritti fondamentali. Il leader congolese ha scritto a Trump complimentandosi per la sua “brillante elezione”. Altri capi di governo accusati dall’ONU e altre ONG internazionali di violare i diritti umani della propria popolazione hanno accolto con entusiasmo l’elezione di The Donald: il presidente del Burundi Pierre Nkurunziza, il contestatissimo presidente dello Zimbawe Robert Mugabe, al potere da ben 36 anni, Idriss Déby, presidente dal polso duro dello stato Sahariano del Chad, Salva Kiir, Capo di Stato del sanguinante e sofferente Sud Sudan, le cui relazioni con l’amministrazione Obama sono arrivate a toccare il fondo. Questi passi in avanti verso Washington da alcuni degli strong rulers sembrano ad oggi unilaterali, data l’estrema incertezza che circonda le linee di politica estera dell’amministrazione Trump per ciò che riguarda l’Africa. Qualcuno, come Peter Vale, direttore dell’Università di Johannesburg, si spinge ad affermare che “probabilmente la politica estera di Trump verso l’Africa non esiste”. Quel che è certo è che due sono i nomi che hanno predominato nelle discussioni di politica estera di Trump durante la campagna elettorale: la Cina e l’ISIS, ed entrambe hanno a che fare con il continente africano. Il problema cinese – Per quel che riguarda la Cina, sono in gioco gli interessi commerciali degli USA sul continente. Se Trump è davvero intenzionato a mostrare i muscoli contro Pechino, allora il vuoto lasciato dalla presenza economica statunitense in Africa e riempito dal business cinese non può non destare preoccupazioni all’amministrazione insediatasi a Washington. Il numero di compagnie cinesi che investono sul continente cresce vertiginosamente ogni anno. La dinamica di base è semplice: in cambio di nuove infrastrutture e prestiti di stato mastodontici le compagnie cinesi si sono guadagnate un ruolo di monopolio nei processi estrattivi delle risorse minerarie africane sbaragliando la concorrenza preesistente, e non diversamente funziona il meccanismo retrostante l’acquisto di enormi proprietà terriere per mettere in piedi progetti su larga scala nel campo agricolo. Si stima che solo nel 2015 il valore del commercio tra Cina e continente Africano risultò essere di 300 miliardi di dollari.  Una lista di quattro pagine è stata consegnata dal Transition Team al Pentagono ed al Dipartimento di Stato per chiedere spiegazioni e avanzare dubbi sulla situazione degli interessi USA in Africa. Dal documento traspaiono la chiara intenzione di ridurre i fondi destinati agli aiuti umanitari e ai progetti di sviluppo e al tempo stesso la preoccupazione di salvaguardare la competitività del business statunitense dalla feroce concorrenza cinese. Caccia americani sorvolano i cieli libici La polveriera libica – “Why aren’t we bombing the hell out of ISIS?” (D. Trump, maggio 2016) – La seconda questione è di rilevanza per la sicurezza nazionale ed è un pallino fisso di Steve Bannon, capo stratega della nuova amministrazione: il califfato nero. Pur in difficoltà e in ritirata, l’ISIS non ha abbandonato la Libia, e la presenza dei tagliagole nello stato dell’Africa del Nord allontana la speranza di qualsiasi soluzione della crisi in corso. Il governo di Serraj perde credibilità di ora in ora e, anche se è appoggiato dall’ONU, non gode di alcun appoggio al di fuori di Tripoli. A capo del Governo di Tobruk cresce invece il consenso e la forza contrattuale del Generale Khalifa Haftar, uomo forte appoggiato e finanziato dalla Russia di Vladimir Putin e sicuro di un esercito che conta più di 20.000 uomini. Non è un caso, come riporta Reuters, che il Generale sia stato tra i primi a congratularsi con Trump per la vittoria: l’uomo forte della Cirenaica sarà con ogni probabilità il diretto interlocutore della nuova amministrazione USA nella lotta all’Isis in Libia, con buona pace dell’ONU e dell’Unione Europea. Francesco Bechis
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    ODI ET AMO: TRUMP, L'ONU E LA NATO
    Dopo una campagna elettorale spesso dai tratti eccessivi e talvolta caricaturali, molti in questi giorni cercano di abbozzare i primi tentativi di risposta ad un grande e fondamentale quesito. Con un gioco di parole: Trump farà davvero Trump durante la sua Presidenza? Una domanda non da poco visto il peso che ha avuto l’America nella storia recente grazie al suo ruolo di “poliziotto internazionale” lungo tutto il secondo dopoguerra e considerati il numero di squilibri e di conflitti sorti nel mondo negli ultimi anni, per molti proprio come conseguenza del recedere degli USA da questo ruolo durante l’era Clinton/Obama. Ambito più volte toccato del neo Presidente è stato proprio quello relativo alle organizzazioni internazionali ed i rapporti esteri degli Stati Uniti d’America. Ha avuto grande effetto il tweet sull’ONU, liquidata come “un club di chiacchiere” dopo la storica astensione degli USA sulla risoluzione di condanna degli insediamenti di Israele in Cisgiordania. Ripresi da quasi tutti i giornali, gli attacchi di Trump alla NATO (definita “obsoleta” perché “non si occupa di terrorismo”, nonostante per lui sia “ancora molto importante”) hanno suscitato le pronte reazioni del mondo politico internazionale. Ma le cose stanno veramente così? Il Generale Christopher J.R. Davis (a sinistra) con il General James Mattis (a destra). La scelta del neo presidente di nominare l’ex generale James “Mad Dog“ Mattis come Segretario alla Difesa (Capo del Pentagono) fa pensare che le cose stiano diversamente, ed è stata interpretata come una sorta di “rassicurazione” agli alleati. Già comandante dello United States Central Command (succedendo a David Petraeus nel 2010) e dell’Allied Command Trasformation della NATO, struttura incaricata alla formazione, alla pianificazione, all’evoluzione ed alla programmazione dell’alleanza atlantica, Mattis nel corso della sua audizione alla Commissione delle Forze Armate del Senato dello scorso 12 Gennaio, si è schierato nettamente a favore dell’Alleanza Atlantica, definendo la NATO “l’alleanza militare di maggior successo nella storia moderna, forse di sempre” e la Russia, a causa delle scelte del Cremlino, come “avversario strategico in aree fondamentali”. Altra nomina che si sta rivelando, al momento, meno di rottura (anche se dai tratti forse più controversi) rispetto a quanto stimato dagli osservatori è quella del Segretario di Stato Rex Tillerson. Ex amministratore delegato della compagnia petrolifera ExxonMobile (discendente della Standard Oil), è da sempre considerato vicino alla Russia e da praticamente tutti viene ritenuto come la diretta conferma dell’obiettivo della futura amministrazione di giungere ad una “normalizzazione dei rapporti” con la Russia, nonostante gli altrettanto profondi legami del neo ministro con il potere americano. Tuttavia, durante le audizioni presso il Senato per la ratifica della sua nomina, Tillerson ha mostrato un’agenda meno distesa verso il Cremlino, rassicurando al tempo stesso gli alleati dichiarando l’articolo 5 del Patto Atlantico come “inviolable”.  È rimasto deluso, invece, chi si aspettava qualche rassicurazione il 20 Gennaio, durante l’inauguration day. Il discorso di insediamento, dai tratti quasi elettorali, ha consegnato al mondo un messaggio molto chiaro, anche se ancora indecifrabile in ordine alla reale intensità ed ai concreti mezzi con i quali verrà perseguito: “Da questo momento in avanti, verrà “Prima l’America”. Ogni decisione sul mercato, le tasse, l’immigrazione o gli affari esteri, verrò presa al fine di ottenere a beneficio dei lavoratori e delle famiglie americane”. Proseguendo poi: “Rinforzeremo le vecchie alleanze e ne formeremo di nuove – unendo il mondo civilizzato contro il Terrorismo Islamico Radicale, che cancelleremo completamente dalla faccia della Terra”. Continuando la serata, un pensiero è stato poi dedicato da Trump ai soldati impegnati in Afghanistan, che hanno ricevuto una videochiamata da parte del neo Presidente durante la cerimonia del “Salute to Our Armed Services Ball”. I soldati, schierati in una regione ancora profondamente instabile che è stata oggetto anche di recenti particolari dichiarazioni ed importanti impegni da parte delle istituzioni NATO, hanno ricevuto il sostegno del Presidente Trump che ha esclamato: “Sono con Voi!”. Vladimir Putin e Rex Tillerson (Getty) Considerando la Presidenza nel suo complesso, dietro la retorica meramente politica – a ben sperare – potrebbero esservi delle esigenze del nuovo Presidente ben più pratiche di quelle raccontate dalla propaganda politica: la ferma volontà che gli alleati aumentino la loro spesa militare interna, contribuendo maggiormente ai grandi costi dell’alleanza militare. Messaggio in continuità con quanto già richiesto dall’amministrazione precedente, a causa di un impegno economico che vede al momento largamente protagonista l’America con un 70%, con l’Europa ferma al 19% del bilancio. Altro obiettivo del 45° Presidente potrebbe essere quello di pervenire ad una “maggiore libertà” nella gestione dei rapporti con i nuovi player emergenti sullo scacchiere geopolitico, prescindendo dalle necessità contingenti degli alleati e dalla loro protezione, e costringendoli ad una loro “emancipazione” soprattutto sugli scenari regionali, qui in parziale contrasto con il passato. Ed è soprattutto sul tema dell’evoluzione dell’Alleanza Atlantica che si è concentrato il dibattito politico europeo, diviso tra chi ha auspicato una dissoluzione dell’organizzazione regionale probabilmente più importante della storia e chi, invece, ritiene questo scenario come prospero per una qualche forma di evoluzione dell’alleanza, nonostante le evidenti difficoltà tecniche. Convergenze e temperamenti delle reciproche esigenze potrebbero trovarsi in seno alla UE, altra vittima degli attacchi di Trump, nell’improbabile caso che i governi degli stati membri riescano, nel corso dei prossimi anni, a trovare una qualche forma di unità di intenti in tema di difesa comune e di geopolitica unitaria. Questione da sempre molto delicata e bisognosa di una forte coesione politica che, considerate le condizioni attuali, resta molto lontana. Questioni che, in parte, erano però già state affrontate da tutte le parti in gioco lo scorso Luglio a Varsavia e che erano sfociate in una dichiarazione congiunta NATO/UE nella quale una maggiore integrazione nei rapporti tra stati membri dell’UE ed istituzioni NATO veniva giudicata necessaria per affrontare “una serie di sfide senza precedenti” tipiche del tempo presente. In questi giorni, intanto, il Segretario Generale Stoltenberg si è congratulato con il nuovo Presidente, dichiarando di essere pronto a “lavorare vicino al Presidente Trump per rinforzare la nostra Alleanza” al fine di garantire una risposta alle sfide in continua evoluzione, “incluso il terrorismo, con una più equa ripartizione degli oneri tra gli Alleati”, e di essere assolutamente sicuro che gli Stati Uniti resteranno “fortemente impegnati” nella NATO. Valerio Gentili
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    EUROPA E TERRORISMO. DOBBIAMO ACCETTARE L’IDEA CHE SIAMO IN GUERRA
    Marco Lombardi, esperto di terrorismo dell’Università Cattolica di Milano: “I jihadisti hanno occupato il territorio e le generazioni future”. La soluzione è “israelizzare” l’occidente per i prossimi dieci anni almeno.
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    LA CORSA PER L’ELISEO
    Sarà François Fillon il candidato per la presidenza della Repubblica del partito nazional-popolare francese, “Les Républicains”. L’elettorato moderato francese ha scelto lui come avversario di Marine Le Pen, leader indiscussa del “Front National”, per le elezioni presidenziali che si terranno nella primavera del 2017.
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    CHINA IN A CHANGING WORLD
    Durante la sessione che lo ha visto eletto come nuovo Presidente dell’Assemblea Parlamentare della NATO, svoltasi tra il 19 ed il 20 Novembre scorso ad Istanbul, l’On. Paolo Alli ha presentato al consesso un rapporto dal titolo “China in a Changing World”. Approvato all’unanimità dalla Commissione Politica, offre un’ampia panoramica sui possibili sviluppi futuri del colosso cinese rilevanti per gli Stati Membri dell’Alleanza Atlantica.
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    IL SOGNO DI ERDOĞAN
    Il sogno erdoganiano di trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale neo-ottomana sta procedendo ad un ritmo costante, ma tale processo ha subito un’improvvisa accelerazione nell’ultimo biennio.
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    AFGHANS WEIGH IN ON US PRESIDENTIAL CANDIDATES
    D. Parvaz | Al Jazeera | 8 Novembre 2016. Sintesi e traduzione a cura di Giada Martemucci.
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    LE ELEZIONI AI TEMPI DEGLI HACKER
    In questa campagna elettorale la Russia non ha certo nascosto di vedere di buon occhio l’elezione di Donald Trump e già da tempo si sono verificati molti cyber-attacchi diretti a destabilizzare le elezioni presidenziali; non è dunque un’eventualità impossibile quella di assistere a un attacco hacker da parte dei russi proprio il giorno del voto.
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    MOSUL NEIGHBORS WAKE UP TO A DAY WITHOUT ISIS
    Tim Arango | The New York Times | 2 Novembre 2016. Sintesi e traduzione a cura di Giada Martemucci
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    UNESCO APPROVES NEW JERUSALEM RESOLUTION
    Il comitato per il Patrimonio Mondiale dell’UNESCO ha approvato una nuova risoluzione sullo stato di conservazione della Città Vecchia di Gerusalemme. Durante lo scrutinio segreto di mercoledì, l’organismo culturale delle Nazioni Unite ha deciso di mantenere l’area del muro, luogo sacro per musulmani, cristiani ed ebrei, sulla lista del patrimonio mondiale in pericolo.
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    THE THREAT FROM RUSSIA
    The Economist | 22 Ottobre 2016. Sintesi e traduzione a cura di Giada Martemucci.
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    L’AMICIZIA È RARA PERCHÉ È SCOMODA
    Rodrigo Duterte, Presidente della Repubblica delle Filippine, ha comunicato da poche ore una decisione in qualche modo storica. In visita di Stato in Cina ha colto l’occasione per annunciare le distanze che intende prendere dallo storico alleato delle Filippine: nientemeno che gli Stati Uniti.
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    UNA SETTIMANA DI ESCALATION
    La situazione è ”piuttosto negativa, probabilmente la peggiore dal 1973”: così l’ambasciatore russo presso le Nazioni Unite Vitaly Churkin ha commentato – durante un’intervista rilasciata ad Associated Press – la settimana di escalation appena conclusasi.
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    AMERICA’S RUSSIA POLICY HAS FAILED
    Thomas Graham & Matthew Rojansky | Foreign Policy | 13 Ottobre 2016. Traduzione a cura di Giada Martemucci.
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    THE WAY AHEAD
    Barack Obama | The Economist | 8 Ottobre 2016. Sintesi e traduzione a cura di Giada Martemucci.
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    UKRAINE IS GOING TO BE A BIG PROBLEM FOR THE NEXT U.S. PRESIDENT
    Mark Pfeifle | Foreign Policy | 7 Ottobre 2016. Sintesi e traduzione a cura di Giada Martemucci.
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    TIENI STRETTI GLI AMICI E ANCOR PIÙ STRETTI I NEMICI
    Se è vero che la politica è questione di compromessi e opportunismo, allora Putin non smette di dimostrare di esserne un fine intenditore.
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    PERCHÉ LA STRATEGIA DI PUTIN SUL PETROLIO PASSA PER LA PACE CON RIAD
    La guerra del petrolio sembra ormai in una fase di tregua grazie all’accordo tra Mosca e Riad sul taglio della produzione. Il mercato dei combustibili fossili rappresenta una grande opportunità per due paesi quali la Russia e l’Arabia Saudita, attualmente in grave crisi economica. Il Foglio | 10 Ottobre 2016
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    ELEZIONI USA, LA TRILOGIA. SECONDA PUNTATA
    La seconda puntata di una delle trilogie più accattivanti della storia recente del cinema (ops, politica) made in USA è effettivamente come quasi tutte le altre: un ponte tra la prima e la terza.
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    THE AMERICAN BREXIT IS COMING
    James Stavridis | Foreign Policy | 6 Ottobre 2016. Sintesi e traduzione a cura di Giada Martinucci.
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    SAUDI ARABIA AND ITS TOXIC RELATIONSHIP WITH AMERICA
    Roula Khalaf | Financial Times | 5 Ottobre 2016. Sintesi e traduzione a cura di Giada Martemucci
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    IL LEADER DEL ‘’VISEGRAD’’: VIKTOR ORBAN
    Perdere un battaglia politica, pur con il 98% dei consensi, è possibile? E se è possibile, si può davvero considerare come una sconfitta? Il caso ungherese è in tal senso emblematico.
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    WHY SYRIA'S BASHAR AL-ASSAD IS STILL IN POWER
    Sintesi e traduzione del reportage di Zoe Hu per Al Jazeera. A cura di Giada Martemucci.
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    SYRIA CONFLICT: US SUSPENDS TALKS WITH RUSSIA
    BBC | 4 Ottobre 2016. Sintesi e traduzione di Giada Martemucci.
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    STATI UNITI E ARABIA SAUDITA: IL LEGAME SUL FILO DEL RASOIO
    Il Justice Against Sponsors of Terrorism Act (JASTA) è legge. I parenti delle vittime dell’11 settembre 2001 sono ora autorizzati a fare causa ai paesi stranieri che ritengono essere direttamente coinvolti negli attentati terroristici sul suolo americano. E ora cosa succederà nei rapporti tra USA e Arabia Saudita?
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    FIRST HELMAND, THEN AFGHANISTAN
    Sune Engel Rasmussen | Foreign Policy | 21 Settembre 2016. Sintesi e traduzione a cura di Giada Martemucci.
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    IL PUNTO SULLA LIBIA
    Oggi, a provare a chiamare la Libia, non si sa quale numero comporre, e quando anche se ne trovi uno, probabilmente sarà occupato in un’altra chiamata. Da quando, due anni fa, la seconda guerra civile ha spento ogni speranza di una stabilizzazione dell’area, non c’è un esecutivo che possa vantare un controllo effettivo sul paese. Ma cerchiamo di ripercorrere insieme i punti più critici.
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    IT’S NO COLD WAR, BUT VLADIMIR PUTIN RELISHES HIS ROLE AS DISRUPTER
    David E. Sanger | The New York Times | 29 Settembre 2016. Sintesi e traduzione a cura di Giada Martemucci.
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    L'EUROPA DEI MURI
    Verrà innalzato a Calais, nel nord della Francia, il muro anti migranti eretto a tutela del passaggio verso la Gran Bretagna. Dopo forse troppi “je suis”, l’Europa si vela di cemento nella speranza di celare la fragilità della propria identità storica dietro un chilometro di pietra.
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    SYRIAN TROOPS LAUNCH GROUND OFFENSIVE AGAINST ALEPPO REBELS
    Emma Graham-Harrison | The Guardian | 27 Settembre 2016. Sintesi e traduzione a cura di Giada Martemucci.
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    LA POLVERIERA BALCANICA
    Nuove tensioni politiche nei Balcani, che furono teatro di una guerra fratricida a metà degli anni ’90, tra i popoli dell’ex Jugoslavia di Tito. Croazia e Serbia, i principali “players” di questa regione, nel corso del tempo hanno proseguito la loro rivalità secolare cercando alleanze strategiche antitetiche e ostacolandosi vicendevolmente nelle rispettive sfere d’influenza geopolitica.
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    ELEZIONI USA, PRIMO ROUND: COM'È ANDATA E COSA ASPETTARSI
    Una manna per lo spettacolo e lo share, senza dubbio: ma la politica, quella della principale potenza mondiale, dov’è finita? Eppure, lo schema della serata era ben disegnato e proporzionato per affrontare con serietà una vasta quantità di temi.
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    AN UGLY CAMPAIGN, CONDENSED INTO ONE DEBATE
    The Editorial Board | The New York Times | 27 Settembre 2016. Sintesi e traduzione di Giada Martemucci
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    BARACK OBAMA: ANTHROPOLOGIST-IN-CHIEF
    Simon Kuper | Financial Times | 22 Settembre 2016 - Sintesi e traduzione a cura di Giada Martemucci
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    ISRAELE E PALESTINA: SI RIACCENDE LA TENSIONE
    Mentre i riflettori del Medio Oriente sono puntati sulla Siria, dove l’accordo raggiunto da Russia e USA sembra già relegato a carta straccia, c’è un altro conflitto – meno mediatico ma più radicato – che è ancor più importante per l’equilibrio della regione: quello israelo-palestinese.
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    THE REFUGEE CRISIS IS REAL
    David Miliband, Madeleine Albright Foreign Policy | 19 Settembre 2016
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    IL FILOSOFO DI PUTIN
    Sconosciuto ai più, il filosofo politico Ivan Ilyin è diventato dal 2005 in poi il padre nobile di Vladimir Putin. Ilyin, filosofo che pagò con l’esilio in Germania la sua opposizione al regime comunista negli anni ’20, salutò con grande entusiasmo l’arrivo del Terzo Reich.
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    "COME UN FASCISTA RUSSO SI STA IMMISCHIANDO NELLE ELEZIONI AMERICANE"
    How a Russian Fascist Is Meddling in America’s Election (Timothy Snyder, The New York Times, 20 settembre) sintesi a cura di Giada Martemucci
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    "L'OFFENSIVA RUSSA IN MEDIO ORIENTE"
    Sintesi di "Russia’s Middle East Offensive" (John Hannah, Foreign Policy, 13 settembre 2016) a cura di Giada Martemucci
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    LE DOMANDE DA FARSI PER CAPIRE COSA È SUCCESSO A NEW YORK
    Il terrorismo ha perso grazie alla capacità delle autorità di gestire il post evento e per la mancanza di comunicazione degli autori. Qualsiasi sia la matrice, infatti, il terrorismo è innanzitutto comunicazione che, in questo caso, è stata assente. [Articolo DI Alessandro Burato pubblicato sull’edizione online de “Il Foglio” in data 19 Settembre 2016].
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    "PERCHÈ PUÒ SALTARE IL BALLOTTAGGIO" - RASSEGNA STAMPA
    Carlo Deodato sul Foglio commenta la decisione della Consulta sull'Italicum.
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    ALFANO: DE GASPERI, PADRE FONDATORE DELL'ITALIA REPUBBLICANA
    De Gasperi seppe interpretare al meglio il nuovo paradigma repubblicano, incardinando la grammatica istituzionale e la dialettica politica nell’alveo sicuro della democrazia parlamentare. Ciò permise che nessuna delle parti in gioco potesse sentirsi tagliata fuori dal processo democratico e fece maturare anche nel popolo quel necessario coinvolgimento senza il quale una democrazia non potrebbe definirsi tale.
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    LIBIA. RADICI STORICHE DI UN CASO GEOPOLITICO
    Dopo una premessa storico-diplomatica concernente l’interesse italiano per la Libia ad inizio Novecento, l’autore passa ad illustrare alcuni dati di natura economica che mettono in luce l’importanza del Mar Mediterraneo quale crocevia strategico del commercio regionale e globale. Nell’ultima parte si contestualizza quanto descritto relazionandolo alla situazione e ai destini della Libia post Gheddafi, i cui destini sembrano dipendere in buona parte dal sostegno internazionale alla governance del deep State libico.
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    TEMPO SCADUTO. DALLA CRISI NUOVE ÉLITE PER L'EUROPA
    Uno dei temi più discussi fra gli osservatori delle vicende internazionali è il deficit democratico dell’Unione europea. Molte analisi dedicate allo stato di salute di quest’ultima non dimenticano di sottolineare come la sola legittimazione elettorale del parlamento non sia sufficiente per un buon funzionamento degli organi legislativi e che quindi sarebbe auspicabile l’introduzione di nuove forme di rappresentanza per rivitalizzare il progetto europeo. E dopo il referendum inglese che ha decretato la Brexit il quadro è divenuto ancora più complesso.
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    ROUEN E LA SPERANZA DI RITROVARE LA NOSTRA IDENTITÀ
    Colpire una chiesa per colpire l’Occidente. I terroristi islamisti hanno capito (e risolto) questa equazione. Quelli che sembrano averla intesa meno sono gli stessi occidentali, frastornati dai bisogni contingenti del momento che non solo dimenticano le proprie radici, ma non riconoscono neppure la propria identità di occidentali.
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    "DIRITTI UMANI E CRISTIANESIMO": LA CHIESA ALLA PROVA DELLA MODERNITÀ
    “Diritti umani e cristianesimo” (2015), l’ultima monografia di Marcello Pera, prende le mosse da questo humus culturale per analizzare le contraddizioni intrinseche tra ideologia dei diritti, della ragione secolare e religione cristiana.
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    ULTIMA CHIAMATA PER IL VECCHIO CONTINENTE
    La ripetizione del ballottaggio presidenziale in Austria e il referendum sulla ripartizione dei profughi in Ungheria rappresentano un banco di prova decisivo per il futuro dell’Unione Europea. Ma da Bruxelles non sembrano poi così preoccupati, forse ancora troppo presi dalla ‘’Brexit’’.
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    TTIP, ALLARGARE LO SGUARDO
    Il Transatlantic Trade and Investment Partnership non gode complessivamente di buona stampa: se ne parla poco, e la letteratura esplicitamente pro o contro prevale sulla presentazione accurata delle implicazioni di un possibile accordo commerciale e regolamentare fra paesi che rappresentano una quota importante della popolazione e del sistema economico mondiale. Eppure conviene parlarne.
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    DOPO NIZZA NON SI PUÒ PIÙ ESSERE SUPERFICIALI
    L’attacco di Nizza del 14 luglio ha visto nuovamente la Francia nel mirino di attentati terroristici che confermano la strategia del Daesh per diffondere il terrore: colpire la popolazione nei luoghi della vita quotidiana. Tuttavia, le interpretazioni e i commenti all’attacco che sono seguiti denotano ancora una cerca approssimazione nell’analisi del fenomeno che rischia di avere, sia per le forze politiche, che per l’opinione pubblica, pericolose ripercussioni.
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    SANAFIR E TIRAN, LE ISOLE DELLA DISCORDIA
    Il Governo egiziano ha annunciato un accordo con l'Arabia Saudita, a coronamento di una trattativa di ben sei anni. Oggetto dell’affare una quindicina di intese in materia di sviluppo ed energia, per un valore totale di svariati miliardi di dollari (tra i 16 e i 22, a seconda delle fonti) a disposizione del Governo di al-Sisi. Tra questi, quello che ha destato più scalpore è stata la cessione ai sauditi delle isole di Tiran e Sanafir, importanti per la loro posizione strategica situata all’ingresso del Golfo di Aqaba.
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    IL SUD SUDAN RICADE NEL SANGUE
    Il paese più giovane del mondo, nato solo 5 anni fa dopo una lunghissima lotta per l’indipendenza, non ha mai davvero visto sorgere il sole.
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    IL SUMMIT DI VARSAVIA
    Si è chiuso a Varsavia il vertice NATO svoltosi nelle due giornate dell’8 e del 9 luglio. Accolto tra le proteste di gruppi di pacifisti, è stato l’ultimo del Presidente Obama, il primo dell’era post Brexit ed il più grande per partecipazione che si sia mai riunito.
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    IL TTIP È SOLO UNA METAFORA
    Il Ttip è il partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, ovvero un accordo commerciale di libero scambio tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. Il trattato è in fase di negoziazione fra la Casa Bianca e Bruxelles, che stanno lavorando dal 2013 per raggiungere l’intesa finale.
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    LA CORSA PER L'ARTICO
    La ‘’Polar Rush’’ si sta svolgendo sotto traccia. Gli interessi in gioco, specialmente sul lungo periodo, sono altissimi. I paesi che si stanno muovendo maggiormente in questa direzione sono Russia e Cina, che intendono assicurarsi una posizione di vantaggio sia per lo sfruttamento delle risorse energetiche presenti nell’Artico che per il controllo delle nuove rotte mercantili, che si stanno aprendo a causa dello scioglimento dei ghiacci
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    NATO, VERSO IL VERTICE DI VARSAVIA: QUALI LE SFIDE?
    L’8 e 9 luglio si terrà a Varsavia il prossimo vertice NATO. Atteso da molti, vari saranno gli argomenti in agenda: la situazione dell’Europa dell’est ed il rapporto con la Russia, le minacce provenienti dal terrorismo, la riforma delle partnership politiche dell’alleanza ed il suo allargamento ed il dibattito sulle future strategie in tema di nucleare, cyber-security e difesa antimissile. Altro tema di grande rilevanza potrebbe essere quello attinente alle crisi nel Mediterraneo.
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    NEL REGIME DI AL SISI NON C’È SPAZIO PER I DIRITTI UMANI
    La continua violazione dei diritti umani da parte dell’Egitto ha drammaticamente occupato le prime pagine dei giornali in questi ultimi mesi. Il caso del povero Giulio Regeni, ricercatore italiano trovato ucciso il 3 febbraio dopo aver subito torture di ogni genere nella periferia del Cairo, ha posto davanti agli occhi dell’opinione pubblica la vera faccia del regime di Al Sisi.
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    GUARDARE AL PASSATO PER COSTRUIRE IL FUTURO: UNA PROSPETTIVA DELLE RELAZIONI TRA UE E SUD AMERICA
    Sin dai primi anni del suo processo interno di integrazione regionale, l’Unione Europea ha cercato di promuovere un regionalismo di stampo comunitario nelle varie aree del mondo in via di sviluppo per le quali gli stati europei hanno sempre nutrito forti interessi commerciali. Tra queste, quella che ha saputo ricalcare al meglio un percorso di integrazione regionale simile a quello europeo è il Sud America.
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    IL PROCESSO DI PACE IN LIBIA TRA INTERESSI PARTICOLARI E BENE COMUNE
    Lo stallo politico in Libia sembra senza fine: ormai a distanza di mesi dalla nascita laboriosa del governo di al-Sarraj, non si riescono ancora a vincere le resistenze che ne ostacolano il pieno riconoscimento interno
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    DE GASPERI. IL CORAGGIO DI COSTRUIRE
    La mostra “De Gasperi. Il coraggio di costruire” è un progetto della Fondazione De Gasperi pensato per far conoscere la storia e gli ideali dello statista trentino alle nuove generazioni.
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    92° SEMINARIO ROSE-ROTH TRA L’ASSEMBLEA PARLAMENTARE NATO ED IL CONSIGLIO UCRAINO
    Il 15 giugno scorso a Kiev si è tenuto il 92° seminario Rose-Roth tra l’Assemblea Parlamentare della NATO ed il Consiglio ucraino, svoltosi sotto le crescenti spinte Atlantiche di integrità territoriale dell’Ucraina e diretto verso un nuovo ed auspicato assetto geopolitico ad est dell’Europa.
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    UE-TURCHIA, CHI VUOLE COSA?
    Siamo di fronte ad una nuova impasse nelle trattative UE – Turchia, che mette nuovamente in discussione l’annoso e controverso processo di integrazione della stessa nell’Unione Europea.
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    LA FINE DEL SOGNO. L’EUROPA È ANCORA IL NOSTRO FUTURO?
    Enzo Moavero Milanesi è stato il relatore del secondo incontro di “Mondo che sarà”, ciclo organizzato dalla Fondazione De Gasperi.
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    L’AMICO RITROVATO? PROVE D’INTESA TRA USA E ARABIA SAUDITA DOPO IL GRANDE GELO
    La scorsa settimana è stata un misto di emozioni positive e negative che hanno tenuto molto impegnata la stampa italiana. È stato un viavai di notizie che meritavano attenzione, ma che hanno fatto passare inosservato un evento che – per le dinamiche della politica internazionale – può significare molto.
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    LA BREXIT SI TINGE DI SANGUE: L’OMICIDIO DI JO COX È UNA TRAGEDIA EUROPEA
    Il tragico destino di Jo Cox si è consumato il 16 Giugno 2016, ad una settimana esatta dal referendum che segnerà il futuro della Gran Bretagna nell’Unione Europea.
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    STRAGE ORLANDO: QUANDO IL TERRORISMO SI MISCHIA ALLA DISCRIMINAZIONE E ALL’INDIFFERENZA
    Una strage è sempre colma di interrogativi e questa, se possibile, lo è ancora di più.
  • Paolo Alli
    IN TUNISIA COL GRUPPO SPECIALE SU MEDITERRANEO E MEDIORIENTE DELL'ASSEMBLEA PARLAMENTARE NATO
    Alcune prime impressioni sulla giovane democrazia del Paese Nordafricano
  • Paolo Alli
    SULL’ASSE MERKEL-DRAGHI NASCERÁ L’EUROPA POLITICA?
    Chissà che il rilancio dell’Europa, economica e politica, riparta dallo strano asse Francoforte-Berlino
  • Paolo Alli
    LA CRISI GRECA E IL CONVITATO DI PIETRA
    Le mire della Russia su Atene e le possibili conseguenze per la situazione geopolitica. Una partita cruciale.
  • Paolo Alli
    PERCHÉ SERVE UN CONGRESSO RIFONDATIVO DELL’EUROPA
    Tre giorni di confronto tra i grandi partiti europei. Un tavolo attorno al quale stabilire i pilastri della nuova Europa
  • Paolo Alli
    DA STOLTENBERG DICHIARAZIONI RASSICURANTI, GOVERNO E PARLAMENTO GARANTISCANO AUMENTO SPESE DIFESA
    Breve riflessione sulle parole del Segretario Generale NATO
  • Paolo Alli
    LA DOPPIA MINACCIA EST-SUD NON DIVIDERA’ LA NATO
    Come e perché non possiamo fare un favore a chi vuole a indebolire l’Alleanza
  • Paolo Alli
    FACCIAMO MEMORIA VERA DELLA SHOAH
    Difendere l'esistenza di Israele e il suo diritto alla sicurezza contro ogni forma di antisemitismo, vecchio e nuovo che sia
  • Paolo Alli
    PALESTINA, LO STRABISMO DELL'EUROPA NON AIUTA IL PROCESSO DI PACE
    Alcune riflessioni sulla risoluzione del Parlamento Europeo
  • Paolo Alli
    CONTRO LA MINACCIA TERRORISTA, L’EUROPA RIAFFERMI LA PROPRIA IDENTITÀ
    Dopo il grande sgomento per i fatti di Parigi resta una domanda: adesso, cosa facciamo?
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